Per tutto il tempo che verrà

Cuore

“Una storia bellissima, le donne sanno sempre come manifestare il proprio Amore” scrive Giovanna, una nostra lettrice, sulla pagina Facebook. Vi riproponiamo sul blog la storia più apprezzata del n. 42 di Confidenze

 

A più di 50 anni ho incontrato l’amore della mia vita, l’unico con il quale non ho bruciato le tappe. Ma, dopo avere assaporato la felicità, è accaduto qualcosa di imprevedibile e brutale. E ho temuto di dover pagare il conto per essere stata tanto a lungo una donna libera

STORIA VERA DI CATERINA P. RACCOLTA DA ROBERTA GIUDETTI

 

Sarebbe facile per me dire che tutto quello che mi è successo nella vita è stato solo frutto di una serie di sfortunate coincidenze. Dire che il destino non esiste. Ma poi mi guardo attorno, assaporo goccia a goccia questa devastante consapevolezza, questo inatteso senso di liberazione, e cerco di comprendere, di analizzare e di accettare. E arrivo alla conclusione che mi sono meritata tutto. Dall’inizio alla fine.

Ho sempre temuto la solitudine. Da quando ho cominciato a uscire con i ragazzi, più o meno dall’età di 16 anni, ho avuto un compagno, un fidanzato e infine un marito. Era l’unico modo per non sentirmi sola. Lo so che bisognerebbe crescere, maturare in modo da sentirsi emotivamente autosufficienti, ma per me non è mai stato così. Mi sono sempre sentita completa solo accanto a un uomo. E non venitemi a dire che è sbagliato, lo so da me, ma io almeno lo ammetto mentre la maggior parte delle donne che conosco si mostrano tanto indipendenti, ma lo sono solo a parole. Nei fatti, abbiamo quasi tutte bisogno di un compagno al nostro fianco per sentirci vive, per motivare ogni nostro singolo gesto. Non ho paura di ammettere che questa è stata la mia fragilità e anche la mia condanna. Perché se avessi avuto più pazienza, se fossi stata in grado di aspettare, forse non avrei collezionato una lunga serie di fallimenti sentimentali e magari avrei potuto riconoscere prima il grande amore della mia vita. Sta di fatto che avevo solo 20 anni la prima volta che ho risposto sì a una proposta di matrimonio. Lui si chiamava Luca ed era il mio primo ragazzo. Era davvero una brava persona, ma io sentivo che era presto, che non ero pronta. Soprattutto dal punto di vista fisico le cose fra noi non funzionavano. Il sesso era meccanico, tiepido e lui era poco coinvolgente. Non avevo termini di paragone, era la mia prima esperienza, ma avevo capito che non poteva essere tutto lì. Come ogni adolescente, avevo sognato la mia prima volta, il mio principe azzurro e tutto il resto. Soprattutto avevo sognato di perdermi fra le braccia del mio uomo in interminabili amplessi passionali. Con Luca era sempre tutto così prevedibile, istantaneo e poco appagante da farmi immaginare una vita coniugale futura tranquilla, ma certamente molto noiosa, per lo meno sotto le lenzuola. Dunque, cosa mi aveva fatto pronunciare quel sì di fronte a entrambe le nostre famiglie? Cosa mi impediva di fermare i preparativi di quel matrimonio con un ragazzo a cui volevo bene, ma che non sapeva accendere i miei sensi? Semplice, avevo paura di restare sola. Alla fine, però, ho trovato il coraggio di lasciare Luca.

Esattamente due settimane prima del matrimonio, ma solo perché nel frattempo avevo conosciuto Gio.
Gio era il mio insegnante di yoga. Era bello da far perdere la testa, ma soprattutto sensuale. Accanto a lui avevo iniziato a provare brividi che non conoscevo e non avevo mai assaporato prima, men che meno insieme a Luca. Gio mi faceva vibrare solo sfiorandomi. Quando mi si avvicinava, avvampavo e sentivo un inebriante calore inondarmi tutto il corpo. Non mi importava più di altro: dovevo stare con lui. Volevo perdermi e così è stato. A un tratto mi si è chiarita ogni cosa: forse era amore quello che avevo vissuto per tre anni insieme a Luca, ma era ugualmente importante anche l’intesa sessuale e fra noi non era mai esistita. Ci eravamo voluti molto bene, avevamo delle cose in comune, ma fra noi zero chimica e per questo l’ho lasciato.

Con Gio sono stata quasi un anno nella speranza che lasciasse sua moglie. Il sesso con lui era stellare. Ormai ero consapevole che non avrei rinunciato a tutto questo nella vita, dunque avrei sempre scelto i miei compagni anche in base all’intesa a letto. Ma non era così semplice come avevo immaginato. A volte incontravo dei ragazzi interessanti che mi colpivano per vari aspetti, ma quando arrivava il momento della prova sotto le lenzuola non era matematico che rispondessero alle mie esigenze. Sì, avevo delle esigenze. Pretendevo che i miei partner fossero amanti generosi e pieni di fantasia. Dopo qualche anno e qualche fidanzato, ho capito che trovare tutto in un solo uomo era davvero un’impresa. Per questo non sono mai stata particolarmente fedele ai miei compagni. Non che andassi costantemente in cerca di distrazioni, ma non mi tiravo indietro se capitava un’occasione, magari con un collega di passaggio con cui sentivo una forte attrazione e che mi lanciava inequivocabili segnali. Un atteggiamento tipicamente maschile? Luoghi comuni. Non mi sono mai sentiva in colpa.

Poi un’estate ho conosciuto Carlo. Lui sembrava essere davvero la mia metà e anche sessualmente avevamo raggiunto una discreta intesa, benché ci fosse voluto un po’. Per quattro anni sono stata fidanzata con lui e mi ero convinta di aver trovato un giusto equilibrio. Eppure, di tanto in tanto, sentivo in me avvampare un fuoco e a volte non riuscivo a reprimerlo. So bene come mi chiamavano le mie colleghe e quanto si spettegolasse sul mio conto in ufficio: non me ne fregava niente. Ero giovane e avevo ancora voglia di esplorare, di sperimentare, di osare.

Questo fino a quando è successo quello che non avevo previsto. Qualcosa che non solo mi ha mandata in crisi ma che ha cambiato tutta la mia vita. Una sera, in ufficio, mi sono volutamente attardata perché sapevo che sarebbe passato Lorenzo, un fornitore che mi piaceva da morire. E io piacevo a lui, era evidente. Sprigionavamo eros e attrazione a ogni sguardo. Il sesso è stato travolgente ed esplosivo, ma durante l’amplesso si è rotto il preservativo. Di fronte al mio sgomento, alla mia preoccupazione, Lorenzo era scoppiato a ridere. «Ma come, pensavo che una come te prendesse anche la pillola. Il preservativo l’ho usato per tutelare me». Una come me, certo. Non mi ero mai sentita così umiliata. Quando ho scoperto di essere incinta, ero sicura che non potesse essere di Carlo e ho chiamato Lorenzo. Lui mi ha trattata in modo ignobile. «E cosa c’entro io? Per quanto mi riguarda può essere di chiunque… La tua fama ti precede». A 27 anni mi sono ritrovata completamente sola ad affrontare un aborto. Nonostante mi fossi sempre detta che ero una donna libera, consapevole, padrona del mio corpo, quell’evento ha cambiato tutta la mia vita. Sento ancora su di me gli occhi gelidi dell’infermiera.

Il senso di colpa mi ha condotta rapidamente verso una depressione che mi ha spinta a chiudermi sempre più in me stessa. Sentivo che meritavo di restare sola. Dunque ho pregato Carlo di lasciarmi in pace nonostante non potesse capire i veri motivi del mio cambiamento e cercasse di aiutarmi. Gli ho fatto credere che la mia depressione dipendeva da lui, dal fatto che mi soffocava con la sua premura e le sue attenzioni.

L’ho allontanato da me e solo da quel momento ho iniziato a stare meglio. Sono rimasta senza un fidanzato per alcuni anni, un vero record per me. Ho provato a uscire con la compagnia della mia amica Betta, ma non volevo più condurre la vita di prima. Non stavo certo bene in quella solitudine, non ero abituata e mi rendevo anche conto di aver bisogno di qualcuno al mio fianco. Ma volevo vivere fino in fondo una sensazione di malessere. Desideravo continuare a provare un senso di vuoto e di mancanza, era la mia punizione.

Poi ho conosciuto Emanuele e lui era davvero perfetto. Era un ragazzo con evidenti problemi comportamentali, di una timidezza disarmante, che alcuni definivano “sociopatico”. A quasi 30 anni, non aveva mai avuto una ragazza anche perché era profondamente cattolico. Avrebbe fatto l’amore la prima volta solo dopo il matrimonio. A questo punto l’ho sposato. Ema è stata la mia espiazione e la mia nemesi. In tre anni abbiamo fatto l’amore solo con lo scopo di concepire Mattia, nostro figlio. Per un anno ci abbiamo provato, ma niente. Il problema ero certamente io. Come potevo meritarmi la grazia di un figlio dopo quello che avevo fatto? Infine, il miracolo. Ho pianto così tanto quando ho scoperto di essere rimasta incinta; in tutti i nove mesi, a ogni dolore, o fitta, mi dicevo terrorizzata: “Ecco, sta succedendo qualcosa. Ora lo perderò”. Invece il nostro Mattia è nato e nei tempi giusti, sano e paffuto. Emanuele non mi ha più sfiorata con un dito, né durante la gravidanza, né dopo. Del resto il sesso fra noi era sempre stato un supplizio. Ma non me ne importava un accidenti, avevo mio figlio, tutto il resto non contava più. Con Emanuele la vita era un calvario e lui era veramente un sociopatico. Si rifiutava di lavorare perché non sopportava di incontrare gente. La sua ricca famiglia comunque gli passava un cospicuo mensile per mantenerci e fortunatamente c’ero io che continuavo a portare a casa almeno uno stipendio. Ema se ne stava tutto il giorno chiuso in camera a comuni- care con fanatici cattolici come lui. Mi aveva proibito di uscire, a parte per andare in ufficio. Non voleva che frequentassi le amiche. Potevo solo recarmi in chiesa con Mattia, la domenica mattina, per la messa. La fede mi ha aiutata molto in questo lungo percorso verso il perdono. Per amore di mio figlio ho sopportato questo inferno per quasi dieci anni, poi ho capito che mi ero punita a sufficienza.

Alla fine, me ne sono andata con Mattia e sono tornata a casa dei miei. Lentamente, passo dopo passo, con l’aiuto di uno psicoterapeuta ho rimesso a posto quasi tutti i pezzi della mia vita. Ho cercato di capire, di accettarmi e di perdonarmi.

Nel frattempo Mattia era diventato uno splendido ragazzo, intelligente e molto maturo per la sua età: evidentemente qualcosa di buono lo avevo fatto anch’io. Emanuele non ha mai cercato di riprendersi suo figlio. Ero tranquilla finalmente, ma ora che stavo meglio sentivo anche prepotente in me il bisogno di innamorarmi, di capire cosa fosse il vero amore. Inoltre Mattia, ormai maggiorenne, era sempre meno presente.

Ma ero decisa ad aspettare. Non sarei andata con un uomo qualunque solo per paura di restare sola per sempre.
Ho atteso tanto e un giorno, in coda al supermercato, come in un film di quelli a lieto fine, ho conosciuto Sergio. Tante volte lo avevo notato nel quartiere a spasso con il cane, o dal fruttivendolo, ma non c’era mai stata occasione di parlarci. Credetemi, a più di 50 anni ho incontrato l’amore della mia vita. Tutto è stato diverso con Sergio. Ci siamo conosciuti per gradi, non abbiamo bruciato le tappe. Il mio amore per lui è cresciuto giorno dopo giorno, e così il suo per me. Intelligenza, sensibilità, onestà, simpatia e anche passione: non avevo mai pensato di poter trovare tutte queste qualità in un solo uomo, ma ho dovuto ricredermi.

Anche Sergio aveva alle spalle un matrimonio infelice con la persona sbagliata. Pur conoscendo molto del mio passato, non mi ha mai giudicata e mi ha sempre fatta sentire la regina del suo cuore. Fra le sue braccia, mi sono sentita a casa. Quindi era vero, esisteva, era questo l’amore, l’unione perfetta di due anime e di due corpi. Sergio mi ripeteva spesso: «Amore mio, non sarebbe stato meraviglioso incontrarci tanti anni fa? Nella nostra pizzeria, io con i miei amici, tu con i tuoi, un sabato sera. Poi, in coda alla cassa, a pochi metri uno dall’altra, sentire il tono melodioso della tua voce, avvicinarci e riconoscerci. Avremmo iniziato a uscire insieme, ci saremmo innamorati e avremmo vissuto la nostra perfetta vita insieme».

Quando Emanuele mi ha finalmente concesso il divorzio, io e Sergio abbiamo cercato casa e organizzato le nozze, il giorno più bello della nostra vita. Mattia, il mio testimone, era tanto felice per me.

Ho avuto la fortuna di vivere sei meravigliosi anni d’amore insieme al mio Sergio in un appartamento pieno di luce e sul nostro terrazzo abbiamo coltivato rose e ortensie. Eravamo davvero felici, poi lui ha avuto un incidente in moto. Lo hanno preso per i capelli, è giunto in fin di vita all’ospedale. Dopo un intervento di sette ore, lo hanno messo in coma farmacologico, ma la diagnosi non è stata per niente positiva. La speranza che sopravvivesse era assai debole.

Uno può essere credente o meno, ma non vi nascondo che, quando ho saputo che il mio amore era in fin di vita, ho subito pensato che non avrebbe potuto andare diversamente. Non era giusto, ma non potevo oppormi. Sapevo che le preghiere non avrebbero cambiato la sua sorte. Era lui ad andarsene, vero, ma ero io che restavo, irrimediabilmente sola, a pagare il prezzo più alto. Perché non a tutti, ma ad alcune persone la vita presenta il conto ed era giunto per me il momento di pagare. Lo dicevo senza rancore, semmai col rimpianto di aver fatto una serie di scelte che avrei potuto evitare. Ho pianto tutte le mie lacrime e pregato Dio che lo la- sciasse vivere e prendesse me perché ero io quella che si meritava di morire. Evidentemente avevo vissuto la dose massima di felicità che il cielo poteva concedermi e restare su questa terra senza Sergio sarebbe stata la mia punizione.

La fede mi avrebbe aiutata ad accogliere il disumano senso di vuoto con il quale avrei convissuto. Il destino esisteva e il mio era quello di vivere sola nel ricordo dell’unico grande amore della mia vita.

Sono rimasta sempre al suo fianco, non ho mai smesso di parlargli, pur non credendo che ci sarebbe stato alcun miracolo.

Quando dopo alcuni giorni i medici mi hanno detto che c’era la possibilità per Sergio di salvarsi, visto che stava reagendo ed erano comparsi nuovi segni vitali, mi sono accasciata sulla sedia. Non era possibile, Dio mi aveva perdonata? Oppure ero io a essermi perdonata?

Ho quasi paura a dirlo a voce alta, ma Sergio è tornato a casa. Si sta riprendendo, anche se una parte di me deve ancora convincersi che è vero.
Mentre parlo al telefono con mio figlio, lui è proprio qui seduto accanto a me, sul nostro terrazzo. Dopo tanto tempo sorrido mentre penso che il nostro destino sia proprio quello di essere ancora felici insieme. Per tutto il tempo che verrà.

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