Raccontare è meglio che tacere

Cuore

C'è chi è propenso a raccontare i fatti più intimi della propria famiglia e chi, invece, preferisce tacere. Io appartengo alla prima categoria

Ci sono cose che la maggior parte della gente non ama raccontare di sé, soprattutto quando non rispecchiano il normale corso degli eventi. Così, un fatto negativo che all’inizio viene nascosto per paura, vergogna o comunque un sentimento di disagio, spesso diventa di tale riservatezza da trasformarsi in un tabù.

Questo significa che l’affermazione La mia famiglia ha un segreto (è il titolo di un articolo su Confidenze in edicola adesso) riguarda più o meno chiunque. Con sfumature diverse, a seconda di contenuto e consistenza della discrezione celata.

Di solito, gli argomenti più “imbarazzanti” sono quelli legati ai soldi o agli amori. Tant’è che per appassionare, un feuilletton dev’essere intriso di clamorosi rovesci economi e peccaminose relazioni clandestine. Che per avvincere il lettore fino all’ultimo non possono rimanere sommersi. Infatti, come per magia a un certo punto saltano fuori e diventano di dominio pubblico.

Magari contro il volere degli interessati, lo stesso accade (troppo spesso) nella realtà. Soprattutto al giorno d’oggi, visto che tra social e balle varie è impossibile muovere un passo senza che si venga a sapere. Neppure se si ha l’accortezza di evitare selfie, perché c’è comunque il rischio di ritrovarsi pubblicati (del tutto ignari ma super riconoscibili) sullo sfondo di foto altrui.

Proprio per questo motivo la mia idea è sempre stata quella di vivere alla luce del sole, nonostante provenga da una famiglia le cui vicende sono degne di un romanzo d’appendice da premio Pulitzer.

Non sto a raccontare il lungo elenco di fatti che ha costellato la nostra vita (chi mi conosce li sa e agli altri risparmio il tedio). Eppure, vi assicuro che non mi è mai venuto in mente di nasconderne neanche uno. Non per particolare senso del pudore, ma perché sarebbe stato del tutto inutile. E vi spiego i motivi.

Il primo, ammetto banale, è che, appunto, sarebbero lo stesso corsi di bocca in bocca. Non nella loro già infinita crudezza, tristezza o complicatezza, ma addirittura infarciti di dettagli completamente inventati che li avrebbero resi ancora più imbarazzanti. Tanto valeva, allora, non farne segreto.

Il secondo, è che se io sono io (nel bene e nel male) è perché ho vissuto tante esperienze abbastanza pazzesche. Che non mi sono piaciute, ma che ho accettato esattamente come le rughe: segni inevitabili che parlano di me. Nel modo in cui ognuno può giudicare come meglio crede, visto che sono lì pronte a dichiarare la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità.

Certo, i segreti dei clan di parenti a volte sono ingombranti e pesanti come un fardello. Non a caso, per togliere loro gravosità si usa dire «Succede anche nelle migliori famiglie». Ma c’è un’altra strategia geniale per alleggerirli: fingere che appartengano alla vita di un’eroina della letteratura e trasformarli negli argomenti clou della sua storia.

Della serie è la fantasia a superare la realtà o viceversa?, insomma, basta immaginare che qualcuno stia leggendo un libro pieno di colpi di scena, risvolti inaspettati e dettagli torbidi (gli ingredienti che trasformano un romanzo in un best seller). E calarsi con fierezza i panni della protagonista.

A quel punto, ogni fattaccio diventa talmente l’apice del racconto, che nasconderlo è addirittura un peccato. Perché quando la confessione prende il posto dell’inconfessabile, tutto il clamore assume l’entità di una chiacchiera da bar o di una disquisizione sull’ultimo successo di Netflix. Cioè, di importanza pari allo zero.

Ne sono così convinta che esorto coloro che vogliono scoprire qualche segreto della mia famiglia a chiedermelo. Lo racconterò nei minimi dettagli, con la precisione e la fedeltà del più sincero cronista.

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