Una torta tutta per me

Cuore

Chi manipola una persona lo fa perché trova terreno fertile? Ecco la storia vera di Grazia P., raccolta da Benedetta Denaro, è la più apprezzata del n. 22

 

Tra poco sarà un anno che sono libera e ho deciso di festeggiare. Mio marito diceva di amarmi, mi era fedele e mi proteggeva. Ci ho messo del tempo a capire che, in realtà, mi stava togliendo l’aria. Ma quando ho aperto gli occhi, sono rinata

STORIA VERA DI GRAZIA P. RACCOLTA DA BENEDETTA DENARO

 

Sono davanti allo specchio e osservando il mio volto mi sorprendo a pensare che finalmente mi piace, mi sembra bello. Certo, ho 46 anni, qualche filo grigio tra i capelli che non ho mai voluto tingere, piccole rughe agli angoli degli occhi e della bocca, ma c’è una luce in questo sguardo che non avevo neanche a 20 anni, e una dolcezza nel sorriso che prima non possedevo. Questo viso non solo è il mio, ma è quello che mi sono guadagnata, il risultato di allegria e di tristezze, di lotte e di errori. Per anni sono stata felice, la mia vita era luminosa e piana. Avevo conosciuto quello che poi è diventato mio marito alla festa di compleanno di un amico comune: uno sconosciuto che mi fissava con occhi verdi e profondi, una presenza che mi si era materializzata accanto con due bottiglie di birra in mano. Chiacchiere, risate, l’immediata sensazione di complicità, un’attrazione quasi palpabile. All’uscita dalla festa, avevamo passeggiato a lungo nella notte per le strade silenziose, e c’eravamo salutati solo all’alba, dopo la colazione in uno dei baretti del lungomare che sfornano cornetti caldi a tutte le ore. Ero tornata a casa con un senso di magia e di attesa nel cuore, con l’intima sensazione che niente sarebbe più stato come prima. Ci eravamo sposati meno di un anno dopo, e mai mi ero sentita più sicura di una scelta, io che ero sempre stata una persona introversa e indecisa. Lui era attento e presente, nonostante il suo lavoro in proprio lo tenesse fuori tutto il giorno, presto arrivarono due bambini splendidi e una casa confortevole e accogliente. Mi dedicavo alla famiglia con gioia, e a lungo mi sono sentita appagata e serena. Quando i ragazzi diventarono più autonomi, pensai che fosse arrivato il momento di dedicarmi un po’ a me stessa. La mia insicurezza mi aveva portato ad abbandonare gli studi dopo il diploma, ma cominciavo a provare il desiderio di tornare sui libri e seguire qualche corso, di trovare un lavoro che mi consentisse di conquistare una mia indipendenza. Le mie giornate erano diventate lunghe, e nonostante il da fare che avevo, la sera mi sentivo profondamente insoddisfatta e vuota. Ecco, appena provai a varcare la soglia di casa per uscire, trovai la porta sbarrata. Il mio desiderio di realizzazione innescò meccanismi perversi, o forse ebbe solo il potere di scardinare un equilibrio fasullo, che si fondava sulla mia acquiescenza. Più io diventavo irrequieta e cercavo nuovi spazi, più mio marito si estraniava, si faceva freddo, mentre io mi tormentavo chiedendomi se lo avessi offeso in qualche modo. Se gli chiedevo cosa avesse, negava: «Nulla… Sei tu ad avere problemi, non io».

Non capii subito cosa stava succedendo. Soltanto adesso, guardando a ritroso, riesco a vedere tutto in prospettiva, con lucidità e distacco. Forse l’incubo iniziò il giorno in cui cominciò a chiamarmi “stupidina”. Lo disse sorridendo, come se fosse semplicemente un vezzeggiativo o un nomignolo affettuoso, e allora pensai che volesse solo prendermi un po’ in giro. Eppure, quel suo “stupidina” divenne ben presto una costante nei nostri dialoghi:

«Sei proprio stupidina, lascia stare… è meglio che vada io a parlare con l’assicuratore». O con gli insegnanti dei ragazzi, o con l’amministratore di condominio. Me la sentivo risuonare dentro, quella parola, e mi sembrava che, a differenza della nota ironica e allegra che ci avevo sentito inizialmente, nel tempo avesse assunto una sfumatura sarcastica, quasi cattiva. Poi cominciarono i silenzi, le distanze fisiche, i rientri sempre più tardivi, gli impegni improvvisi nei fine settimana. Un giorno, tornato a casa, mio marito mi disse di avere spostato il nostro conto corrente personale, fino a quel momento cointestato, in un’altra banca: «Mi hanno offerto condizioni più vantaggiose, e così ho chiuso il vecchio rapporto e ne ho aperto uno nuovo. Visto che tu non c’eri ho dovuto intestarlo solo a me, ma appena possibile ti rilascio una delega».

Peccato che il momento di andare in banca a firmare per la delega non sia mai arrivato: o lui era troppo impegnato, o uno dei bambini aveva la febbre, o sua madre stava poco bene, o pioveva troppo forte perché io uscissi di casa. Se in precedenza tenevamo sempre della liquidità in casa, a un certo punto il denaro cominciò a scarseggiare. «È un periodaccio, alcuni clienti non stanno pagando» mi diceva. E io gli credevo. Dovetti cominciare a chiedergli i soldi per fare la spesa, per gli abbonamenti in palestra dei nostri figli, per potermi comprare anche solo un rossetto. Quando realizzai che a casa non arrivavano più gli estratti conto, gliene chiesi il motivo, e mi rispose che trovava comodo ritirarli direttamente in banca, per evitare i disservizi postali. Anche allora mi sono fidata. Come si crede facilmente quando si ha voglia di credere! Di fatto, non ebbi più la possibilità di verificare la nostra situazione bancaria, o di accedere al conto per prelevare. Io stavo davvero male. A volte mi sembrava di essere vecchia e inutile. Guardavo i miei figli crescere e diventare più indipendenti, e mentre li abbracciavo e li incoraggiavo ad andare, ad avventurarsi nel mondo, mi chiedevo con tristezza cosa ne avrei fatto di me, dei desideri che non avevo saputo accarezzare o stringere così forte, delle speranze che mi erano fiorite dentro e che non avevo avuto la forza di coltivare. Intanto, sembrava che a mio marito non andasse più bene nulla: la pasta era sempre cruda o scotta, le camicie stirate avevano ancora qualche grinza, ero “troppo buona” per educare a dovere i ragazzi, oppure indossavo abiti che “sarebbero più adatti a una donna giovane”.

Ci restavo malissimo, eppure pensavo di essere io a esagerare il significato di quei commenti. Cominciò a decidere ogni questione, anche quelle riguardanti i nostri figli, senza neanche interpellarmi, esautorandomi ai loro occhi.

Più di una volta avevamo parlato della possibilità che io cominciassi a lavorare. Nulla di particolarmente impegnativo: la commessa part time nella profumeria di un’amica o la rappresentante di biancheria per la casa. Ogni volta mi aveva detto che l’idea era ottima eppure, appena si profilava la possibilità di cominciare, c’era sempre qualche imprevisto: mi chiamava dicendomi di avere invitato a pranzo dei grossi clienti e che quindi, considerata l’importanza del rapporto che aveva con loro, avrei dovuto rimandare i miei impegni; la sua macchina aveva un guasto, andava al lavoro con la mia e mi lasciava a piedi, costringendomi ad annullare l’appuntamento. Per quanto tempo andò avanti tutto questo? Anni. Mai ha avuto per me una parola apertamente offensiva, o un gesto anche lontanamente violento. Solo quei messaggi indiretti, buttati là come per caso, solo quel modo di bypassare la mia volontà,

di farmi sentire inadeguata, non all’altezza, sempre un po’ fuori posto. Ma io non ero capace di reagire, la tela di ragno che mio marito mi aveva tessuto intorno era così sottile e impalpabile che non mi rendevo davvero conto di quello che stava accadendo. O forse i miei sensi erano troppo appannati perché fossi in grado di capire che mi stava usando una forma di violenza. Anziché reagire d’istinto, stavo lì a rimuginare, a dirmi che lui mi amava ed ero io a essere troppo suscettibile, o addirittura egocentrica. Se qualche volta provavo a far valere le mie ragioni, si chiudeva in un silenzio offeso e sprezzante che mi faceva sentire in colpa. Non riuscivo a reggere quella tensione, e precipitosamente facevo marcia indietro, quasi a farmi perdonare, cercando di riportare un po’ di serenità tra di noi. Intanto, i rapporti sociali si erano ridotti al minimo. Ogni volta che qualche coppia di amici ci invitava a cena o a uscire, trovava un motivo per rifiutare. Se uscivamo, poi c’era sempre qualcosa nella serata che non andava bene, qualche critica ai padroni di casa, qualche suo commento fuori luogo che creava motivi di malumore. Insomma, piano pia- no, mi ritrovai sola e senza soldi, senza un ruolo e senza più amici. Non sapevo ancora che questo è il risultato a cui ti porta la violenza psicologica, questo stato di solitudine, di assoggettamento, di perdita di consapevolezza e di autostima.

Ma ho capito che c’è sempre, nella vita, un momento in cui la cortina di nebbia si squarcia, e se ne hai il coraggio, puoi guardare in faccia la realtà, oltre la foschia in cui per anni hai brancolato. Una mattina di fine febbraio, poco più di un anno fa. L’aria fredda, ma con un che di trasparente, di cristallino, una sorta di lieve frullo di ali che non si vedono, una scia impalpabile di profumo leggero, che già ti racconta di un’altra stagione. Cammino per strada per andare dal fruttivendolo, e decido di allungare il tragitto e percorrere una strada diversa. Passo davanti all’officina di un meccanico, vecchia conoscenza, e lo vedo mentre smanetta su una bellissima moto. Alza gli occhi dal suo lavoro e mi sorride, riconoscendomi: «Buongiorno! Tra poco la moto di suo marito sarà pronta, è stato un lavoretto da poco… Filerà che sarà una meraviglia, questa signorina! Ottimo acquisto, davvero».
Rimasi interdetta, per un attimo pensai che mi avesse scambiata con un’altra. Ma ci conoscevamo da una vita, era un vecchio amico di mio fratello. Riuscii a recuperare un’apparente calma: «Ok, glielo dirò. Buon lavoro». Ripresi a camminare sempre più frastornata. Mio marito mi negava perfino i soldi per i piccoli acquisti o per la palestra dei miei figli, eppure senza che io ne sapessi nulla aveva comprato una moto di grossa cilindrata… Avrei potuto affrontarlo, chiedere spiegazioni, ma sapevo che avrebbe tergiversato o inventato scuse, forse addirittura negato. Sono stata zitta, ho aspettato. Ma sentivo che qualcosa dentro di me si era irrimediabilmente spezzato.

Qualche giorno dopo sull’Italia intera è sceso un velo opaco: è iniziato il lockdown. Mi sono ritrovata chiusa in casa con marito e figli. Spaesata, senza i riferimenti temporali che avevano scandito le mie giornate, improvvisamente con molte meno cose da fare. Niente figli da accompagnare o faccende varie da sbrigare, visite diradate anche ai miei anziani genitori. Quel periodo di forzata inattività, di silenzio angoscioso e insieme assordante, mi ha messo definitivamente di fronte a me stessa. Giorni infiniti di inquietudine e di incertezza, notti insonni, mentre la mia mente tornava ad analizzare tutto, frasi, episodi, atteggiamenti. Rabbia e pianto mi si mescolavano dentro, mentre lentamente capivo in quale sorta di gabbia ero vissuta. Una mattina, stanca di rimuginare, mi sono chiusa in camera con la scusa di un forte mal di testa, e ho mandato una mail a una mia ex compagna di scuola, avvocata, chiedendole di seguire la mia pratica di separazione. Quella sera, appena mio marito è venuto a letto, gli ho detto soltanto: «Finisce qua. Voglio separarmi».

Non mi ha risposto, mi ha girato le spalle. Mi sono sentita infinitamente sola, ma anche, forse per la prima volta, forte. Mentirei se dicessi che il seguito è stato semplice, perché non è così. Si aprì invece un periodo terribile. Mio marito si era chiuso in se stesso, i miei parenti cercavano di farmi cambiare idea, io soffrivo e mi sentivo in colpa verso i miei figli. Eppure, non ho mai pensato davvero di fare marcia indietro. Mi sono murata il cuore, sono andata avanti a muso duro, senza ascoltare il pianto che avevo dentro, i rimpianti, i ricordi, l’infondata speranza che le cose potessero andare meglio. Ho avviato le pratiche per la separazione, ho lasciato cadere nel vuoto le provocazioni, i tentativi di mettermi contro i miei figli, di ricattarmi.

Triste a dirsi, ma quando finalmente lui ha traslocato in un altro appartamento ho provato solo un immenso sollievo. Appena possibile, ho chiesto aiuto alla psicologa del Consultorio, perché sentivo di dover fare un percorso dentro di me, di cui avevo compiuto solo il primo passo, e grazie a lei ho cominciato a fare i conti con le mie paure e i miei errori, e a comprendere in pieno quanto avevo subito. È vero, il mio ex marito non mi ha mai dato uno schiaffo o uno spintone. Ma la sua era comunque violenza: più subdola, più sottile, e proprio per questo molto meno riconoscibile. Non è facile ribellarsi a chi dice di amarti, ti è fedele e ti protegge. Non è facile riconoscere il limite tra il vero amore e il desiderio di possesso. Da quel periodo di sconforto infinito, è ricominciato tutto: quello è stato il momento in cui ho cominciato a risalire la china.

Nei mesi che sono trascorsi ho fatto la baby sitter e la commessa, mi sono iscritta a circoli di lettura e, soprattutto, mi sono decisa a rimettermi a studiare: sto seguendo un corso per operatori socio assistenziali, per avere più possibilità di trovare lavoro. Perché le donne corrono, quando capiscono in che direzione andare.

Se oggi qualcuno mi chiedesse a cosa ambisco, risponderei che è molto semplice: un lavoro stabile, un futuro per i miei figli, la possibilità di continuare a studiare. Magari, un giorno, un uomo, di quelli con gli occhi limpidi, che sanno guardare oltre e che non hanno paura della tua indipendenza. Chissà…

Intanto, a partire dalla mia esperienza, vorrei dire a chi si trova in una situazione simile: non bisogna smettere mai di ascoltare l’istinto e meglio non fidarci di chi, in nome di un presunto amore, vuole tenerci prigioniere del suo ego. Dobbiamo avere consapevolezza del tesoro immenso che custodiamo, perché il primo dovere che abbiamo è quello di rispettare noi stesse. Ora, mentre guardo finalmente con amore il mio viso allo specchio, penso che tra poco sarà un anno dal giorno in cui ho chiesto alla mia amica di avviare la pratica di separazione. Festeggerò questo anniversario con una piccola torta tutta per me: uova, zucchero, burro, farina, lievito e l’alchimia di tutti questi ingredienti che si fondono per dare vita a una cosa completamente diversa e nuova. Diversa e nuova, proprio come me.

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