Elizabeth Finch di Julian Barnes

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Un romanzo originalissimo

di Tiziana Pasetti

Trama – Neill è un gran fallito. Ha fallito in amore più volte, ha fallito nel lavoro, cercando una strada tra le sue tante desiderate. Neill è il compimento perfetto dell’uomo contemporaneo: si può dire di aver davvero vissuto senza aver tentato, senza aver assaggiato? Fallire è il sinonimo vivo di morire. Si comincia, ci si innamora, si avvia una carriera: ma ovunque insiste la promessa, per citare il titolo di uno dei romanzi più belli dell’autore, il senso di una fine. E tutto questo lo sapeva bene Elizabeth Finch, professoressa del corso di Cultura e civiltà. Sono passati tanti anni dal giorno in cui la docente si presentò agli studenti conquistandoli con l’esattezza del suo pensiero e con il mistero nei suoi occhi, nella sua vita. Neill stabilirà con lei un’amicizia e una corrispondenza intellettuale che dureranno fino alla fine dei giorni di EF. Da EF Neill erediterà i suoi diari, la raccolta di aforismi, i suoi libri, l’invito a realizzare il suo sogno incompiuto: la biografia di Giuliano l’Apostata, l’ultimo imperatore romano non cristiano. Ma quale parte della storia di due vite vuole raccontarci, Neill? Quanto conosceva davvero Elizabeth? E di se stesso, cosa può dirci Neill?

Un assaggio – Sai com’era fatta, – ha esordito Anna. – Era un misto di candore e di segreti improvvisi. Come pure di sincera solidarietà e di occasionali indifferenze. Parlare con lei non era come parlare con qualsiasi altra donna io abbia conosciuto in vita mia. Perlopiù partono con il racconto del Come-Ci-Siamo-Conosciuti, – aveva aperto e chiuso le virgolette a mezz’aria, – seguito dal Dove-Abbiamo-Sbagliato per finire con il Come-È-Finita e Che-Cosa-Ho-Imparato. Niente di male, per carità: lo faccio anch’io il giochetto di trasformare la vita in un racconto. Lo facciamo tutti. Ma EF non era così. Lei ti offriva l’epilogo ma non la narrazione. E perché? La ragione più ovvia e normale sarebbe per un senso di riserbo e di discrezione. Ma mi sono convinta che ci fosse dietro qualcosa di più profondo: l’idea che una vita, per quanto possiamo desiderare altrimenti, non si riduce a una narrazione – o almeno non come noi la intendiamo e ce l’aspettiamo. (…) C’è un’altra cosa, me l’ero annotata, «L’amore è un misto di passionale e di astratto. Naturalmente, l’astratto lo individuiamo di meno: troppo radicato nella storia e nella famiglia di appartenenza. Ma è per questo che l’amore è essenzialmente un prodotto artificiale. Nel senso migliore del termine, intendo. E quello che definiamo amore romantico è il più artificiale di tutti. E quindi l’espressione più nobile del sentimento, e anche la più devastante»

Leggerlo perché – In una delle ultime righe di questa ‘biografia’ Barnes ci offre la chiave di lettura di questa sua opera deliziosa e originalissima nella strutturazione formale: travisare la propria storia è parte dell’essere una persona. Ho adorato questo romanzo, l’ho adorato perché è schietto nella sua persistente presenza di nebbia. Nessuno di noi è mai chiaro a se stesso eppure abbiamo l’arrogante necessità di credere che gli altri debbano essere catalogati in relazione a noi partendo da un discrimine assoluto: la sincerità. Termine extraterrestre, extrasistolico, extrasmall. Quando Giuliano l’Apostata muore sconfitto si instaura una potenza cieca, quella monoteista: uno e uno solo. Un solo Dio. Un solo amore. Una sola professione lavorativa. Una sola identità. È bastato poco per rinchiudere in un recinto piccolo la mentalità di una parte di mondo. Chiamiamo libertà qualcosa che abbiamo nominato male, abbiamo costruito il falso mito di una ragione luminosa: attenzione, ci dice Elizabeth, attenzione, guardare la nebbia è un esercizio reversibile e di adattamento, fissare il sole porta alla cecità.

Julian Barnes, Elizabeth Finch, Einaudi

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