Dio è uno solo di Diana Bosnjak Monai

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il 5 aprile di 30 anni fa iniziava l'assedio di Sarajevo, il più lungo assedio della storia moderna. Ce lo racconta questo libro che esce mentre l'Europa brucia ancora

La nonna paterna veniva dall’Armenia, il nonno paterno era un ebreo ucraino trasferitosi a Belgrado. Da parte materna il nonno era di famiglia austriaca, arrivata in Croazia con l’espansione dell’Austria-Ungheria. La nonna materna, invece, proveniva da una famiglia mista: papà croato e mamma serba. Nina si era sposata con un musulmano bosniaco, e così aveva chiuso il cerchio. Cos’era lei, allora? Era musulmana, croata, serba? La verità è che non si sentiva nulla di tutto questo. Ai tempi della Jugoslavia, quando doveva dichiarare la nazione di appartenenza, aveva la possibilità di dichiararsi, semplicemente, jugoslava. In fondo non era quello lo scopo dell’unione? Perché dopo la guerra avrebbe dovuto sentirsi diversa? Durante l’assedio Nina era rimasta in città, come la maggior parte dei suoi concittadini. Nel periodo postbellico aveva lavorato sodo per le forze internazionali al governo: non si era mai tirata indietro, aveva aiutato il Paese a rinascere dalle proprie ceneri. Come avvocato per i diritti umani aveva combattuto per la sua gente, in prima linea, fianco a fianco con Namir. Eppure, quando gli stranieri se ne andarono e il governo bosniaco avrebbe dovuto pensare al proprio futuro, le chiesero più volte di che nazione fosse. Ma lei mica poteva rispondere sono musulmana…Come avrebbe potuto? Sarebbe stato come schiaffeggiare il padre defunto, sputare sul ricordo della madre. Non poteva negare quello che sentiva di essere. Così, semplicemente, si dichiarò jugoslava. Ma una nazione del genere, le risposero, non esisteva più”.

Ho conosciuto Diana attraverso un altro suo scritto, la redazione del diario che il nonno dell’autrice ha tenuto durante gli anni dell’assedio, a Sarajevo. Da allora la seguo con grande attenzione e affetto, è una voce pacata e passionale insieme, ferita e forte, ironica e discreta; per utilizzare un termine solo, ma non potrebbe essere altrimenti, balcanica. Di Dio è uno solo, Sarajevo requiem mi ha fatto dono non appena il romanzo è stato disponibile, una manciata di mesi fa. L’ho letto. Ho atteso. I libri che amiamo non hanno un momento giusto per essere consigliati ma qualche eccezione esiste, come questa.

Il 5 aprile saranno trascorsi 30 anni dal giorno in cui i cecchini cominciarono a sparare su un gruppo di persone che manifestava per la pace lungo le strade di Sarajevo. Il più lungo assedio della storia moderna sarebbe terminato (almeno su carta e forse neanche su quella) 1395 giorni dopo, il 29 febbraio del 1996. Diana ancora una volta ci regala un documento prezioso, la trasposizione letterale delle ombre che una guerra lascia non solo sulla propria Terra ma su chi è andato via per cercare una salvezza, su chi è rimasto. La vita continua, dopo, o in realtà la morte coinvolge tutti e quello che resta è solo l’accesso e l’adattamento a un paradiso o a un inferno, a seconda di come lo vuoi chiamare? Gli uomini e le donne narrati nelle pagine (Diana scrive in italiano, un italiano che ha il suono magico della musica slava) sono ritratti nitidissimi di una storia che non dimenticherete. Ahmet, Nina, Hannah, Mesud, Namir, Emina e le strade di Sarajevo, quelle che c’erano prima, quelle devastate e quelle di poi. Intorno, la Bosnia.
Trent’anni fa i cittadini di Sarajevo lanciarono un appello al mondo: “Give peace a chance”. Mir, gridavano. Pace. Sada. Adesso. Inutile aggiungere altro, oggi. L’Europa, i suoi confini naturali, brucia ancora. La gente, la sua gente, con lei.
Diana Bosnjak Monai, Dio è uno solo, Besa

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