Gli estivi di Luca Ricci

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Secondo capitolo della quadrilogia delle stagioni, ci porta nei meandri di un matrimonio, sullo sfondo l'estate al Circeo.

La trama – Gli estivi è il secondo titolo in ordine cronologico della quadrilogia delle stagioni cominciata con Gli autunnali , proseguita con Gli invernali e conclusa quest’anno con I primaverili (i romanzi non sono interconnessi). Quindici anni e, per quindici volte, l’estate. A partire dalla prima, che poi è la cinquantesima per il protagonista e io narrante, quella in cui Teresa, giovanissima, compare davanti ai suoi occhi la notte di San Lorenzo, d’improvviso, a tradimento, come un desiderio che non aveva espresso, esaudito da una stella che non aveva visto cadere. Quindici capitoli per raccontare come nasce un’attrazione, come si stempera un’ossessione, come si confonde un cuore. Quindici anni per raccontare un matrimonio e tutti i satelliti invisibili, segreti, che mantengono in equilibrio le sue correnti, le maree, le fasi, il disincanto, la noia, il bisogno. Sullo sfondo il Circeo, la sua sfrontata e nobile bellezza; sullo sfondo Roma, sinonimo esatto e ossimoro di ogni stagione; sullo sfondo la Pontina, strada che crea una magica distanza, collegamento esasperante, poetico. Sullo sfondo, pulitissimo e sporchissimo, l’amore.

Un assaggio – (Sesta estate) – Io e Ester eravamo ancora sposati. Il segreto del matrimonio si fondava sull’aspetto tormentoso di ogni relazione a due, ovvero la sostanziale inconoscibilità – e inviolabilità – dell’essere umano. Per quanti sforzi avessimo fatto, aggraziati o incerti (molto più probabilmente incerti), l’altro sarebbe comunque rimasto un mistero. Per quanto lo sentissimo, lo conoscessimo, lo possedessimo, si arrivava sempre a un punto oltre il quale si stendeva l’ignoto. Ignoto a perdita d’occhio. Era una percezione dell’altro che si avvertiva solo in momenti particolari. Guardandolo dormire, per esempio. O rendendosi conto che la fusione delle anime attraverso i corpi si era rivelata soltanto un’atroce utopia degli esordi. Non conoscere l’altro ci dannava, e tuttavia ci salvava: non ci si sarebbe ami potuti assuefare completamente a un essere che conservava una certa dose di mistero. Ecco perché molti matrimoni, pur nelle secche della routine, nella claustrofobia iterativa, sopravvivevano. Dopo cena mi sistemai sotto il cedro e ancora non avevi risposto al mio messaggio. Finsi tranquillità, distesi le gambe sul poggiapiedi di vimini e mi lasciai rosolare a fuoco lento da quella sera d’estate. Maledette sere d’estate, tutte, nessuna esclusa. Le sere di giugno, che sanguinavano e ti dicevano bugie; le sere di luglio, in cui la luce sopravviveva al tramonto ma come svuotata dei colori; le sere d’agosto, camicette d’organza nera con gli astri al posto dei bottoni.

Leggerlo perché – Intanto per il titolo, perfetto. Poi per il colore della copertina, perfetto pure lui. Ovviamente per la foto, strepitosa. Infine, perché Ricci è, nel panorama letterario che ci gira intorno, un vero alcalinizzante che sfiamma le pagine dalle banalità compositive. Amaro, deliziosamente cinico e quindi davvero l’ultimo dei romantici, Ricci scrive con penna disincantata e allo stesso tempo disarmata, assetata, disperatamente innamorata. Passare i primi giorni di questa nuova estate insieme a lui equivale a spalmarsi il cervello con una fantastica, profumata e non grassa, protezione 50.

Luca Ricci, Gli estivi, La Nave di Teseo

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