V13 di Emmanuel Carrère

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La cronaca del processo all'unico attentatore sopravvissuto alla strage del Bataclan di Parigi, dalla penna di un grande scrittore che sposa uno stile asciutto e nitido

Trama – V13 sta ad indicare una data, venerdì 13. Il mese era novembre. L’anno il 2015. A Parigi muoiono centotrenta persone e ne restano ferite trecentocinquanta. Teatri degli attentati terroristici il Bataclan, l’esterno dello Stade de France (all’interno del quale assisteva al match anche l’allora presidente della Repubblica François Hollande) e i bistrot nei dintorni. Tutti gli attentatori sono morti tranne uno, Salah Addeslam, originario di Molenbeek, un quartiere di Bruxelles considerato un ricettacolo di musulmani radicalizzati. Avrebbe dovuto farsi saltare in aria come il fratello Brahim ma, chissà se a causa di un malfunzionamento della cintura esplosiva o se per un ripensamento, le cose sono andate in modo diverso e Salah è la vera grande star del processo che condannerà diciannove imputati su venti. Il trentaduenne Salah è condannato alla «pena di morte sociale», un ergastolo senza possibilità di sconti di pena. Il processo è durato dieci mesi, Carrère lo ha seguito tutti i giorni scrivendo pezzi di cronaca giudiziaria per i principali quotidiani europei. V13 riprende quei pezzi, approfonditi e ampliati, scandendo il processo del secolo in tre parti, «Le vittime», «Gli imputati», «La corte».

Un assaggio – Tra l’ultima volta in cui Nadia Mondiguer ha visto la figlia, venerdì alle 14, e il momento in cui ha saputo della sua morte, sabato alle 14, sono trascorse ventiquattr’ore, che lei è venuta a raccontare al processo minuto per minuto. Nadia è una donna con i capelli grigi arruffati, il volto segnato, una voce da fumatrice incallita, un leggerissimo accento difficile da identificare. Quando parla, la ascoltiamo. Parlerà a lungo, l’ascolteremo a lungo. Dice che per quel pranzo del 13 aveva preparato cavolfiori gratinati, che non le erano venuti malaccio, e che i cavolfiori gratinati non li farà mai più. Come capitava spesso, Lamia aveva avvisato all’ultimo minuto che sarebbe passata. (…) C’era anche il fratello Yohann, hanno pranzato tutti e tre insieme. L’inizio del pasto è stato allegro ma poiché era un venerdì 13 si sono chiesti se dovessero preoccuparsi. In teoria no; Lamia però ha detto: «Questo venerdì 13 mi puzza, mi porterà sfiga». Aveva mal di schiena. Il suo ultimo post è stato per chiedere in giro di consigliarle un osteopata bravo e a buon mercato. «La mia schiena vi ringrazia» ha scritto. Raccontando queste cose, Nadia aggiunge: è stata colpita alla schiena. (…) È talmente incomprensibile, dice Nadia. Pensare che quelli che l’hanno uccisa avevano la sua età. L’età di tutti loro, fra i venticinque e i trent’anni. Che sono stati accompagnati a scuola tenendoli per mano, come lei accompagnava Lamia, tenendola per mano.

Leggerlo perché – I fatti di cronaca nera rappresentano il condimento di ogni quotidiano, di ogni trasmissione televisiva. Ne siamo affamati e assetati, anche se portiamo le mani al volto o sul cuore, anche se proviamo pietà, anche se ci terrorizzano. Cosa spinge l’essere umano a bramare i fatti di sangue? Pare sia semplice, la spiegazione: “se è accaduto a qualcun altro non succederà a noi”. V13 fa parlare i parenti delle vittime di un attentato che ha colpito a morte simboli di serenità: un teatro adibito a sala concerto, uno stadio, dei bar con i tavolini all’aperto. V13 fa parlare gli imputati, quelli che non erano lì (tranne uno, Salah), gli unici perseguibili perché vivi, perché in qualche modo spalle degli attori principali, V13 fa parlare la corte, gli avvocati della difesa, dell’accusa, i giudici. Carrère non si presta al melodramma narrativo, non sfrutta e non strumentalizza la morte. Carrère è asciutto. Preciso. Laico e sacro. Un ritrattista senza aggiunta di luci o di ombre della realtà che ci restituisce spoglia, nuda, senza scampo.

Emmanuel Carrère, V13, Adelphi

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