Un giorno, uno sconosciuto

Cuore
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I nostri sguardi si stanno dicendo: “Come sei bella”, “Anche tu”, “Sei sexy con quella camicetta”, “L’ho comprata grazie a te”, “Adesso, però, vorrei togliertela”, “Anch’io vorrei che tu me la togliessi”

Storia di Ilaria C. raccolta da Vera Forte

«Allora, hai proprio deciso?».
«Sì. Partirò fra due settimane», dico alla mia collega.
«E i tuoi cosa ne pensano?».
«Mia madre è agitatissima, piange come se dovessi trasferirmi sulla luna».
Quando ho telefonato a Günter, per dirgli che ho ottenuto un anno di aspettativa non retribuita e che perciò potrò raggiungerlo a Colonia, ha urlato di gioia. Strano per un tipo compassato come lui. Mi ha sorpresa, anche se so benissimo che non aspettava altro. Ci siamo conosciuti al mare, due estati fa. Mi ha corteggiata ostinatamente e, alla fine, ho ceduto. Abbiamo fatto l’amore sulla spiaggia, la sera prima della partenza. È stato bello, molto dolce, ma mai avrei immaginato che quella storia avrebbe avuto un seguito. Invece, Günter non ha mollato. Ha cominciato a scrivermi e-mail, prima una volta alla settimana, poi sempre più spesso. A Natale, mi ha fatto un’improvvisata, presentandosi a casa mia con fiori e regali, sorprendendo me, i miei genitori e le mie amiche, che si sono tutte innamorate di lui. Mi pare ancora di sentirle: «Che uomo fantastico», «Un vero cavaliere», «Ragazzi così non ne esistono più!». Insomma, Günter mi ha travolta con la sua dolcezza, le sue premure, le sue attenzioni quasi un po’ d’altri tempi.
Per due anni, abbiamo fatto i pendolari dell’amore.
E adesso, finalmente, posso provare a vivere con lui e stare tranquilla per un po’. «Secondo me sei matta a lasciare il lavoro, la tua famiglia, gli affetti, e per cosa?», sbraita mia madre che, da quando le ho comunicato il mio programma, non si dà pace. «Almeno ti sposassi», sospira.
«Mamma, il lavoro non lo lascio. Se vedo che con Günter le cose non vanno bene, posso sempre tornare. E mi pare più logico provare prima a vedere se mi ambiento a Colonia, se imparo la lingua e, magari, se trovo un lavoro piuttosto che infilarmi una fede al dito, che mi vincolerebbe per sempre».
«Angela, lascia stare questa povera ragazza », interviene mio padre, in mio favore.
«Bravo, mettiti pure tu! Nostra figlia se  ne va lontano, a casa di un uomo di cui sappiamo poco, di cui non conosciamo la famiglia e…». Non finisce la frase, scoppia a piangere e va verso la camera. Faccio per seguirla, ma mio padre mi ferma: «Ilaria, lasciala perdere. Cerca solo di comprendere. Sei sempre la sua bambina. Vorrebbe essere felice per te ma non ce la fa, o meglio, fa fatica. L’unica cosa a cui riesce a pensare è che tra 15 giorni non sarai più qui».
«Va bene, papà. Grazie comunque perché fai il tifo per me».
«Sono solo convinto che i figli debbano prendere la loro strada. Hai 27 anni, sei laureata, hai un lavoro e ora te ne vai per amore. Mi mancherai, ma sono felice per te», sorride il mio papà.
Scrivo a Günter, raccontandogli della disperazione di mia madre, e lui, che pur di rendermi la vita tranquilla farebbe i salti mortali, risponde immediatamente: “Ilaria cara, puoi rassicurare Angela. Insieme a te, adotterò un po’ anche i tuoi genitori. La prossima settimana, qualche giorno prima del tuo arrivo, mi trasferirò in un appartamento più grande, così avremo una stanza anche per gli ospiti. Ti amo. Tuo Günter”.
«Mamma, mamma, Günter mi ha scritto che avrete una stanza tutta per voi».
«Dici sul serio?», chiede, incredula. Le faccio leggere il messaggio e, per un istante, il suo viso si rilassa. L’idea di potermi venire a trovare, evidentemente, la rincuora.
Due settimane dopo, sono in aeroporto con mamma, papà e Anna, la mia amica. Siamo tutti commossi e devo ammettere che, quando ci abbracciamo prima di separarci, mi assale un’angoscia incredibile. «Posso sempre cambiare idea», mi ripeto mentre mi sistemo in aereo. Ma già pregusto la cenetta romantica, che Günter avrà senz’altro preparato per me.
«Ilaria, sono qui». Sento la sua voce, ma non riesco a individuare il mio fidanzato. C’è tanta gente all’aeroporto di Colonia. Mi faccio largo tra la folla, poi lo vedo: alto, magro, il viso illuminato dalla felicità. Ci abbracciamo fortissimo e poi gli cedo i miei bagagli. «Per ora ho portato le cose indispensabili. Presto andremo in Italia a trovare i miei e a prendere tutto quello che mi serve».
«Certo, amore. Faremo come vuoi tu».
La famiglia di Günter abita in un quartiere residenziale. Il nuovo appartamento, che lui ha preso in affitto, è poco distante da dove stava prima, in una palazzina elegante. Ci sono tre camere, due bagni, salone doppio con camino, una cucina abitabile e un guardaroba. «È bellissimo! Come faremo a pagarlo?», chiedo dopo averlo girato tutto, di corsa.
«Non ti preoccupare. Finché non ti sarai ambientata penserò io a tutto», mi risponde il mio tesoro prendendomi in braccio.
«Pazzo! Cosa fai? Mettimi giù».
«Eh no, mia bella italiana, per me, oggi, è come se ci sposassimo e voglio rispettare la tradizione. Entrerò nella nostra stanza portandoti tra le braccia». E mi solleva, mi porta nella nostra camera da letto e mi adagia sul letto matrimoniale, da dove non ci muoviamo per il resto della serata. La cenetta romantica è rimandata, e ci perdiamo in coccole e tenerezze. Günter ha chiesto qualche giorno di ferie per aiutarmi ad ambientarmi. Il giorno dopo, siamo a pranzo dai suoi e, nel pomeriggio, da sua sorella, che ha pochi anni più di me ma è già sposata con tre bambini. Nei giorni successivi, Günter mi accompagna a visitare alcune scuole di tedesco. Ne scelgo una, che richiede la frequenza quotidiana di quattro ore, poi il mio fidanzato mi accompagna all’università. Nonostante parli discretamente la lingua, per capire tutti i passaggi burocratici ho bisogno di lui.
«Vedrai, Ilaria, nel giro di sei mesi il tuo tedesco sarà ottimo e a settembre potrai fare l’esame di lingua all’università, per far approvare la tua laurea. A quel punto cercherai un lavoro».
«Speriamo», è il mio commento. «Tu sei così ottimista. Non voglio pesare completamente sulle tue spalle. Potrei fare qualche lavoretto, dove anche il mio tedesco da autodidatta possa bastare».
«Tipo?».
«Tipo cameriera in un ristorante».
Günter si blocca, mi prende per le spalle e mi guarda serissimo: «Ilaria, non voglio assolutamente che tu lo faccia. Posso mantenerti, finché non troverai un lavoro adeguato al tuo titolo di studio. Non sei venuta per fare la cameriera. Chiaro?».
Lo abbraccio, pensando che sono stata fortunata a incontrare un uomo come lui. Quando racconto l’episodio alla mia amica Anna, lei sospira: «Puoi dirlo forte, Ilaria. Tientelo stretto. Figurati che Paolo, quando siamo in pizzeria, vuole sempre che ciascuno paghi la sua parte. Per non creare imbarazzo, dice lui».
«Che cafone!», rispondo ridendo.
«Più che cafone, tirchione».

Nel primo mese, sono troppo impegnata a sistemare la casa, a conoscere il quartiere, la famiglia e i colleghi di Günter per sentire la mancanza dei miei familiari o degli amici. Quasi ogni sera, poi,  abbiamo ospiti a cena. Non ho mai cucinato così tanti spaghetti in vita mia! Günter esce prestissimo al mattino e, alla sera, cerca di non fare tardi. Non sempre ci riesce, però, così spesso sono sola. Un po’ faccio i compiti, un po’ telefono in Italia, un po’ scrivo e-mail. La casa è bella. Il salone, con il camino acceso, è accogliente e mi piace, quando viene buio, accendere tantissime candele, in particolare accanto alle finestre del salone, che sono senza tende, di modo che da fuori si veda la loro luce calda e tremolante. Non posso davvero dire di sentirmi sola, però un po’ di nostalgia è sempre in agguato. Per fortuna, quando Günter rientra, le mie ansie spariscono, anche perché non passa giorno in cui rientri senza portarmi un pensiero: un dolcetto, una candela, dei fiori, un libro, un bijou.
«Smetti di farmi tutti questi regali», gli dico, mentre scarto l’ennesimo pacchettino, che contiene un braccialetto con tanti ciondoli a forma di elefante. «Ma tu sei pazzo! Questo è troppo. L’avrai pagato un capitale».
Anche stasera facciamo l’amore sull’onda del mio abbraccio riconoscente. Capita quasi sempre così. Lui mi porta il suo regalino, io lo abbraccio per ringraziarlo, lui mi bacia sul collo, mi fa capire che ha voglia di me e finiamo a letto. C’è qualcosa che m’infastidisce, però, in questo modo di fare all’amore. È come se si fosse creato uno schema, ormai prevedibile. «Ma no, sono io che mi metto in testa idee ridicole», mi dico, ripromettendomi di non pensarci più. Invece, nei giorni successivi, sto più attenta a me stessa, alle mie emozioni e mi accorgo che l’intuizione che ho avuto non è tanto stramba. La domenica mattina, per esempio, mi avvicino a Günter e cerco di suscitare il suo desiderio, ma lui rimane freddo. Anzi, mi dice: «L’abbiamo già fatto ieri, quando ti ho regalato le tazzine per il caffè con la scritta espresso in italiano». Resto di sasso. Da un lato vorrei ridere, ma dall’altro scuoterlo e chiedergli se dice sul serio. Scelgo una via di mezzo: «Tesoro, abbiamo tutta la mattinata per noi, non devi andare al lavoro, possiamo starcene qui tranquilli. Perché non ci facciamo qualche coccola? Dopo, magari, facciamo un bagno insieme», ammicco.
«Non abbiamo tutto questo tempo», dice perentorio. «Mi sono dimenticato di dirti che oggi vengono a pranzo Annette, il marito e i bambini. Naturalmente vogliono mangiare…».
«Spaghetti», dico io arrendendomi e perdendo ogni entusiasmo. Da quel momento, mi ritrovo a osservare Günter con più attenzione. Non mi ero mai accorta di quanto fosse metodico. Anche nei miei confronti. È come se calcolasse tutto al millimetro. Forse, quello che gli permette di prevenire i miei desideri è proprio la sua capacità di calcolare. Inizio a provare un certo fastidio per questa sua studiata freddezza. Ogni tanto, provo a tendergli veri e propri agguati: gli salto addosso mentre si sta facendo la barba o mentre si veste. Mi presento in abbigliamento intimo sexy quando è già sulla porta, ma lui nulla. Anche se non sta andando al lavoro e non ha fretta, si limita a sorridere un po’ imbarazzato e mi dice: «Ilaria, sei proprio una gattina», poi mi dà un bacio e se ne va.
Oggi, dopo la scuola, non ho voglia di tornare subito a casa. Me ne frego se stasera viene Hans, il migliore amico di Günter, con la sua nuova fidanzata a cena. Non ho voglia di cucinare. «Günter ha detto che non sono venuta in Germania per fare la cameriera, ma non voglio nemmeno fare la cuoca. Per cena, cucinerò spaghetti al burro. Se gli va bene, bene, altrimenti pazienza», mi dico e decido di andare in centro, nella zona commerciale, a vedere un po’ di vetrine. Ho voglia di comprare qualcosa e posso attingere a un po’ di risparmi che mi sono portata dall’Italia e che, finora, non ho toccato.
Acquisto dei jeans a sigaretta, perfetti con un paio di stivaletti tipo camperos che ho visto qui vicino e che ora vado subito a provare. Ho già speso abbastanza, ma ho ancora voglia di qualcosa di carino, di un po’ sexy. Magari riesco a mettere un po’ di pepe in Günter. Entro in un negozio, al piano rialzato, e ha delle vetrine che affacciano sulla strada. Mentre armeggio tra gli stendini stracolmi di abitini, camicette trasparenti, scialli e foulard e mi accosto al viso quelli che colpiscono la mia fantasia, sento uno sguardo fisso su di me. Alzo gli occhi verso la strada e vedo un uomo, che mi fissa con lo sguardo divertito. Faccio finta di non vederlo, ma resisto poco. Guardo nuovamente verso la strada e il tipo è ancora lì. Adesso, non si limita più a sorridermi, ma indica l’omino che ho nella mano destra. Accosto la camicetta al busto, come se la stessi provando, e lui annuisce convinto, come per dire che devo prendere proprio quella. “Che impiccione!”, penso e scappo nell’altra sala, dove lui non può vedermi. Comunque, alla fine compro proprio quella camicetta.
Quando esco dal negozio mi guardo in giro, per vedere se il ragazzo dallo sguardo tenebroso è ancora lì. Invece, non c’è nessuno. Meglio così. O no? Un po’ mi dispiace, aveva un’aria davvero intrigante. Per consolarmi entro in una caffetteria e ordino una cioccolata con panna. Mentre affondo il cucchiaio nella montagnetta bianca, una voce alle mie spalle mi fa sobbalzare. «Allora, l’hai comprata?».
Mi giro e chi vedo? Lui, il mio consigliere misterioso, è seduto a qualche tavolino dal mio. Si alza e viene verso di me con un sorriso che mi scioglie. Avrà una quarantina d’anni e rughe impercettibili vicino agli occhi, che rendono il suo sguardo ancora più affascinante. «Mi chiamo Julius», dice allungando una bella mano grande e nodosa.
«Piacere, Ilaria», rispondo tenendo gli occhi bassi. Faccio fatica a guardarlo in faccia. Ho paura, ha uno sguardo magnetico, che mi sconcerta.
«Italiana?».
«Sì». Mi aspetto che mi dica le solite frasi, tipo: «Bella l’Italia» o «Buona la pizza», invece niente. Con grande naturalezza si trasferisce al mio tavolo, portandosi dietro la sua cioccolata (senza panna) e mi fissa: «Perché non provi la camicetta? Così mi fai vedere se ho visto giusto».
«Qui? Come faccio?».
«Vai in bagno, la indossi e torni qui».
Non so neppure il perché, ma ubbidisco come un automa, senza replicare. Dopo qualche minuto rientro in sala con la camicetta nuova, decisamente trasparente. Per fortuna, sopra, ho un giacchino. Ma, appena mi siedo, lui scosta la giacca e mi guarda con aria da intenditore: «Ti sta benissimo, ne ero sicuro». Sorrido come un’ebete. Finiamo la cioccolata in silenzio, lanciandoci sguardi roventi. È la prima volta che mi capita di parlare in modo esplicito con gli occhi e di capire perfettamente cosa mi sta dicendo la persona che ho di fronte. I nostri sguardi si stanno dicendo: «Come sei bella», «Anche tu», «Sei sexy con quella camicetta», «L’ho comprata grazie a te». «Adesso, però, vorrei togliertela », «Anch’io vorrei che tu me la togliessi».
Sorpresa da questi pensieri audaci, arrossisco e, per un istante, mi ricordo chi sono e come mai mi trovo in un bar di Colonia. «Sono qui perché mi sono trasferita per stare con il mio fidanzato», mi dico. Però, quando Julius si alza, si infila la giacca e mi prende per mano, lo seguo.
Camminiamo per un po’ nel quartiere, in silenzio. Poi, Julius mi dice, a bassa voce: «Ti va di venire da me?».
«Sì», rispondo soltanto. E contemporaneamente, come se non avessi fatto altro in tutta la mia vita (invece, giuro, è la prima volta che mi succede), prendo il cellulare e scrivo un messaggio a Günter: “Sono in ritardo, a scuola hanno organizzato un aperitivo tra compagni e non lo sapevo. Scusami con Hans. A dopo. Baci”.  Insomma, mi sono creata un alibi e se l’ho fatto è perché ho intenzione di passare le prossime ore con questo sconosciuto che mi ha stregata.
La sua casa non è lontana e affaccia su un piccolo parco dove giocano tanti bambini. È un appartamento non grandissimo, ma luminoso e arredato con grande gusto.
«Sono un architetto», dice, quasi per rispondere al mio sguardo ammirato. Mi leva la giacca, mi slaccia il golfino: «Qui puoi stare solo con la camicetta. Resta così, per me. Fatti guardare». Mi fissa per un po’ con quegli occhi grigi che mi sciolgono, poi mi si avvicina e infila le mani sotto la camicetta. Per un attimo penso a Günter, ma scaccio subito quell’immagine dalla mia testa. Julius, intanto, mi slaccia il reggiseno, sfilandolo dalle maniche. Adesso ammira il mio seno attraverso la camicetta e, intanto, mi bacia sul collo e mi sussurra all’orecchio: «Sei bellissima. Appena ti ho vista ho sentito come una scossa, un desiderio incredibile di baciarti».
«Ti capita spesso?».
«Quasi mai».
“Eh già! E io ti credo?” penso. Deve essere  un tipo abituato a conquiste del genere, ad avventure che si risolvono nell’arco di una sera. “E io ci sto cascando” mi dico, mentre le sue mani lungo la schiena mi fanno rabbrividire e mi lascio andare, fregandomene se sto cascando nella rete di quest’uomo vissuto. Nel giro di qualche minuto mi ritrovo a fare l’amore tra le sue braccia. Subito dopo, la mia parte razionale riaffiora, dicendomi che devo sbrigarmi, tornare subito a casa da Günter. Mi rivesto in fretta e scappo via. Julius mi ferma sulla porta e mi dice: «Se vuoi rivedermi non devi fare altro che tornare qui o cercarmi alla caffetteria, nel tardo pomeriggio».
Non rispondo e, mentre cammino veloce verso l’autobus che mi riporta a casa, sbircio nelle vetrine, cercando di vedere se sono a posto: i capelli, i vestiti. Sì, mi sembra tutto okay. “Sono gli occhi che parlano da soli” penso mentre sono in ascensore e, allo specchio, vedo il mio sguardo acceso. Entro in casa e trovo Günter che apparecchia, mentre Hans e la sua fidanzata sorseggiano un aperitivo. «Scusate il ritardo».
«Amore, vieni. Ho già messo su l’acqua e ho provato a preparare un sughetto con i pomodori freschi», dice Günter. Con la scusa di andare a controllare, mi precipito in cucina e ci resto finché non è ora di mangiare. In fondo, è meglio che ci siano ospiti stasera, non me la sento di affrontare lo sguardo di Günter. D’altra parte, lui sembra non accorgersi di nulla e, quando ci spogliamo per andare a dormire, non nota neppure la camicetta sexy che ho comprato per lui. Mi addormento in un lampo, pensando che stasera Günter non mi ha portato nessun regalino e, quindi, non ha voglia di fare l’amore. Sembra che questo giochino del fidanzato-papà, che porta i regali alla sua piccolina, sia l’unica cosa in grado di eccitarlo. Invece, a Julius è bastato cogliere il mio sguardo, immaginare il mio corpo, intravedere il mio seno sotto la seta per accendersi e sedurmi.
La settimana successiva, faccio molti buoni propositi per dimenticare l’accaduto e concentrarmi sul mio fidanzato. Invece, martedì, dopo la lezione di tedesco, non resisto e vado alla caffetteria. Varco la soglia, ho il cuore in gola e mi sento spezzata: una parte di me vorrebbe fuggire e un’altra mi spinge a stare lì, a desiderare Julius. Lui non c’è. Tiro quasi un sospiro di sollievo e sto per andarmene quando lo vedo arrivare. Quando mi vede, lo sguardo gli si illumina. Mi si avvicina, mi abbraccia e dice: «Ero qui anche ieri. Non so niente di te, non sapevo come ritrovarti. Ero disperato».
In silenzio, ci dirigiamo verso il suo appartamento. So già cosa succederà e lo desidero. Quello che non so è cosa succederà domani, con Günter. O, forse, so anche questo, so che ho bisogno di passione, di qualcuno meno prevedibile di lui. So anche che non troverò facilmente un altro uomo gentile come Günter. Ma la gentilezza, alla lunga, può essere noiosa. “E la passione, alla lunga, finisce” mi mette in guardia la mia parte razionale. “Sì, ma quando c’è, è bellissima, impagabile, irrinunciabile” le rispondo.
Così, decido di lanciarmi in questa avventura. E di non rinunciare a capire cosa voglio veramente nella vita.

Testo pubblicato su Confidenze 7/2009

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