Il mio angelo

Cuore

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Marta ha bisogno di essere protetta e io ho l’età giusta per fingere di essere il suo fidanzato. È solo il mio lavoro da guardia del corpo eppure sento che la sua presenza ha un effetto positivo su di me

STORIA VERA DI DANIEL B. RACCOLTA DA SIMONA MARIA CORVESE

 

«Daniel, il capo ti vuole parlare» mi dice un collega al rientro dalla mia pausa pranzo. Salgo al nono piano per andare a sentire cosa mi deve dire Fabrizio. Lui è l’investigatore privato titolare dell’agenzia e credo di sapere di cosa mi parlerà. Sono stato a pranzo con alcuni colleghi e la sua assistente, Simona. È stata lei a dirmi che stanno cercando una persona della mia età che faccia da bodyguard a una ragazzina di 17 anni, glia di un direttore del personale che ha ricevuto minacce. Simona ha proposto me. Gli altri qualificati per questo lavoro, che sarà sotto copertura, sono troppo anziani per non dare nell’occhio.

Le porte dell’ascensore si aprono, interrompendo i miei pensieri. Entro nell’ufficio di Fabrizio con la speranza di ottenere quel lavoro.
Le cose infatti evolvono come ho sperato: il capo mi affida il compito di proteggere Marta e di tenere gli occhi aperti se noto qualcosa di sospetto tra le persone che frequenta. Nel pomeriggio vado a casa della ragazza e parliamo un po’ per conoscerci. Capisco subito che è timida ma credo di esserle riuscito simpatico. Lo è anche lei e la sua gentilezza mi colpisce. Entro in azione ufficialmente in occasione della prima festa natalizia cui partecipa Marta nel fine settimana.

La sera della festa, quando entriamo in discoteca, destiamo l’attenzione di molte sue amiche. Subito si crea un piccolo capannello di ragazze intorno a noi. Salutano Marta, ma scrutano me con molta curiosità.
Marta, come abbiamo concordato, spiega che sono il suo danzato. «Siamo insieme da poco» dice alle amiche.
«Non ti ho mai visto in giro. Non sei di Milano, vero?» osserva una delle amiche. Mi studia, poi fa scivolare lo sguardo su Marta: ha stampata in volto l’espressione tipica di chi dubita che due persone così differenti come noi possano formare una coppia.

Marta la rassicura. «Daniel è figlio di un amico di mio padre. Ha vissuto in Scozia no a poco tempo fa con la madre. Ora vuole trascorrere un po’ di tempo qui in Italia con il padre».

L’amica annuisce, ma dal suo volto non pare voler scomparire uno sguardo scettico.
«Brava la nostra Marta» afferma lasciando trapelare un tono invidioso. «Ti credevamo tutti ancora una bambina e invece guarda che ragazzo ti sei trovata!».

Marta ha detto la verità. Io sono il tipico scozzese, molto alto, capelli neri, carnagione chiara e occhi blu. Non ho l’aspetto di un italiano e l’amica di Marta l’ha capito subito. Quello che però mi infastidisce nella ragazza è il tono con cui si rivolge a Marta, come se non la ritenesse capace di affascinare qualcuno. Marta è una bella ragazza, non le manca proprio nulla per piacere agli uomini. Seduto su un divano accanto a lei, osservo la sua reazione. Sorride, ma non risponde e mi sembra persino intimidita. Mi fa tenerezza. Istintivamente cerca un sostegno nella mia mano. Sto al gioco e intrecciamo le dita. Sembriamo due fidanzatini. La verità è che quel contatto mi scuote, mi fa provare qualcosa per lei. Non so ancora che rapporto ci sia tra lei e la compagna di classe, ma osserverò con discrezione nei prossimi giorni per capirlo.

L a serata scorre tranquilla mentre conosco tutti i compagni di classe di Marta e noto che uno di loro, Marco, è interessato a lei. La guarda spesso, ma è un po’ timido. Provo un’assurda gelosia, cosa mi succede? Non so se lei si è accorta di aver destato la sua attenzione. Fatto sta che nel corso del tempo lo sorprendo a guardarmi come un rivale in amore guarda il nemico.

Prima della fine della serata molte amiche di Marta mi chiedono il numero di cellulare. Sarà un’impresa tenere a bada tutte queste adolescenti. Sorrido al pensiero. Dubito che tra loro si possa nascondere l’autore delle minacce rivolte al padre della ragazza. Fabrizio, il mio capo, ha già raccolto elementi che lo portano a pensare che tutto sia iniziato nell’ambiente lavorativo.
Usciamo dal locale che è ormai quasi l’una di notte. È un bellissimo venerdì di dicembre con una stellata meravigliosa e l’aria pungente.
Mentre stiamo andando a prendere la macchina, Marta mi si avvicina. La osservo e mi sembra bellissima con quella cascata di capelli lunghi dorati e gli occhi chiari.

«Sei davvero scozzese, Daniel?» mi chiede con una gentilezza che mi fa sciogliere.
«Lo sono per metà» le spiego. Il fiato mi esce dalla bocca formando una nuvoletta, tanto fa freddo a quell’ora. Mi stringo nel cappotto e allungo il passo per scaldarmi, ma subito dopo rallento. Marta mi arriva sì e no alle spalle, non ce la fa a starmi dietro.
«Mio padre è uno chef italiano. Mia madre è scozzese e con mio zio ha una palestra a Edimburgo. Quando vivo in Scozia, lavoro per loro. Lì ho frequentato i corsi di karate, no a conseguire il terzo dan, un buon livello» le racconto.

Camminando siamo arrivati alla macchina. Saliamo velocemente per riscaldarci.
«Vivi da molto qui in Italia?» mi chiede lei, ancora curiosa.
Le spiego che sono a Milano da un anno. Vivo nella casa di mio padre che al momento lavora negli Emirati Arabi. Ha conosciuto dei clienti che si sono innamorati della sua bravura e lo hanno portato con loro per tre mesi. Presto però tornerà a Milano, dove lo attende un contratto con un hotel a cinque stelle e staremo un po’ insieme. Marta ascolta con attenzione le mie parole. «Che cosa ti ha portato in Italia, Daniel?».
Le confesso di aver conosciuto Fabrizio, il mio capo, mentre era in missione in Scozia, un paio
di anni fa. Io ho sempre sognato di diventare un investigatore e l’ho da subito ammirato.
Lui è esattamente quello che vorrei essere io tra qualche anno.
Ho imparato molto da Fabrizio su questo lavoro, ma negli ultimi tempi il rapporto professionale tra noi non è più lo stesso. Fabrizio mi dice che sono impaziente di fare cose più grandi di me e questo può portarmi a commettere errori sul campo.
Marta mi rassicura. È certa che presto supererò questo ostacolo e mi sorprende ringraziandomi per la mia presenza. «Sei il mio angelo di Natale, Daniel» dice con dolcezza.
La sua sensibilità mi tocca nel profondo. Avvio il motore dell’auto e per tutto il tragitto non parliamo più, assorti come siamo nei nostri pensieri.

Non faccio in tempo ad arrivare a casa mia che il cellulare mi notifica dei messaggi. Sono due amiche di Marta che mi chiedono di uscire insieme una delle prossime sere. Una delle due è la ragazza da cui Marta è intimorita.

«Belle amiche!» mormoro ridacchiando.
Le feste e l’inverno trascorrono velocemente e ho modo di conoscere meglio Marta e le persone che frequenta. Nessuna di loro è una minaccia per la ragazza, ma è accaduta una cosa spiacevole. Alcune compagne di classe la deridono, capeggiate dalla ragazza che ho conosciuto la sera della festa natalizia in discoteca.
Io ho accettato amicizie virtuali con queste ragazze per poterle studiare e ho dovuto constatare con amarezza che sul suo conto hanno fatto girare commenti offensivi, al limite del bullismo:“Sembra una bambina”,“Cosa ci fa insieme a quel bel ragazzo?”,“Ma hai visto che faccia ha? Lei vicino a lui fa vomitare”. Senza parlare dei tentativi di seduzione che ho ricevuto da alcune di queste ragazze all’insaputa di Marta.
La mia presenza per fortuna toglie forza a simili insinuazioni. Finché sono qui ad assolvere il mio compito, dimostro che Marta piace a un ragazzo più grande.
Lei si è accorta delle maldicenze e ci è rimasta male. «Sono contenta che tu mi sia vicino. Se non fossi stato qui per investigare sulle minacce che ha ricevuto mio padre, sarei stata completamente
sola ad affrontare questa situazione» mi ha confidato, chiedendomi di non parlarne ancora ai suoi genitori, già preoccupati per altri motivi. Marta è una ragazza matura. Durante questi mesi ho avuto modo di conoscerla: è sensibile e dolcissima. È morbida, ma non è certo grassa. Il suo bel modo di fare ha messo a dura prova la mia professionalità. Devo pensare a proteggerla sotto copertura, ma mi è sempre più difficile tenere a bada i sentimenti che comincio a provare per lei. In compenso sto facendo ingelosire il compagno di classe conosciuto a dicembre.

Passati sei mesi, la mia agenzia investigativa ritiene sia giunto il momento di organizzare la mia uscita di scena senza insospettire.
«È ora di fingere una bella rottura del vostro fidanzamento» mi ha detto Fabrizio.

Faccio presente che non è il momento giusto per farlo. Con tutte le maldicenze che girano sul conto di Marta, si consoliderebbe l’idea che è stata lasciata perché non è abbastanza attraente per un uomo. “E comunque, sono incapace di lasciarla andare” vorrei aggiungere, ma non posso.

Suggerisco allora una soluzione diversa e Fabrizio mi dà il suo benestare. Decido di sbloccare una volta per tutte la situazione con Marco, il pretendente timido.
Voglio vedere Marta felice prima di andarmene.

Negli ultimi giorni della mia missione mi applico per essere particolarmente premuroso con lei. Quando l’aspetto all’uscita di scuola l’abbraccio teneramente davanti a tutti. In alcuni momenti ho persino l’impressione di non fingere e che tra noi ci sia veramente qualcosa. Fatto sta che le mie premure nei suoi confronti hanno sortito l’effetto voluto. Qualche giorno fa il mio rivale in amore si è fatto avanti, scrivendole un bigliettino.

Ho parlato con Marta per capire se Marco le piace e credo che non lo sappia neanche lei. Si sente lusingata dall’interesse che lui le mostra, ma è ancora troppo presto per parlare di un vero sentimento. Credo che Marta si stia affezionando a me quanto io mi sono affezionato a lei in questi mesi. A ogni modo non voglio incoraggiare questa simpatia tra noi. Ho diversi anni più di lei e conduco una vita molto libera, non posso chiederle di legarsi a me. Eppure sono combattuto: provo dei sentimenti per lei, non solo attrazione. Lavoro per farle vedere Marco sotto una luce nuova, che lo renda interessante, e i miei sforzi vanno a segno.

Nell’arco di poche settimane la simpatia tra loro due decolla e io posso uscire di scena, fingendo di essere stato lasciato da lei.
Agli occhi di tutti coloro che stavano cercando di ridicolizzarla, risulta che è stata Marta a lasciarmi perché ha ritenuto più interessante Marco.

Ho mostrato la mia tristezza per la ne della nostra storia, ma non ho finto: l’ho provata veramente nel momento del distacco e l’ho letta anche nei suoi occhi. Spero che non finga di essere interessata a Marco perché ha capito che tra noi due non c’è futuro. “Vergognati, Daniel” mi dico. “Hai creato tu questa situazione, frenando i tuoi sentimenti”. Metto così a tacere la mia coscienza. Fabrizio mi ha fatto i complimenti per come ho condotto la missione. Nessuno ha mai sospettato che fosse tutta una finzione. Nonostante l’encomio, le nostre incomprensioni sono diventate sempre più forti.

Mi sento pronto per ruoli di maggior responsabilità, ma lui non vuole darmi fiducia.
Decido così di lasciare l’agenzia investigativa e di tornare a Edimburgo. Forse è questa mia impulsività che lascia diffidente Fabrizio. La stessa che mi ha impedito di credere in un futuro con Marta. Ho bisogno di riflettere e torno per un po’ a lavorare nella palestra di famiglia.

I mesi trascorrono, ma non riesco a dimenticare Marta. Mi domando se sia giusto ricontattarla per un saluto, per sentire la sua voce.
Un pomeriggio di luglio, mentre tengo una lezio- ne di difesa personale, ricevo una visita in pale- stra. «Daniel, c’è una ragazza che ti cerca. Quando hai finito passa in reception» mi avvisa mio zio Duncan.

Con mia grande sorpresa scopro che la ragazza è Marta. «Cosa ci fai qui?» chiedo maldestro e ancora sopraffatto dalla sorpresa. Sono così felice di rivederla che è impossibile celare i miei

sentimenti in questo momento. Marta se ne accorge.
È raggiante, ma anche sollevata dalla mia reazione: forse temeva che io non gradissi la sua visita.
«Sono qui in vacanza studio. Tutti gli anni trascorro un mese in Irlanda. Quest’anno ho preteso che mia madre mi mandasse a Edimburgo. Ancora non si spiega perché io abbia voluto fare in modo diverso dalle altre volte» mi risponde ridendo, maliziosa.
«Come hai fatto a trovarmi, piccola Sherlock Holmes?» le chiedo ridendo, mentre le offro un tè alla macchinetta self-service. Marta rivela di aver parlato con l’assistente di Fabrizio, ottenendo da lei
l’indirizzo della palestra di mio zio. Simona e io ci siamo tenuti in contatto in questi mesi e lei mi ha fatto capire che ho ancora possibilità di tornare a lavorare con loro. Sono io che non ho ancora sciolto i miei dubbi.

Chiedo a Marta come vanno le cose con Marco e scopro che non sono più insieme. «Non ho mai provato per lui quello che provo per te» confessa.
Ho un attimo d’imbarazzo e non riesco a dirle che anch’io le voglio bene. Spero di non averla ferita.

Apprendo però che le sue compagne hanno smesso di tormentarla e sono felice di aver contribuito a fermare quei comportamenti così morti canti per lei.

Per tutto il mese Marta e io ci frequentiamo, lasciando liberi di esprimersi i nostri sentimenti. Lei mi convince a seguire le mie aspirazioni e in autunno torno a Milano, ma non prendo subito contatti con l’agenzia investigativa. È per lei che sono tornato. Un sabato mattina andiamo a correre al parco Sempione e lei mi sorprende. Incontriamo suo padre e Fabrizio, e anche loro vogliono fare un po’ di moto, anche se hanno deciso un percorso diverso.

Prima di separarci i due uomini mi salutano e il padre di Marta mi ringrazia per il buon lavoro che ho fatto con sua glia. Finito l’allenamento, Marta e io ci fermiamo ad ammirare il Castello Sforzesco. In quel momento arrivano Fabrizio e il papà di Marta. Lei mi saluta dicendo che fa ancora due passi con il padre, lasciandomi solo con Fabrizio. Comprendo che ha organizzato quest’incontro, ma le sono grato per l’iniziativa. Alla ne Fabrizio e io ci chiariamo. Lui capisce che sono pronto ad assumere ruoli di maggior responsabilità e io mi impegno a lavorare molto sulla mia impulsività.

Marta è il mio angelo e mi ha rubato il cuore. Grazie a lei ho capito che il mio futuro è in Italia come investigatore privato, e mi sento un uomo fortunato ad averla come compagna. ●

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