Pietra su pietra

Cuore
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Riproponiamo nel blog una delle storie vere più apprezzate del n. 48

 

Io e Michele ci siamo sposati per volontà delle nostre famiglie e non per desiderio reciproco. La nostra unione è stata come un palazzo da costruire con pazienza, dando all’amore la possibilità di crescere giorno per giorno. Una vicenda d’altri tempi? Mica tanto

STORIA VERA DI MENA T. RACCOLTA DA GIOVANNA BRUNITTO

 

«Ragazze, avete presente come si costruisce un palazzo? Come prima cosa si scava, poi si aspetta che le fondamenta si stabilizzino. Dopo, piano piano, pietra su pietra, si edifica il resto. Quando si inizia a intravedere l’edificio, la parte che regge tutto, quella nascosta, è stata già realizzata. L’amore è così, si costruisce pezzo a pezzo e quando è pronto per navigare nel mare della vita significa che le fondamenta sono già solide». Le ragazzine dell’oratorio dove sono volontaria mi hanno fissato e per un po’ non hanno detto niente. Poi è intervenuta Marcella, la più pronta del gruppo, e mi ha chiesto un parere sulla situazione di una loro amica che continuava a scambiarsi messaggi con un ragazzo che le rispondeva solo dopo qualche ora. Ho riso tanto per la tenerezza che queste ragazze mi ispirano, così intelligenti e piene di conoscenze, eppure così indifese davanti ai sentimenti. Solo qualche ora è una porzione di tempo che oggi può sembrare eterna, ma quando ero giovane le attese erano mesi, se non addirittura anni. La mia storia in particolare è stata una vera e propria costruzione sulla quale probabilmente neanche io e Michele avremmo scommesso, un palazzo che è cresciuto a dispetto di noi stessi. Marcella quando ha sentito che parlavo di anni ha sgranato gli occhioni azzurro cielo e mi ha chiesto se la prendessi in giro. Poi lei e il gruppo di amiche si è diradato nel parco, ma sapevo di averla colpita e infatti qualche giorno dopo è tornata da sola e mi ha chiesto di raccontarle la mia storia.

Non parlo volentieri del mio matrimonio, almeno di come è iniziato, ma con lei ho fatto un’eccezione. Le ho letto negli occhi una “fame di emozioni” alla quale non ho saputo resistere e parlarne in fondo è come rivivere un po’ i tempi che sono stati. Michele è originario del mio paese ed era un mio cugino alla lontana. Siamo nati in un paese che divide la Calabria dalla Basilicata e il Monte Pollino ci faceva capolino nelle belle giornate di sole. Sin da piccoli tutta la famiglia era al corrente che noi ci saremmo sposati, l’avevano deciso i nostri padri quando si erano accordati per coltivare dei terreni di proprietà di entrambi. Più dei pendii secchi e rocciosi in realtà, ma allora quello c’era e attraverso la terra ci sfamavamo, pertanto unire due patrimoni era vantaggioso per le famiglie. Entrambi gli affari, quello della terra e del matrimonio, erano stati accompagnati da una salda stretta di mano. Così il tempo passava e io crescevo con la certezza del matrimonio già pronto appena avrei compiuto gli anni giusti. A un certo punto Michele era partito per il Nord, c’era una fabbrica di Milano che aveva affisso degli annunci di lavoro in un comune vicino, nei quali chiedevano buone braccia in cambio di uno stipendio. Gli anni Cinquanta avevano portato prosperità al Nord e il bisogno di manodopera offriva la possibilità, a chi aveva il coraggio, di una vita diversa da quella offerta dalla nostra terra. Era un’occasione e lui l’aveva colta. Per me non era cambiato molto, avevo continuato la mia vita e poi quasi non lo conoscevo, era più un’idea che un fidanzato vero e proprio. Allora non ci era permesso uscire e, laddove pure fosse stato possibile, il nostro paese era composto da una manciata di case appollaiate sulla sommità di una collina che non offriva nessun posto dove poter stare, né riparo dagli occhi degli altri. Non ricordo se lui mi piacesse o meno, ero una ragazzina e non pensavo al futuro, semplicemente non mettevo in dubbio quello che la mia famiglia aveva programmato per me. C’ero io, i miei fratelli e le mie sorelle, la campagna e i panni da lavare alla fontana del paese. Poi quando ho compiuto 16 anni, mia madre disse che l’estate successiva mi sarei sposata e sarei partita per Milano con mio marito.

Un po’ ero spaventata e un po’ desiderosa di scoprire qualcosa di nuovo, sposarsi era l’unica occasione per uscire da casa propria. Non pensavo all’amore, tra donne nelle sere d’inverno davanti ai camini si raccontava che fosse qualcosa destinato solo ai ricchi; poter scegliere l’uomo o la donna con la quale trascorrere la vita non era cosa per noi povera gente. L’idea di ribellarmi a un matrimonio imposto e scelto da altri non mi aveva mai sfiorato, così facevano tutti e così avrei fatto anch’io. Michele arrivò in paese qualche giorno prima del matrimonio. La mia famiglia si occupò della dote che ci avrebbe accompagnati nella vita matrimoniale e la sua preparò un buffet per la festa. C’è una foto che conservo gelosamente scattata dal fotografo del paese nella quale ci sono io con gli occhi sgranati come se fossi meravigliata, ma non si capisce se sono contenta o meno e Michele, magro e rigido come uno stoccafisso, che fissa un punto lontano. Non ci guardiamo in quella foto e sarà così per tanto tempo. Guardarsi negli occhi significa riconoscersi, trovare nell’altro quella luce riflessa che illumina anche te, ma per noi era presto.

A questo punto Marcella mi ferma incredula e mi chiede di ripetere per vedere se ha capito: ci siamo sposati senza conoscerci bene e perché lo volevano i nostri genitori? Al mio cenno di assenso, si scatena con le domande. Come possono avermi imposto una cosa del genere? Lei non l’avrebbe mai accettato, piuttosto avrebbe pianto, urlato, sarebbe scappata. Insomma, qualsiasi cosa pur di non sposare qualcuno che non le piacesse. Lei mai avrebbe permesso ai suoi genitori di scegliere per lei un ragazzo, insomma l’uomo della vita! Ma io come avevo fatto a resistere? Com’era possibile? Gli occhioni strabuzzati letteralmente nei miei per l’incredulità e la voca alterata con una nota di compassione per me. Le accarezzo il capo per rassicurarla e anche per accompagnare il resto del racconto. La vita, le dico, non si risolve mai in un giorno o in un evento per quanto estremo questo possa essere e, per quanto riguarda l’imposizione del matrimonio, allora era così e non si giudica con gli occhi di oggi, sarebbe sbagliato. Anche se era stata una costrizione, era quello il modo per sopravvivere in un momento storico e in un luogo dove anche mangiare tutti i giorni era un problema. Tornando al mio matrimonio, la nostra nuova vita in un monolocale alla periferia di Milano era iniziata. Non ero delusa perché in realtà non avevo aspettative. Sapevo da quello che mi aveva insegnato mia madre come si tenesse in ordine una casa, come si cucinasse e sapevo di dover adempiere a doveri coniugali. Sull’ultima frase Marcella ridacchia e mostra come l’adolescenza poi sia uguale da sempre, il pensiero dell’intimità tra due persone per una ragazza è una sorta di sogno velato. Per me invece era un dovere come un altro. Abbiamo parlato poco o niente io e Michele nei primi tempi del matrimonio, un po’ perché il lavoro in fabbrica lo teneva via quasi tutto il giorno e un po’ perché non sapevamo cosa dirci. Lui era molto cambiato dal contadino che conoscevo, era un giovane uomo che cercava di vestirsi bene, che leggeva libri, giornali e che andava al cinema appena poteva con gli amici. Una volta aveva portato anche me, ma di quel film francese non avevo capito nulla e non ero più voluta andare. A casa era cortese, gentile ma distante e io non mi lamentavo, già questo era tanto. Ricordo che tante mie vicine di casa certe mattine avevano dipinto in viso le sfuriate dei mariti tornati a casa ubriachi o solo ansiosi di sfogare rabbie represse sulle mogli. Oggi incontrare una donna per strada con segni di percosse sarebbe uno scandalo, ma nei primi anni Sessanta in quella periferia di Milano non era una cosa tanto strana. Piano piano mi ambientai alla nuova casa, al quartiere e iniziai a uscire anche da sola. Come prima cosa imparai a camminare in strada senza foulard in testa, a capo libero. Vedevo le altre che lo facevano e decisi di uscire anch’io così. Qui Marcella ride proprio di gusto e mima con una pashmina poggiata sul tavolino che si passa sul capo l’andamento da vecchina. In realtà non era così, io camminavo eretta e guardavo ben avanti, solamente che i capelli al vento mi avevano detto che erano qualcosa di disdicevole per una donna sposata e io li coprivo. Poi iniziai a occuparmi dei conti di casa e a fare la spesa.

Fu proprio una di quelle mattine, mentre stavo andando a comprare della carne in una macelleria che distava qualche chilometro da casa, che vidi Michele. Ero scesa dal tram e stavo cercando di orientarmi in mezzo alla piazza, tra i vialoni di Milano e la gente che correva in ogni dove. Il mio sguardo fu attirato da un giaccone rosso che mi sembrava conoscere. Era lui, mio marito. Era d’altra parte della strada e parlava con una donna bellissima. Mi nascosi dietro la pensilina del tram per non essere vista e, a mia volta, osservare bene loro due. Lei aveva un tailleur bianco e nero avvitato con una longuette che accompagnava il corpo armonioso e rideva di gusto. Era affascinante. Mentre la scrutavo, alzò una mano verso il viso e aspirò una sigaretta. Un gesto che mi colpì profondamente. Quelle che fumavano al paese erano considerate donne di malaffare, invece lei era molto raffinata, non vi era nei suoi gesti ombra di volgarità. Ma quello che mi scioccò completamente fu l’espressione di Michele. Lui rideva, con una gioia in viso, una rilassatezza che con me non aveva mai avuto. Era a suo agio e soprattutto era felice. Bello come mai mi era capitato di vederlo. Fui assalita da un’ondata di gelosia che mi travolse. Le lacrime scendevano senza che io potessi fermarle. Non avrei mai retto il confronto con quella donna, lo sapevo. Il nostro matrimonio era stato imposto anche a lui e, pur avendo obbedito al volere familiare, le sue idee sull’amore erano evidentemente altre. Io avevo pensato che sarebbe bastato vivere insieme per essere felici, ma la realtà adesso mi sbatteva in faccia ben altro. Tornai a casa sconvolta. I pensieri galoppavano veloci ma nessuno si fermava per riuscire a mettere a fuoco cosa fare. Volevo parlare di quello che avevo visto con qualcuno, ma con chi? A casa non mi potevo rivolgere perché non avevano il telefono e comunque non mi sarebbe servito a niente perché le idee di mia mamma e delle mie sorelle erano di fingere sempre, a oltranza. Avrei potuto parlare con Michele, ma cosa gli avrei detto? Con me non hai mai riso così come con quella donna? Non mi sembrava un buon approccio. Decisi allora di provare a sentire Anna, una ragazza di origine siciliana che viveva nella nostra stessa casa di ringhiera. Avevamo scambiato qualche chiacchiera e qualche consiglio casalingo, era l’unica con la quale mi sentivo a mio agio e poi aveva un rapporto di confidenza con il marito che io neppure sospettavo fosse possibile. Li avevo intravisti baciarsi sulle scale, guardarsi con desiderio, toccarsi mentre camminavo come a dirsi l’un l’altra che c’erano. Io ero lontano mille miglia da quella intimità con Michele. E qui, cara la mia Marcella, viene la costruzione, quello che cercavo di spiegare l’altro giorno a te e alle tue amiche. Ad Anna raccontai quello che avevo visto e le dissi del matrimonio voluto dalle famiglie, della routine quotidiana serena ma lontana da quella sua, che pareva fatta solo di amore e desiderio. Io e Michele in fondo eravamo più due conviventi che una coppia. Anna mi guardò e mi chiese se davvero ci tenessi a lui, perché se era vero che il matrimonio nessuno me l’avrebbe tolto, negli anni Sessanta il divorzio non era previsto dalla legge, restava il fatto che lui come uomo era lontano da me. In quel momento, forse per la prima volta, in libertà e senza costrizioni, pensai a Michele con trasporto. Lo trovavo bello e simpatico, ma non glielo avevo mai detto. Anche i suoi interessi, che aveva cercato di farmi conoscere, li avevo allontanati perché non mi sentivo all’altezza. Non si deve mai dare per scontato nulla in un matrimonio e io l’avevo fatto. Anna mi consolò e mi disse che l’amore, oltre al desiderio, è anche pazienza e io dovevo averne. La piena, così definì il trasporto che avevo visto negli occhi di Michele per l’altra, passerà e tu sarai ancora al suo fianco, però stavolta pronta ad amare davvero se vorrai. Io volevo e la piena passò davvero.

Ci volle un po’ e approfittai di quel tempo per trovare una mia strada. Non volevo più essere la ragazza scesa dal cocuzzolo della montagna. Tagliai un po’ i capelli, mi vestii alla moda e trovai un lavoro in un negozio di frutta. Le sere che Michele era a casa e non era di turno gli chiedevo di uscire, di andare al cinema o solo a farci una passeggiata. Una di quelle sere gli presi la mano mentre eravamo in strada e lui non si divincolò. Iniziammo a parlare di tutto e spesso lui si meravigliava di quanto fossi informata, anche sulle questioni politiche e sociali che in quegli anni iniziavano a diventare cruciali. Lavorare in frutteria mi aiutava perché ero a contatto con tante persone diverse e ascoltavo tutti, poi mi facevo delle idee mie e gliene parlavo. In parole povere iniziammo lentamente ad innamorarci. Una domenica mi portò all’Idroscalo per un picnic. Raggiungemmo la zona cambiando due tram e un autobus, ma quando arrivammo fu meraviglioso. Non avevo mai visto barche a vela e canottieri, era tutto bellissimo e io non facevo che ridere e stare attaccata al braccio di Michele. Non sapevo se si fosse mai innamorato di me, ma tutti gli sforzi fatti fino ad allora erano valsi la pena solo per trascorrere una domenica così. All’ennesima risata piena di gioia, Michele mi sussurrò all’orecchio “ti amo”, le parole più dolci che avessi mai sentito. Quella sera si può dire che fu la nostra prima notte di vero amore ed erano trascorsi già due anni da che eravamo sposati. Le nostre fondamenta adesso erano solide. Il resto poi venne da sé e fu più facile. Arrivarono i nostri figli e nuovi lavori e nuove case, ma noi con pazienza avevamo fatto sì che il nostro amore potesse nascere e crescere, gli avevamo dato tempo e speranza. Ecco, cara Marcella questa è la mia storia. Lei mi guarda e mi fa cenno col capo, ha capito. Per quanto la sua vita oggi sia più semplice e libera, l’amore è sempre lo stesso, è un palazzo che va tirato su pietra per pietra e che non deve temere inciampi. L’amore è costruzione. ●

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