Un po’ di zucchero

Cuore
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Lina vive sola, non ha figli né amori, adora cucinare. Cosa può cambiare in una vita ordinata e tranquilla come la sua? Leggi la sua storia, raccolta da Francesca Stucchi, scoprirai che le emozioni passano oltre le porte chiuse

Storia vera di Lina S. raccolta da Francesca Stucchi

 
Che bello quando bussi e un’anima buona viene ad aprire, a me capita così di rado. Stare sola è una scelta, una libertà. Nessuno s’intromette, nessuno giudica. Sono originaria di Foligno, ma vivo in Lombardia in un paesino dall’Alto Lario, dove mi sono trasferita 40 anni fa. Una breve vacanza sul lago di Como mi aveva così colpita da farmi decidere, con lo slancio dei 20 anni, di andarci ad abitare. Una villetta nella parte alta del paese, da cui si spalancava una vista mozzafiato, mi era subito piaciuta e avevo speso così l’eredità lasciatami tanto presto dai miei genitori. Era il luogo ideale per lasciarmi alle spalle tutte le sofferenze e vivere in una quiete di cui avevo immenso bisogno.Qui mi conoscono tutti, anche se non ho confidenza con nessuno, forse per il mio carattere un po’ chiuso, misto alla riservatezza della gente del posto.Ho lavorato alle poste fino alla pensione, non mi sono mai sposata, non ho avuto figli e nemmeno un cane. In compenso ho la mia bella casa, una libreria zeppa di capolavori che mi fanno attraversare vite insolite e scoprire luoghi lontani e una sola grande passione: cucinare.

Alla maggior parte delle persone la mia vita tranquilla potrà sembrare poco, ma per me è abbastanza, appagante ed equilibrata.

Quando in banca mi chiedono il numero di telefono, non mi vergogno a dire che non ce l’ho. Non ne ho mai avuto la necessità.

Faccio la spesa in paese ed è un impegno quotidiano, dal momento che amo preparare piatti genuini e gustosi sempre diversi. Come si faceva una volta, vado dal macellaio, dal fruttivendolo, dal panettiere, ci sono ancora al mio paese, anche se adesso vendono un po’ di tutto e qualche giorno fa mi è perfino capitato di trovare vicino alle banane un portachiavi con il mio nome. Mi chiamo Lina, un nome d’altri tempi. Ho un libro di ricette che avrà cent’anni a cui sono molto affezionata e non le ho ancora provate tutte. Spesso le personalizzo, togliendo o aggiungendo ingredienti e variando consistenze e aromi.

Mi diverto e, anche se nessuno lo sa, sono una vera cuoca. Visto che cucinare solo per me sarebbe impossibile e inutile, tre volte alla settimana i volontari di un’associazione vengono a prendere i piatti per i meno fortunati. Sorrido quando consegno il sacchetto con il pranzo, pensando: “Per qualcuno oggi sarà Natale!”. Immagino cosa provi una persona, che non si può permettere molto più che pane e formaggio, nel gustare un piatto preparato con cura: è il mio modo di donare un po’ di bene e fa star bene anche me.

La mia tavola è sempre ben apparecchiata, vi dispongo una tovaglietta ricamata, i piatti di porcellana fine, il calice di cristallo, scosto la tenda per far entrare il sole mentre assaporo le mie creazioni culinarie.

C’è silenzio in casa e tutto batte a ritmo con il mio cuore, scorrono lente e liete le ore. Una sera di dicembre, per scacciare la malinconia che ogni tanto mi si addensa nel petto, ho deciso di fare una ciambella all’arancia, avevo voglia di sentirne il profumo. Conosco la ricetta a memoria, l’ho ereditata da mia nonna e la faccio in diverse versioni, con le gocce di cioccolato, con le mandorle, a ciambella o versando l’impasto in pirofile monodose, in modo che ne escano soffici muffin. Ho infilato il grembiule e preparato gli ingredienti, ma mi sono accorta con disappunto che avevo finito lo zucchero. Non sono cose che capitano a chi cucina come me, mi sono detta che forse erano i primi segnali della vecchiaia. In effetti i miei capelli sono bianchi da tempo, sottili rughe mi si ramificano intorno agli occhi, per leggere ho bisogno degli occhiali e, con i primi freddi, un subdolo mal di schiena mi blocca sul divano per giorni. La mia età non la ricordo mai, ogni volta devo partire dall’anno di nascita e rifare il conto, ma so di non essere più tanto giovane. Di certo, sopra i 60, visto che ho impresso nella memoria il risotto al tartufo che ho preparato il giorno del mio sessantesimo compleanno, facendo risorgere le mie origini umbre, e la nebbia densa che aveva avvolto la casa mentre me lo gustavo in quel particolare mezzogiorno novembrino.

Anche quel compleanno l’avevo festeggiato da sola, ma non mi sentivo triste, ero protetta nella mia casa, scaldata dai profumi che avevo mescolato in cucina.

 

Erano passati alcuni anni da allora e nulla era mutato, solo la mia treccia si era un po’ allungata e avevo deciso di raccoglierla a crocchia. La torta all’arancia la volevo fare, ma erano ormai le otto e il negozio di alimentari era chiuso, avrei dovuto chiedere a qualche vicino.

La villetta accanto alla mia era tutta illuminata, a quell’ora li avrei disturbati, ma non avevo altra scelta. Ho infilato il cappotto, mi sono avviata per il vialetto e ho chiuso gli occhi mentre premevo leggermente il campanello. La vicina, una giovane donna, si è affacciata alla finestra e mi ha riconosciuto: «Buonasera signora, ha bisogno?».

«Un po’ di zucchero» ho risposto, vergognandomi per la frivola richiesta. La ragazza non mi è sembrata stupita, mi ha aperto e mi ha accolto in un colorato soggiorno pieno di giochi.

«Signora Lina, come sta? Si accomodi». I due bimbi mi squadravano con aria seria, ma ho fatto un bel sorriso e mi hanno ricambiato.

«Avevo in mente di fare un torta e mi sono accorta di aver terminato lo zucchero».

Mentre Serena si affrettava a prendere un pacchetto di zucchero, i bimbi si sono tuffati sul divano nascondendosi tra grandi orsi di peluche. «Le dispiacerebbe guardare un momento i bambini? Mio marito torna tardi stasera e ho proprio bisogno di farmi una doccia». Era così carina, poteva avere al massimo 25 anni, anche se la stanchezza le dava un aspetto più adulto.

«Certo, vai pure, gioco un po’ con loro» l’ho rassicurata. Non ricordavo quand’era l’ultima volta che avevo giocato con dei bambini, ma sembravano dolcissimi. Ho notato una cucinetta appoggiata alla parete, di quelle in legno chiaro, con tutti gli accessori,

«Facciamo la torta?» ho proposto.

I piccini erano entusiasti, così mi è venuta l’idea di aprire lo zucchero e versarlo per davvero in due ciotoline di plastica. Quattro occhioni celesti mi fissavano sorpresi e che gioia vederli mescolare con impegno. Ho preso un bicchiere d’acqua appoggiato sul tavolo e l’ho versata nelle ciotole. E poi abbiamo impastato, travasato, versato in uno stampo a cuore e messo in forno.

Quando la mamma è tornata in soggiorno con i capelli avvolti nell’asciugamano, i bambini le hanno offerto orgogliosi la “totta” che avevamo preparato. Temevo di aver esagerato, ma Serena e i bambini sembravano così contenti! Quel momento sapeva di famiglia. Ci siamo salutate ringraziandoci, con la promessa che sarei tornata la mattina seguente con la vera torta all’arancia.

È bastato un quarto d’ora a farmi intendere cosa mi sono persa in tanti anni di solitudine. Da quella sera sono tornata spesso dai miei vicini. Mi sono sorpresa della fantasia che ho nell’inventare nuovi giochi e raccontare storie e di quanta tenerezza sprigionino due testoline bionde quando dai loro attenzione.

Da qualche tempo mi sono accorta che Serena mi vuole bene come se fosse mia figlia e ieri mi sono addirittura guadagnata l’appellativo di “nonna Ina” e abbracci alle gambe che non avevo mai ricevuto prima. È incredibile come un po’ di zucchero possa addolcire la vita.

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