Un amore qualunque e necessario di M.B. Keane

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Un romanzo senza eroi, dove la malattia mentale, l’alcolismo, il coraggio e l'amore ci raccontano le periferie dell'esistenza

“Per un po’ filò tutto liscio. Gli adulti discussero delle elezioni e del povero Michael Dukakis, e si chiesero se la moglie Kitty aveva davvero bruciato una bandiera statunitense ai tempi del college o se erano stati i sostenitori di Bush a montare il caso. Peter uscì e rimase sul vialetto per un po’ a provare il trampolo a molla che gli aveva regalato lo zio – Kate gli urlò un saluto dalla finestra della sua stanza e lui le rispose con un cenno della mano –, ma quando rientrò in casa il clima era cambiato. In soli quindici minuti la madre di Peter sembrava aver maturato una forte antipatia per la moglie di George, Brenda. Faceva una smorfia ogni volta che la giovane donna apriva bocca, e Peter capì che suo zio se n’era accorto. Non c’era stato un matrimonio, così aveva intuito Peter, ma non vedeva perché questo avrebbe dovuto importare a qualcuno. George fu il primo ad alzare la voce. «Datti una calmata» disse ad Anne agitando una mano per far capire che ne aveva abbastanza. Anne alzò la voce a sua volta, e dopo qualche scambio urlato, andò nel ripostiglio e prese l’aspirapolvere. Lo sollevò sopra la testa e quando lo fece oscillare contro di loro, la moglie di George si mise a strillare. Riuscirono a scansarlo, ma l’aggeggio fece volare per terra tre bicchieri d’acqua, le posate e un piatto di purè di patate che si sparsero sul parquet e sul tappeto. Brian gridò come Peter non l’aveva mai visto fare mentre sua madre brandiva di nuovo l’aspirapolvere e serrava gli occhi strizzando le palpebre. Peter fece un passo indietro, poi un altro e un altro ancora, finché non sentì la parete dietro di sé e restò a osservare la scena, allibito. Quando sua madre finalmente salì al piano di sopra e sbatté la porta di camera sua così forte da far tremare tutta la casa, le quattro persone rimaste in soggiorno si scambiarono uno sguardo sgomento davanti alla confusione che regnava intorno a loro”.

Pensare che la vita possa scorrere per sempre come un lungo fiume tranquillo o che a connotarla possa essere un’unica – potente o fragile – storia, è la convinzione della letteratura piccola e banale. L’esistenza ha un peso maggiore e le sue acque conoscono densità e opacità che mutano, che trovano scorrimenti lineari o rompono argini. Questo di Mary Beth Keane è un romanzo famigliare, un romanzo di incastri difficili. Non lasciatevi trascinare dalla bella immagine di copertina e dal titolo, perché lungo quel viale, da quelle finestre e in quelle stanze, in quel fazzoletto di America orientale (poche miglia da New York) chiamato Gillam, si consumano tutti i drammi della società e della cultura ‘media’ statunitense. Due famiglie, i Gleesom e gli Stanhope, unite da più fili, fragili alcuni, resistenti altri. Kate e Peter sono nati a sei mesi di distanza. Hanno condiviso i primi giochi sul prato e poi la scuola. Hanno imparato a gestire la loro amicizia per non turbare l’equilibrio di Anne, la madre mentalmente instabile di Peter. In seguito ad un evento drammatico le loro vite si separano, interrompendo un’amicizia, un legame simbiotico. Ma la vita non è mai cristallina, non è mai schietta come vorremmo credere, e dietro un gesto, dietro una follia, può esserci altro. La ragione, la comprensione, possono non bastare: il dolore crea dolore e il baratro assume le sembianze della salvezza.

La malattia mentale, l’alcolismo, la resa, la disperazione, il coraggio, la fiducia, il perdono che cura, l’amore senza tinte di rosa: sono questi gli ingredienti di un romanzo senza eroi che racconta le periferie dell’esistenza.

Mary Beth Keane, Un amore qualunque e necessario, Mondadori

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