Nella vigna dei segreti

Cuore
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“Una storia dentro la storia”, così Angela B. ha commentato su Facebook la storia più apprezzata del n. 42

 

Mi ero trasferita in Alto Adige solo per dimenticare più in fretta Alex. Lì dovevo seguire un bambino con problemi di apprendimento e presto mi appassionai al mio lavoro. Ma non è stato questo l’unico motivo per cui quel soggiorno è rimasto indimenticabile

STORIA VERA DI VALENTINA F. RACCOLTA DA SIMONA MARIA CORVESE

 

Volevo dare un taglio netto con il mio passato. Dopo aver ponderato la decisione, ottenni il trasferimento nella scuola primaria di un paesino in Alto Adige. Avevo bisogno di allontanarmi da Milano, e soprattutto da Alex. Con lo sguardo fisso sulla strada, alla guida della mia station wagon, ripensavo ai motivi del fallimento della nostra relazione.
Lui era un figlio unico di madre vedova, a cui era completamente sottomesso, e sembrava non provare disagio per quella condizione. Io, al contrario, ero cresciuta in una famiglia numerosa, imparando presto a cavarmela da sola.

Lavoravo in una scuola elementare vicina al mio quartiere e, rendendomi conto che il rapporto di Alex con la madre non sarebbe mai cambiato e che lui non avrebbe mai avuto la forza di diventare un uomo, lo avevo lasciato.

Vidi in lontananza la proprietà dove avrei alloggiato. Dalla strada principale, costeggiata da entrambi i lati da vigneti, svoltai in una stradina secondaria che portava a un’azienda vinicola. Sul profilo delle montagne che circondavano la vallata si stavano addensando nubi minacciose. Presto sarebbe scoppiato un temporale. La proprietà era bellissima: una grande casa dal tetto di tegole rosse, muri bianchi, balconate con travi scure, finestre con vetri all’inglese e imposte in legno. Intorno a due lati correvano fitti pergolati d’uva che portavano a un portone in legno, ad arco. Quando scesi dalla macchina ci fu il primo tuono.

«Posteggi pure sotto il portico» mi disse l’anziana signora che mi accolse. Dalla mia station wagon che avevo stipato all’inverosimile di cose, estrassi il trolley e corsi dentro la casa.

«A fine estate fa temporale tutte le sere: è la brezza che arriva da nord e rinfresca noi e le nostre uve. Vedrà come dormirà bene questa notte, Valentina» mi rassicurò con dolcezza la donna, accompagnandomi in casa. «Sistemi pure le sue cose, poi le ho preparato un buon tè» mi disse dopo avermi fatto vedere la mia camera. Poco dopo scesi in cucina, dove Gisela, così si chiamava la signora, mi servì un tè di benvenuto e mi fece vedere gli altri locali della grande casa in cui avrei vissuto. Era la proprietaria della casa e una persona gentilissima. Rimasta vedova da pochi mesi, le faceva piacere avere la compagnia di una giovane donna. Gisela mi spiegò che lì avevano vissuto lei e sua sorella con i rispettivi mariti. Sua sorella aveva avuto due maschi diventati i proprietari dell’azienda.

«Mia sorella e suo marito non ci sono più da anni e i miei nipoti hanno dovuto imparare a contare su se stessi molto presto. Ora sono due uomini splendidi che hanno raggiunto la loro maturità» mi spiegò, aggiungendo che vivevano in un’altra casa all’interno della proprietà. «È qui dietro, sulla collina». La ringraziai per l’accoglienza, poi tornai in camera per sistemare le mie cose.

Quando mi svegliai la mattina dopo, vidi dalla finestra un panorama magnifico che la sera prima non avevo notato a causa del temporale. Davanti a me si stagliava una grande vigna e, poco oltre, si vedevano gli edifici dell’azienda vinicola. La casa dove avrei vissuto era la proprietà privata della famiglia, edificata in una parte più appartata, lievemente rialzata rispetto alla strada principale e con una vista spettacolare
sui vigneti. Le foglie dell’uva e il bosco che circondava la proprietà avevano già i colori ramati dell’autunno. Provai una sensazione di pace indescrivibile e mi sentii come se fossi a casa mia. Poco più in là vidi anche una casa identica a quella principale, ma più piccola. Doveva essere quella dei nipoti di Gisela.

Quella mattina andai a scuola dove mi attendeva la preside. Era ormai settembre e le vacanze estive erano terminate. Fui accolta con calore e la preside mi parlò del bambino che avrei seguito. Samuel presentava un quadro complesso di disturbo da deficit di attenzione e iperattività. In classe non riusciva a stare seduto a lungo e disturbava gli altri compagni con la sua irrequietezza. Aveva un quoziente intellettivo superiore alla media, tuttavia il quadro particolarmente complesso del suo deficit rendeva necessario un insegnante di sostegno abbinato a una terapia farmacologica. Mi venne presentato quello stesso giorno e, nonostante la sua facilità a distrarsi, il fatto che parlasse più del normale e che mi interrompesse per raccontare le sue cose, l’incontro andò bene e gli risultai simpatica. Quando tornai a casa quel pomeriggio, Gisela mi offrì il tè e mi parlò dei suoi nipoti. Jakob, il maggiore, era il padre di Samuel. «David, l’altro mio nipote, mi ha detto che oggi Samuel avrebbe conosciuto la sua nuova insegnante di sostegno e ho immaginato che quella ragazza fossi tu,Valentina». La guardai stupita. «David? Oggi ho cercato di prendere contatto con il padre del bambino per un colloquio, ma non l’ho trovato».

«Credo che sarà David a venire al colloquio. È lo zio e segue lui tutto quello che riguarda gli studi del bambino. Jakob sente molto il peso dell’azienda e lascia che sia David a occuparsi di queste cose. Lui ha molta più pazienza ed è anche lo zio adorato di Samuel» mi spiegò Gisela imbarazzata, come se volesse giustificare il padre del bambino.

Non dissi altro, per non metterla ulteriormente a disagio.
«Sa cosa facciamo, Valentina? Provo a chiamare David. Le andrebbe di fare adesso un colloquio con lui se lo trovo?» mi propose lei. Le dissi che per me andava bene e che intanto andavo a fare una passeggiata sulla collina prima di cena. «Se lo trova, mi fa piacere parlare con lui oggi, altrimenti sarà per domani» aggiunsi uscendo di casa.
M’incamminai sulla collina e, nei pressi della casa più piccola, fui investita da due magnifici Golden Retriever scatenati che mi fecero cadere. Era il loro modo per farmi festa ed esprimere una voglia di giocare incontenibile.

«Arya, Nanook, a cuccia immediatamente!» gridò un uomo dalla voce calda e profonda. Mi voltai e alzando lo sguardo vidi un giovane che mi guardava serio, con due occhi di smeraldo dall’espressione profonda. Un colpo di brezza gli scompigliò il ciuffo di capelli chiari che gli ricadde sugli occhi. Lo scostò con noncuranza e per un momento sentii le farfalle nello stomaco, persa ad ammirare quel bel volto abbronzato, incorniciato da una folta barba quasi bionda, ben curata.

«Mi scusi. Arya e Nanook sono degli indisciplinati. Prima o poi dovrò ricorrere a un addestratore. La verità è che i Golden Retriever sono così allegri che siamo noi a perdonar loro tutto, anche l’essere indisciplinati» mi disse sorridendo, mentre mi porgeva la mano per aiutarmi a rialzarmi.

Il contatto tra i nostri sguardi, durato un po’ più a lungo del dovuto, mi diede un brivido di piacere e abbassai gli occhi per pudore. Lui se ne accorse e fece un sorriso impertinente.

«Lei deve essere Valentina, l’insegnante di Samuel, vero?».
Annuii. David si presentò e si scusò se il fratello non poteva essere presente al colloquio. «Samuel ha manifestato i suoi problemi due anni fa, quando aveva quattro anni. La madre non ha accettato il problema e ha abbandonato la famiglia. Mio fratello non si è ancora ripreso dal divorzio,
ma la verità è che anche lui rifiuta in qualche modo la condizione del bambino». Parlò scuotendo la testa con un’espressione di disapprovazione.

Quando andai a dormire quella notte, mi addormentai pensando a lui e rimproverandomi perché lo facevo: ero appena uscita da una relazione fallimentare e avevo preso la drastica decisione di andare a vivere lontana da casa mia per cominciare una nuova vita. Non ero pronta a pensare a un’altra persona, eppure il mio cuore sembrava non darmi retta. In quel momento non credevo fosse possibile trovare una persona diversa da Alex e insieme speravo che succedesse qualcosa per ridarmi fiducia.

Nel mese successivo incontrai diverse volte David e Samuel sulla collina verso l’ora del tramonto. Il piccolo aveva fatto molti progressi a scuola e alla sera giocava sempre con Arya, Nanook e lo zio, che adorava. Mi accorsi che Samuel amava giocare una specie di calcio con i due Golden Retriever, che a loro volta erano felici di scappare a raccogliere la pallina tra i denti.

Senza accorgermene venni pian piano coinvolta anch’io nei loro giochi e notai che la capacità d’attenzione del bambino stava migliorando. Gli piaceva stare con me e David, era più sereno e io mi sentivo bene con loro, come se fossi parte della famiglia. Era ormai quasi novembre e i colori ramati della campagna autunnale erano bellissimi. La vendemmia stava per finire, anche se noi non eravamo coinvolti nelle attività dell’azienda vinicola che offriva alloggio ai turisti.

«Non porti mai Samuel nelle vigne?» chiesi a David mentre eravamo seduti sul prato, con i cani sdraiati accanto a noi.
«No, c’è troppa gente lì: i lavoranti, i turisti. Ci ho già provato, ma diventa estremamente irrequieto, corre e si arrampica dappertutto. Non mi ascolta, agisce seguendo l’impulso e poi non porta a termine i compiti che gli affido nella vigna» confessò con uno sguardo pieno d’amore per il bambino. «In compenso lui ti adora. Mi parla spesso di te, ma lo vedo anche quando giochi con noi dopo la scuola». Un lampo di preoccupazione offuscò il suo bel volto. Sapevo a cosa stava pensando: si stava chiedendo se Samuel avrebbe mai superato il suo disturbo. Lo rassicurai, dicendogli che ce l’avrebbe fatta.
«C’è però una vigna dove lo porto. Vieni con me, te la faccio vedere» mi disse alzandosi di scatto. Oltre il roseto che costeggiava la sua casa si nascondeva una piccola vigna.
«Qui lui è tranquillo» mi disse sorridendo. Osservai i grappoli di un verde dorato del Sauvignon Blanc con le spesse bucce: sembravano quasi scintillare alla luce del sole al tramonto. «Qui produco una varietà tutta mia, ma scusami, non vorrei annoiarti con questi discorsi».

«Niente affatto, mi piace stare nelle vigne, anche se non m’intendo di vini».
David mi guardò con tenerezza e le mie guance arrossirono. «Mi piacerebbe svelartene i segreti, un giorno» dichiarò stupendomi. I suoi occhi brillarono, quindi assunsero un’espressione dolce. «Posso farti assaggiare un po’ del
mio vino bianco che sa di frutto della passione?».
Seduti su sedie a dondolo vicino a un pergolato, degustammo il vino bianco.
«È fresco, David: sa anche di uva spina, sambuco e ribes nero» dissi godendomi in pieno quel momento.

Alla luce dell’ultimo sole i capelli di David erano meravigliosamente dorati, quasi come il suo vino. Lui continuava a lanciarmi sguardi furtivi e intensi mentre bevevo, facendomi aumentare i battiti cardiaci. In quel momento mi resi conto che David mi piaceva. Possibile che in così poco tempo avessi dimenticato la mia precedente storia grazie alla presenza di David?

In quei mesi David e io unimmo le nostre forze per aiutare Samuel e fummo ripagati, vedendo i suoi miglioramenti. David era molto curioso di sapere qualcosa in più su di me e la mia vita: un giorno mi chiese perché mi fossi trasferita a lavorare lì. Non mi sentivo ancora pronta a parlare di Alex, ma decisi comunque di raccontargli la verità. Scoprii che anche lui aveva avuto una relazione fallimentare dopo la quale, proprio come me, aveva evitato altri coinvolgimenti sentimentali.

Fu l’autunno più bello della mia vita. Le foglie di vite assunsero una tonalità rosso arancio e giunse il momento di celebrare la vendemmia dell’anno. Tutte le aziende vinicole ringraziavano la generosità della natura e David mi invitò ad andare con lui a una di quelle feste con degustazioni, musica e grandi tavolate in una cornice di cielo stellato. La serata fu piacevole. «Non viene Samuel?» gli chiesi mentre ci allontanavamo dalla folla. I suoi occhi sorridevano ed era tutta la sera che mi lanciava sguardi intensi, facendomi provare brividi di piacere.

«No, si agita ancora molto durante queste occasioni, e poi suo padre è voluto rimanere con lui. Credo stia cominciando ad accettarlo e a esprimere sentimenti paterni» spiegò.

Mi vennero le lacrime agli occhi per la felicità.
«Ma cosa ti succede? Hai il cuore tenero». Sorrise cingendomi le spalle. Rimanemmo in silenzio, guardando ci negli occhi con il desiderio di annullare la distanza che ci separava. Fu naturale scambiarci un delicatissimo bacio.

«Sono stato inopportuno» disse lui ritraendosi.

Lo fermai. «No, ho desiderato anch’io questo bacio perché credo di provare qualcosa per te». In realtà ero già certa di essermi innamorata.
«Sei una persona meravigliosa, Valentina. Da quando sei arrivata Samuel ha fatto grandi progressi e mi hai dato la speranza che un giorno possa guarire completamente».

«E tu sei uno splendido zio. Se il bambino sta migliorando, è anche merito di tutto l’affetto che gli hai dato standogli vicino».
Lui mi rivolse uno sguardo dolcissimo. «Vorrei che tu mi concedessi la tua fiducia quando sarai pronta a riaprirti ai sentimenti».

Mi sentii arrossire leggermente. «Hai già il mio cuore» ammisi, accarezzandogli la guancia timidamente. Feci un respiro profondo, grata alla vita della seconda possibilità che mi stava offrendo accanto a David.

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