Il volto del male di Stefano Nazzi

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Dieci storie di efferati assassini: da Luigi Chiatti a Angelo Izzo, e Martina Levato e e Alexander Boettcher. Per descrivere la "normalità" del male

Trama – Storie di efferati assassini, dieci incarnazioni del male: Luigi Chiatti, Marco Furlan e Wolfgang Abel, Angelo Izzo e Andrea Ghira e Gianni Guido, Milena e Ambra e Veronica, Martina Levato e Alexander Boettcher, Donato Bilancia, Nicola Sapone, Gianfranco Stevanin, Roberto Succo, Gabriele Defilippi. Dieci storie di cronaca nerissima raccontate indagando nel tempo che precede il crimine (o i crimini) e il tempo che lo, li, succede. Non il racconto del fatto estrapolato ma una storia più complessa e spaventosa: il crimine inserito nella vita, il crimine posto al centro della ‘normalità del male’, del silenzio che lo prepara, che lo potenzia. Storie di efferati assassini, dei loro volti senza segni, dei loro ottimi voti a scuola, delle loro mani apparentemente disarmate, delle loro giovani età, delle infanzie passate sotto gli occhi distratti di genitori ‘complici’, dell’infanzia che non passa mai e non cresce, imputridisce.

Un assaggio – I Chiatti vivevano in una villetta a tre piani, a Foligno. Vittorino Andreoli descrisse così la vita in quella casa: «Non credo che la si possa chiamare famiglia. Vivevano in un’abitazione a tre piani e ognuno stava nel suo. La madre era una perfezionista, avrebbe diretto un museo delle cere nel quale tutto doveva essere in ordine, tutto preciso. Il padre, un bravo medico, molto impegnato, ma che non aveva messo il figlio tra i suoi impegni». Luigi era sempre nella sua camera, come se vivesse da solo. Andava a scuola, rientrava a casa, si chiudeva in stanza, scendeva per mangiare, tornava di sopra. Una routine quotidiana, ripetuta giorno dopo giorno. Passava giornate intere senza parlare con i genitori né con nessun altro. La madre raccontò, quando tutto era già successo, che il bambino (ndr. adottato all’età di sette anni) aveva da subito mostrato problemi di adattamento e segni di aggressività. Sembra uno stereotipo eppure è proprio così, la storia di Luigi Chiatti è questa. Aveva quattordici anni quando i genitori pensarono di dover chiedere aiuto a una psicologa. Lo portarono a Roma perché non volevano che a Foligno, città piccola, la cosa si sapesse. La terapia non durò comunque molto: a Luigi non piaceva andare da quella dottoressa, smise presto. Incontrando per l’ultima volta i genitori, la psicologa parlò di «marginalità, di iposocializzazione, di un Io debole e anaffettivo, con scarso controllo degli impulsi».

Leggerlo perché – Stefano Nazzi ha fatto un lavoro davvero fantastico, misurato, finalmente (e questo lo scrivo non in riferimento a lui ma a tutta la mia categoria professionale) giornalistico. Un libro simile in America si sarebbe giocato, non esagero, il Pulitzer. Niente esasperazione nella descrizione dell’azione criminale, niente ‘plastico di Cogne’, niente ‘Quarto Grado’, niente rumore per generare rumore. Un giornalista lo sa, – anche se dirlo non fa e non va bene, ce lo insegnano da subito -, che a fare la differenza è sempre il sangue, sia in termini di share che di copie vendute o di click. Il crimine attira come una calamita ma un buon giornalista può addomesticare le pulsioni, può educare il senso, e la missione, della cronaca. Un buon giornalista può stendere un velo sulla vittima, proteggerla, e tentare un racconto più complesso: raccontare, e spiegare, che il Male non arriva per caso, non è un temporale inaspettato. Si usa spesso, a sproposito, la parola ‘raptus’: eppure tra le 730 psicopatologie certificate nel DSM questo non è considerato. Il Male ha radici. E poi continua a crescere, in un modo o in un altro.

Stefano Nazzi, Il volto del male, Mondadori

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