Vipera gentile

Cuore
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Vi riproponiamo sul blog una delle storie (del n. 40) più commentate sulla pagina Facebook 

 

Non saprei definire in altro modo Cristina: per anni è stata la mia migliore amica, la confidente sempre disponibile finché non è emersa la sua vera natura. L’ho capita tardi, ma ormai ho pagato per la mia ingenuità

STORIA VERA DI DANIELA C. RACCOLTA DA FRANCA BARDA

 

Una ragazza sta in piedi davanti al mio banco: «Posso sedermi qui?» mi chiede, indicando il posto libero accanto al mio.
«Sì, certo». Mi presento e lei fa altrettanto.
«Piacere, Cristina».

«Sei tu quella che arriva dalla terza D?» azzardo io, pur sapendo già la risposta (la prof di italiano ci aveva preavvertito a riguardo).

«Sì». È tutto ciò che si limita a dire la mia nuova compagna. La osservo di sottecchi mentre si accomoda. Avrà un anno più di me, forse, eppure ha già un aspetto da donna e non più da ragazza. Soprattutto nel corpo, per il seno prosperoso e per i fianchi generosi. Mi viene da confrontare il suo fisico a quello di Annamaria (la mia precedente compagna di banco) e alla sua delicata grazia che una malattia crudele ha da poco portato via.
Un groppo in gola mi impedisce di riprendere a parlare.

A dispetto di quell’inizio non troppo cordiale, un po’ alla volta, invece, con mio grande stupore, io e Cristina avevamo raggiunto un’intesa davvero positiva. Del resto i presupposti perché si venisse a creare fra noi un rapporto di mutuo sostegno, c’erano tutti.

Nessuna di noi godeva di grande popolarità fra le compagne di classe. Lei, in quanto ripetente, io per il motivo opposto: per il mio ottimo profitto che suscitava molte invidie. C’era poi un’altra ragione che mi rendeva oggetto del loro scherno: i miei capelli ricci e crespi, tanto fuori moda a quei tempi.

Questa sorta di messa all’indice di entrambe aveva così finito per cementare un’alleanza che diversamente sarebbe stata inimmaginabile, tanto eravamo diverse come persone. Io riservata e insicura, lei l’opposto. L’evento clou che mi aveva convinto a dare fiducia alla mia nuova compagna di banco ricordo che si era verificato in un momento specifico. «E perché mai non dovrebbe godere dell‘esenzione dall’ora di religione? Ne ha tutto il diritto». L’avevo sorpresa a reagire, in tono indignato, in mia difesa, ai commenti sgradevoli espressi da alcune compagne nei miei confronti, a causa della mia diversa fede religiosa. Dopo quella sua coraggiosa presa di posizione, devo riconoscere che nessuna si era più azzardata ad attaccarmi su questo delicato argomento.

E da quel momento in poi avevo cominciato a fidarmi di lei e, a mettere da parte, il mio abituale riserbo.

Sempre più spesso le facevo delle confidenze, ricevendone in cambio, attenzione e comprensione. Un po’ alla volta Cristina era diventata la mia valvola di sfogo personale. Da parte sua, però, non avveniva lo stesso.

Il nostro era un rapporto a senso unico: da un lato io, sempre più insaziabile nella mia ricerca di approvazione, dall’altro lei, sempre più disponibile a fornirmi consigli, suggerimenti, che io, peraltro nella maggior parte dei casi, neanche seguivo. Mi limitavo a sfogarmi. Pretendevo e basta. Senza ricambiare e tanto meno riflettere che prima o poi, mi sarebbe stato presentato il conto.

In quest’amicizia, all’apparenza così idilliaca, avevano cominciato a insinuarsi delle crepe: dopo i primi due anni di frequentazione assidua, da parte sua erano apparsi i primi segni di critica, se non addirittura di ribellione, nei miei confronti. Non le piaceva il mio modo di vestire, contestava le mie scelte in fatto di libri o film. Ricordo che in quei momenti si faceva largo in me un forte senso di antipatia nei suoi confronti. Quasi intravedessi una minaccia oscura e terribilmente pericolosa pendere sul mio capo. Ma ero uno stato d’animo passeggero che immediatamente provvedevo a scacciare, quasi fosse solo una reazione da narcisismo ferito, sostituita immediatamente da un forte senso di colpa nei confronti della mia cara amica. Più spesso era lei, prima ancora di me, a correre ai ripari.

Solo anni dopo, quando il nostro rapporto di amicizia era proseguito ben oltre la fine del liceo, mi resi conto che da quella situazione di squilibrio era lei, più di me, a trarre vantaggio. Infatti, finché quella relazione così squilibrata avesse tenuto, lei avrebbe potuto continuare a lavorare in sottofondo, a un progetto, al suo progetto, che io neanche immaginavo. Un piano che per me era del tutto sfavorevole e che mi avrebbe trasformata in sua complice. In che modo? Cristina era abilissima nell’utilizzare informazioni, delle quali io, mio malgrado (o forse no?) la mettevo al corrente. E che non riguardavano solo me, ma persone alle quali io ero legata da un vincolo di amicizia e che le avevo presentato. Consentendole così di allargare il suo campo di azione, oltre che a me, anche a coppie mie amiche.

Il piano era sempre quello: sotto un’innocua maschera compassionevole, lei si insinuava tra loro, simile a una vipera gentile. Per iniettare un veleno atto a intaccare la solidità del loro rapporto di coppia, praticando nei loro confronti lo stesso gioco che aveva adottato con me, con ottimi risultati. Da un lato recitava la parte dell’amica affettuosa e comprensiva, sulla cui spalla viene tanto spontaneo e liberatorio appoggiare il capo, e confidare le proprie pene, al punto da rendersi insostituibile. Dall’altro lato, con il marito o compagno della vittima di turno, interpretava la parte della mediatrice di unioni traballanti, giocando il ruolo dell’avvocata difensora dell’amica. Trattandola però, con il partner, come una sciocchina bisognosa di essere ricondotta alla ragione. E da chi, se non da lei, la cara amica?

Io ero stata la sua prima vittima. Sì perché, nel frattempo, eravamo cresciute, io mi ero in parte liberata della mia insicurezza e avevo preso a frequentare un compagno d’università, che mi piaceva al punto da pensare di dare vita a una convivenza. Quando capitava di litigare però, la mia scarsa autostima di sempre tornava a gala
e correvo a confidarmi con Cristina, che si comportava come una via di mezzo tra un prete confessionale in gonnella e una zattera di salvataggio. Sempre presente, sempre capace di confortarmi, si offriva di chiamare lei il mio ragazzo per ”aiutarci a fare pace”. E di fatto, acquistava sempre più potere all’interno della nostra coppia che, a un certo punto, finì per essere del tutto svuotata. Nessuno di noi due si confidava con l’altro, ma entrambi con Cristina. Ci lasciammo, io non mi resi conto in quel momento che la mia “amica” avesse tanta responsabilità in questa decisione e continuai a frequentarla. La vidi così ripetere lo stesso giochino con altre coppie. Non si intrometteva nel loro rapporto con

l’intento di salvarne il matrimonio, bensì con quello opposto: ovvero di distruggerlo in modo di poter prendere il posto della ingenua vittima che si era consegnata con tanta fiducia alle sue grinfie. Sarebbe facile ribattere a queste obiezioni limitandosi a sostenere che, in massima parte, erano unioni destinate a rompersi. Se anche così fosse stato, si sarebbe trattato di scelte volontarie e non frutto di manovre pilotate dall’esterno. Per quanto mi rendessi conto che lei stava replicando lo stesso comportamento con altre coppie di amici, all’inizio l’avevo giustificata, pensando che facesse così per qualche sua insicurezza, per colmare un bisogno emotivo. E in ogni caso, pensavo che da parte sua non ci fosse calcolo.

La persi di vista per un po’, m’innamorai, mi sposai, provai a vivere felice con mio marito. Dopo un po’ riallacciai i rapporti anche con lei, pensando che ormai la nostra amicizia potesse essere più “normale” nel bene e nel male. Più equilibrata anche se più superficiale.

Non mi resi conto subito però che lei non era cambiata. Anzi, era sempre più presa dall’eccitante avventura che stava portando avanti: vestire i panni della distruttrice di matrimoni dietro l’apparente pretesto di portare conforto alle povere mogli in difficoltà. Che, non solo erano ignare di quanto la vipera gentile stava combinando alle loro spalle, ma le erano persino grate, nell’ingenua convinzione che si stesse dando da fare per convincere il recalcitrante marito a tornare all’ovile. Mentre lei lo manovrava per instillargli il dubbio che quella sciocchina e immatura della sua mogliettina fosse incapace di apprezzare in pieno il suo valore, al punto tale da trascurarlo nel cibo, nel vestire e da non sostenerlo nelle difficoltà. E non contenta di ciò, spingeva nel contempo la moglie a lanciarsi in avventure anche brevi, dicendole di non sentirsi in colpa, che certi tradimenti fanno bene alla coppia e via così. Tutto questo mentre lei si esercitava con il marito.

Quando, mi chiedo, ho iniziato a vedere con lucidità il suo gioco, tanto da diventare per lei l’accusatrice più spietata? Una telefonata arrivò a farmi aprire gli occhi in maniera inequivocabile: un’amica comune mi informò che Cristina aveva ospitato a casa sua mio marito con la sua amante.

Fu la classica goccia che fece traboccare il vaso: io divorziai e, al contempo, ruppi definitivamente con Cristina. Lei non era più solo una distruttrice di matrimoni, ma aveva devastato anche la fiducia che nutrivo in lei come amica. Ormai lei non era più niente per me. Solo la personificazione di un inganno che io stessa mi ero creata.
Tanti anni dopo, sbiaditi i ricordi, passando sotto il portone di casa sua, ho sentito l’impulso di suonare il suo citofono.

«Vuoi salire?» mi sono sentita chiedere da una voce, resa un po’ affannata dalla sorpresa. Ci siamo riviste senza particolare emozione, ci siamo scambiate i numeri di telefono promettendo di risentirci. Ma entrambe sapevamo benissimo che non sarebbe successo. Consapevole che il mio maldestro tentativo di riavvicinamento non avrebbe sortito nessun effetto mi arresi davanti all’evidenza non aveva senso cercare di riallacciare. Non era più tempo di inganni ma solo bisogno di verità.

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