Un cattivo Maestro di Silverio Corvisieri

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Una ricostruzione puntigliosa della vita di Indro Montanelli, tra mito e fake news

Un Montanelli ormai novantenne, improvvisamente si sovvenne di non essere mai stato torturato in vita sua, e tantomeno dai tedeschi, contrariamente a quanto aveva raccontato, in passato, a destra e a manca. Nei sei mesi del 1944 vissuti nelle carceri di Gallarate e di Milano era stato sottoposto dalla Gestapo a interrogatori «lunghi e snervanti» e mai, però, ad atti di brutalità. La folgorazione che gli procurò il recupero della memoria, smarrita da giovane e non ritrovata per oltre cinque decenni, lo colpì nell’aula del Tribunale Militare di Torino dov’era in corso il processo a Theodor Saevecke (capo dei carcerieri di Montanelli a San Vittore), soprannominato il ‘boia di Milano’ e responsabile di numerosi crimini di guerra. (…) Un allibito procuratore generale che poco prima aveva ascoltato l’agghiacciante testimonianza di uno dei torturati, si vide costretto a porre sotto gli occhi del celebre e arzillissimo giornalista, una lettera che aveva scritto nel 1945 contenente queste parole: «Con una carezza particolarmente delicata i tedeschi mi ruppero una costola e mi lesionarono il fegato». Montanelli pensò di uscirne pronunciando parole sconcertanti: ad essere seviziato non fui io, fu il mio compagno di cella Vittorio Gasparini, confesso di aver fatto allora un po’ di confusione ma ora sto dicendo la verità. Al clamore dei parenti delle vittime che accolse questa ricostruzione uno stizzito Montanelli rispose: «Rumoreggino pure, me ne fotto dei loro rumori. Io le bugie non le dico»”.

Nelle librerie e nei programmi tv di questo testo è difficile trovarne traccia (io l’ho trovato in una roccaforte della resistenza indipendente delle librerie romane, Odradek, in via dei Banchi Vecchi), lo spazio se lo prende tutto Rizzoli con Marco Travaglio e il suo Indro, il 900. Racconti e immagini di una vita straordinaria. Questo secondo non l’ho ancora né letto né sfogliato mentre il primo l’ho divorato, divertita dalla scrittura di Corvisieri e dagli aneddoti raccontati – sempre ricorrendo a citazioni originali – con cura puntigliosa per mettere in luce il ‘Maestro’ tra mito e fake news.

Non ho particolare affetto nei confronti di Indro, non è mai stato un mio modello, da bambina quando compariva in tv scappavo spaventata, la sua fisicità, quegli occhi che sembravano uscire fuori dalle orbite, quel modo di parlare come fosse un dottore in punto di farti una puntura con particolare sadismo, erano per me la raffigurazione degli orchi delle favole. Ma poi sono cresciuta e ho imparato a resistere, a leggerlo, a difendermi. A collocarlo politicamente, a riconoscere attraverso il suo potere la debolezza dello Stato.

La televisione, insieme a un certo tipo di quotidiani, ci ha fatto confondere le idee e ci ha fatto dimenticare, anche a noi del mestiere, che il ruolo fondamentale del giornalista è quello di fare, come si dice in gergo, da cane da guardia degli accadimenti. La troppa esposizione, l’affiliazione politica che ricorda e rinnova la pratica della clientela romana arrivando però quasi a capovolgere gli status, hanno prodotto dei veri mostri: queste figure (penso anche alla prova di non stile di Oriana Fallaci all’indomani dell’attacco alle torri del settembre 2001, quando non si limitò a scrivere un pezzo ma a registrarlo/recitarlo neanche fosse un’attrice teatrale gettando sul suo Ego ipertrofico ogni attenzione) sono quasi più sacre e intoccabili di un Papa o di un alto rappresentante dello Stato. Sono solo canzonette, cantava Bennato. Siamo solo giornalisti, intono io. Restiamo – anzi, torniamo – umili, dai.

Silverio Corvisieri, Un cattivo Maestro, Bourdeax edizioni

Confidenze