Vietato innamorarsi

Cuore
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La storia più apprezzata del n. 24 è Vietato innamorarsi, ve la riproponiamo sul blog

 

Quando arrivai in Italia, molti anni fa, mio padre mi impose la regola che vigeva in Cina: una ragazza deve pensare solo a studiare senza distrazioni. Non ero una ribelle, ma qualche eccezione l’ho fatta… Una in particolare

STORIA VERA DI XIAO XING (SISSI) RACCOLTA DA ANNA BALTIA DELFINI

 

Io comunque non ci volevo venire in Italia. Non che mi piacesse il mio paese, non c’era niente lì, inoltre dovevo fare due ore di viaggio in treno ogni mattina per arrivare a scuola. Perché la scuola nel mio paese in Cina non c’era. Non c’erano un mucchio di cose a dire il vero nel mio paese, ma comunque avevo i miei amici, le mie galline, i miei pomeriggi nascosta nella conigliera a cantare le canzoni delle Thaiti, il mio gruppo K-pop preferito. Sì perché io all’inizio di tutta questa storia volevo fare la cantante. Veramente un po’ tutte le ragazze dalle mie parti vorrebbero fare le cantanti, guardiamo per ore i video online dei nostri idoli preferiti e speriamo un giorno di poter vivere come loro dentro grandi appartamenti colorati a Hong Kong con le vasche a idromassaggio e una vista spettacolare sulla città. Questo era il mio piccolo grande mondo di sogni stipati tutti nella mia cameretta dai muri scrostati in campagna.

Io l’Italia non sapevo nemmeno dove stava. L’avevo forse sentita nominare in qualche tigì e sul mio libro di storia doveva esserci una foto di un quadro di un certo Leonardo. In Cina si studiava sempre parecchio, ma nulla che avesse a che fare con il resto del mondo. A mio padre questa cosa non è mai piaciuta. Diceva sempre che non voleva che facessi la sua stessa fine, a vivere in campagna a spezzarsi la schiena nei campi, lui voleva che andassi all’università. Soprattutto dopo la morte della mamma, si era molto indurito e voleva cambiare, per me, per darmi un futuro.

È stato per questo che alla fine dopo molti sacrifici era riuscito a mettere da parte un gruzzoletto per trasferirci in Italia dalla zia Ping, lei aveva una lavanderia tutta sua, ma aveva deciso di andare in pensione e lasciarcela. Zia Ping aveva vissuto tutta la vita a Roma, in un quartiere che all’inizio non sapevo pronunciare, dicevo Pigneto. Zia Ping è la sorella di mio padre e tutti ci hanno sempre parlato male di lei per il fatto che era “scappata” in Italia con un uomo, uno che aveva conosciuto in Cina e che poi se l’era portata via per sposarsela. La nonna questa cosa non l’aveva mai mandata giù, il nonno invece era già morto e comunque dicevano tutti che pure a lui gli aveva dato un dolore nella tomba.

Io la zia Ping non la conoscevo, se non per le cose brutte che sentivo dire di lei in famiglia. Motivo in più per non voler venire in Italia, era il posto dove era scappata la zia Ping e questa cosa non si doveva fare, punto. Alla nonna la notizia del nostro trasferimento infatti non era piaciuta per niente, le pareva di perdere anche il secondo di figlio. Alla fine mio padre però l’aveva convinta che fosse la cosa migliore per tutti, ma soprattutto per me. Per me? Che sciocchezza! Avevo la mia vita, i miei amici, le mie abitudini, la nonna che mi parlava male della zia Ping. Perché da un momento all’altro doveva cambiare tutto? E soprattutto per andare a stare dall’unica persona che la fetta anziana della famiglia mi aveva insegnato a disprezzare. Eppure era accaduto.

Così dall’oggi al domani ero salita su un aereo con una specie di enorme pinna sulla coda, tutta dipinta di strisce verdi e rosse. Un viaggio lunghissimo, con tre scali, di una fatica mai provata nella vita, ma alla fine eravamo arrivati in Italia, a Roma, proprio dalla pecora nera della famiglia. Quasi subito però avevo scoperto che la zia Ping non era cattiva, anzi era simpatica e anche suo marito Gino non era il mostro che aveva sempre dipinto la nonna. Io però ce l’avevo lo stesso con loro e con mio padre, perché io in Italia non ci volevo stare, non ci avrei mai voluto rimanere per nessun motivo al mondo, rivolevo indietro la mia “vita cinese”, non ci volevo stare in quel Pigneto.

«Si dice Pigneto scema».
Me l’aveva detto Marco, il mio compagno di banco. Era l’unico che non aveva riso quando nel presentarmi alla classe con il mio pessimo italiano, avevo storpiato il nome del quartiere. Io non gli avevo risposto, mi stava già antipatico. Anche se, dovevo ammetterlo, era terribilmente carino. Che mi succedeva? Stavo impazzendo, ecco nemmeno un giorno in quel quartiere dal nome strano e già mi piacevano i ragazzi italiani. Non avrei parlato più con nessuno, semplicemente, punto. Mio padre era contento che non facessi amicizia, mi diceva che dovevo pensare solo a studiare. La mattina andavo all’istituto di ragioneria italiano e il pomeriggio alla scuola cinese di Piazza Vittorio. Alla scuola cinese i ragazzi della mia età erano stranissimi. Parlavano romano. E poi manco conoscevano le Thaiti.

Alla scuola italiana nessuno sapeva pronunciare il mio nome, che è XiaoXing. Avevo provato a insegnargli la pronuncia: “Sciaoscin”, ma non ci riusciva mai nessuno e alla fine avevano preso tutti a chiamarmi Sissi. «Ehi tu, tu tu, la nuova, vuoi venire oggi pomeriggio?». Era stata una ragazza della scuola cinese a chiedermelo, credo si chiamasse Lin, ma per tutti era Laura. Si cambiavano tutti il nome in Italia e la cosa mi infastidiva tantissimo. Me l’aveva chiesto in cinese, forse aveva capito che col romano me la cavavo malissimo. «Dove?».

«Al fast food».
«Cosa?». Aveva chiarito, di nuovo in cinese, che la mia classe del pomeriggio sarebbe andata a mangiare l’hamburger, perché questi strani italo-cinesi si ascoltavano Justin Bieber e mangiavano pizza o patatine americane. Stavo già per rifiutare, quando mi aveva preso la mano e scritto nel palmo il suo numero di cellulare: «Chiamami». Quel giorno ero tornata a casa in lacrime. Mio padre e la zia Ping non capivano cosa mi succedesse, avevano fatto tutti quei sacrifici per me e io invece di ringraziarli strepitavo per tornare in Cina e restare con la nonna e i suoi conigli. Allora ancora non lo sapevo cosa mi avrebbe riservato il destino, pensavo solo che a saltellare fra due culture così diverse avrei finito solo per cadere nell’abisso della più profonda frustrazione.
Lin-Laura però, non me lo avrebbe permesso. Alla scuola cinese aveva iniziato a starmi addosso. Non capivo esattamente cosa volesse, ma faceva di tutto per coinvolgermi nelle attività di gruppo, mi invitava ai compleanni, mi chiedeva di fare i compiti insieme, mi spingeva a fare lunghe passeggiate in centro a “spizzare” i ragazzi italiani, cioè a osservarli da lontano commentando i loro vestiti e tagli di capelli. All’inizio non volevo assolutamente. Poi in Cina è vietato innamorarsi durante l’adolescenza, perché si deve rimanere concentrati sullo studio. A dire il vero però a me non era mai pesato questo. Sono sempre stata molto riservata.

«Chi è quello?» mi aveva chiesto una sera mentre mi accompagnava a casa per fare insieme i compiti di cinese. «Nessuno».
«Un nessuno carino. Che ti saluta» aveva aggiunto Lily maliziosa. Era Marco, il compagno di banco che non ave- va riso quando avevo detto male il nome del quartiere. Quello che giustappunto mi dovevo dimenticare per sempre.

«Smettila…».
«Dài musona, ma poi mica ti morde. Io esco con Riccardo sabato».
«Riccardo? Quell’amico di Jun che lavora in officina?». «Proprio lui. Ha certi muscoletti…».
«Lily, ma sei matta?».
«Perché?».
«Perché non si può».
«E chi lo dice?».
«Mio padre».

«Be’ allora…». Lily aveva usato quel suo tono sarcastico ed era scoppiata a ridermi in faccia.
Eravamo due opposti, lei così aperta ed esuberante, io sempre riservata e timorosa. Aveva fatto una fatica bestiale perfino nel convincermi che mettere dei maglioni- sacco monocolore non era esattamente l’ultima moda. Ben presto mi ero confidata anche su Marco, il ragazzo che trovavo antipatico, ma carino. Non ci era voluto molto perché capisse che in fondo non mi era mai stato indifferente.

«E non ci sei mai uscita?».
«No. Non posso avere distrazioni».
«Guarda che non siamo in Cina, qui non è vietato innamorarsi». Lily era scoppiata di nuovo a ridere e poi mi aveva presa sotto braccio. Era così la nostra amicizia. La famiglia di Lily però aveva idee molto diverse da quelle della mia. Perché mio padre nonostante volesse costruire per me un futuro più solido in Italia, voleva farlo con il “metodo cinese”. Dovevo occuparmi solo dello studio, poi andare all’università e trovare un buon lavoro e solo allora avrei potuto, anzi dovuto, sposarmi e mettere su famiglia, come una specie di gara a tappe. Solo zia Ping mi capiva, passava lunghe ore a raccontarmi la sua giovinezza in quello strano nuovo Paese che ancora sentivo estraneo.

Adesso si faceva chiamare Pina, perché le piaceva di più e perché gli italiani proprio non lo capiscono che la “g” alla fine dei nomi cinesi è muta. Mi diceva di non dimenticare le mie radici, ma di curare anche le mie ali.

Le ali, bel problema le ali, ti spingono verso l’alto mentre le radici ti tirano indietro. Era difficile essere due cose e rimanere una sola, ma zia Ping-Pina questo lo capiva meglio di chiunque altro. Mi aveva raccontato che in Cina spesso questo imperativo dello studio forsennato portava le ragazze prima e le donne poi a ritrovarsi magari con ottime posizioni lavorative, una bella casa, ma nessun marito. Una cosa che non è accettabile per una donna in Cina, specie dopo una certa età. Lei lo aveva capito presto, per questo aveva deciso di scappare, da giovane aveva assistito a un “mercatino degli avanzi” e non le era piaciuto affatto.

«Avanzi?» le avevo chiesto incuriosita e mi aveva spiega- to che in Cina chiamavano così le donne che non si erano sposate dopo i 25 anni, età in cui si doveva necessariamente aver terminato gli studi e trovato lavoro. Se poi questa condizione di single si protraeva ancora per altro tempo, ecco che i parenti della ragazza, ormai donna, si riunivano in alcune piazze portando la foto della tipa e cercandole letteralmente un marito. Sì perché in questi mercatini venivano anche i genitori e i parenti dei ragazzi e degli uomini celibi, oppure i ragazzi e gli uomini stessi e osservando le foto e indagando sulle qualità delle giovani e meno giovani “avanzate” alla società, fissavano appuntamenti al buio per possibili matrimoni. Zia Ping mi aveva detto che si usava ancora. Qualche sua vecchia amica in Cina era finita in questa bizzarra agenzia per incontri fai da te, anche Gino sapeva di questa storia e ridacchiava sempre ogni volta che la zia la raccontava. Prendendola un po’ in giro, le diceva che se non fosse arrivato lui a salvarla, magari pure lei finiva a fare la zitella avanzata.

Non avevo idea che potesse davvero esistere qualcosa del genere, la mia vita prima di arrivare in Italia si era limitata ai conigli e alle canzoni delle Thaiti. Solo allora mi ero resa conto di quanto piccolo dovesse essere stato il mio mondo campagnolo. Adesso dopo tutta quella rabbia per essere stata sradicata dalla mia terra, si era trasformata in una promessa di libertà per le mie picco- le timide ali che sentivo già spuntarmi piano sulla schiena. Continuavo a frequentare la scuola cinese, a parlare cinese, a mangiare cinese, ma ogni giorno di più accoglievo anche la mia nuova terra e cercavo, qualche volta con fatica di far crescere le due culture insieme, senza che nessuna delle due ostacolasse l’altra. Ben presto l’amicizia fra me e Marco si era consolidata, non eravamo fidanzati, ma ci vedevamo spesso e facevamo i compiti insieme.

La cosa però non piaceva affatto a mio padre.
«Non devi vedere ragazzi!» mi aveva intimato un giorno, ripetendomi l’importanza dello studio e poi del lavoro. Dovevo pensare solo a quelli, dovevo finire un percorso che non avevo scelto io con lo stesso entusiasmo di un bambino che scarta i regali di compleanno, secondo mio padre. Figurarsi se avesse saputo che sognavo di diventa- re una stella del K-pop.
«Io non vedo ragazzi».
«E quel Marco?».
«Siamo solo amici».
«Le ragazze per bene non hanno amici maschi».
«Papà in Italia non è così».
«Ma tu devi fare come ti dico io».
«Io non voglio diventare un avanzo!».

Stavolta gliel’avevo detto in cinese, così, di scatto, con una veemenza sconosciuta al mio carattere di solito tanto riservato e tranquillo. La cosa aveva stupito un po’

anche me. Mio padre si era arrabbiato moltissimo con la zia Ping. Le diceva che non doveva raccontarmi certe cose. La zia lo ascoltava paziente, senza dire una parola, lasciandolo sfogare.

Alla fine dopo 10 buoni minuti di grida, zia Ping gli metteva una mano sulla spalla e gli diceva di calmarsi, che le cose tanto si sarebbero sistemate da sole. Un rituale che si ripeteva più o meno identico ogni due o tre settimane. Ogni tanto me li immaginavo da giovani, chissà come dovevano essere state le loro litigate fratello-sorella quando la zia Ping aveva deciso di scappare con Gino.

«Ti riporto in Cina!» minacciava mio padre ogni volta che trasgredivo qualche regola delle sue, io però non gli davo retta, avevo trovato in zia Ping una complice e un’amica. Aspettavo come lei che mio padre si sfogasse, poi gli mettevo anch’io una mano sulla spalla e riprendevo la mia vita, mangiando qualche volta involtini e qualche volta cannelloni, parlando un po’ cinese e un po’ italiano, uscendo con i miei amici Lily e Marco. Credo che tutto sommato mi calzava bene il soprannome Sissi, una

principessa un po’ ribelle, come avrei scoperto studiandola a scuola.
Sono passati molti anni da quelle a volte lunghissime e dure giornate divisa fra due vite, due scuole, due culture, due mondi, ma alla fine incredibilmente e contro ogni mia personale previsione, ce l’ho fatta. Mi sono diplomata e poi laureata, anche se non in ingegneria come voleva mio padre, soprattutto perché dopo cinque anni di ragione- ria a malapena avevo imparato lo scorporo dell’Iva. Pensavo fosse il segno evidente

della mia scintillante carriera del pop dettata già dal destino, ma in realtà non ho fatto nemmeno la cantante.
Sono diventata lettrice bilingue all’università invece, facendo del dono prezioso del plurilinguismo uno strumento di crescita e dialogo, non solo nello studio, ma un po’ in tutti gli ambiti della mia strana vita di ragazzina cine- se trapiantata in Italia. Perché la diversità non è un problema, è sempre una risorsa. Adesso è tutto diverso, ma il ricordo di quel mio primo fortunoso approdo al Pigneto ancora mi fa sorridere. Ora la zia Ping non c’è più e nemmeno la nonna. In compenso c’è Stella, mia figlia, che proprio adesso sta giocando a calcio nel giardino di casa con suo nonno, suo zio Gino e mio marito Marco.

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