Medico contagiata dal Covid: «Adesso vorrei solo tornare al lavoro»

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Medico, Adele Di Costanzo è stata contagiata dal Covid. Ha raccontato la malattia sui social e, anziché solidarietà, ha ricevuto attacchi e insulti. Ma rilancia il suo allarme: i giovani non sono immuni. Anzi

di Elena Filini

 

«Dove l’ho preso non lo so. Oltre all’ospedale vedo solo l’autogrill. Mi sposto da una parte all’altra della provincia con l’Usca, l’unità speciale di medici creata per assicurare cure e sostegno a domicilio ai malati di Covid e nelle case per anziani. Ho 27 anni: sulla carta non sarei il caso classico da Coronavirus. Eppure. Sono sportiva, mai un problema di salute. Ma il 19 ottobre ero al lavoro e ho cominciato a sentirmi poco bene. Poi, mentre aspettavo di fare il tampone, la temperatura è salita fino a 40°: Covid. Ho iniziato a stare male, sono stata ricoverata e all’inizio ho avuto bisogno di un aiuto per respirare. Per fortuna niente d’irreparabile, nessuna terapia intensiva. Ma sono bastati tre giorni all’ospedale per capire quanto questa patologia possa essere distruttiva. Ora sono a casa, con le ossa a pezzi e la tachicardia che non passa. Un sintomo comune a tanti ex contagiati, soprattutto giovani.

NON SIAMO PIÙ EROI?

Vivo sola, sono da sempre indipendente economicamente. In passato sfilavo per arrotondare. Nella mia giovinezza c’è anche una partecipazione a Miss Italia, ma di questo preferisco non parlare. Il mio sogno non era entrare nello showbiz, ma fare il medico. Mi sono laureata e fino a pochi mesi fa mi occupavo di medicina estetica e benessere. Poi, dopo il primo lockdown, ho deciso di arruolarmi nelle unità dell’Usca. Prima a Conegliano (Tv), la città in cui sono nata, e poi ad Arzignano (Vi). Da quasi un mese sono a casa per cercare di ristabilirmi. E da qui ho potuto assistere ai nuovi dpcm e seguire l’escalation della rabbia e delle proteste in piazza. Fino alle dissennate feste abusive di Halloween. E lì non ci ho visto più. C’è un limite anche alla supponenza. Il personale sanitario da marzo è in trincea e c’è chi nega la malattia? Allora ho scelto di raccontare la mia storia su Facebook: quella di una giovane dottoressa vittima del Covid, passata quindi dall’altra parte della barricata. Alla faccia del virus che non colpisce i giovani o che sono tutti asintomatici. A quel punto, è successo l’incredibile. Mi hanno attaccata i negazionisti, quelli che dicono che son tutte bugie, che il virus è stato creato ad arte. Sono amareggiata. Mi sembra incredibile che esistano negazionisti, persone che sono passate dagli applausi ai “medici eroi” a danneggiare 70 auto del personale sanitario davanti all’ospedale di Rimini. Magari noi non siamo eroi, ma di sicuro ci facciamo in quattro per i cittadini, correndo un rischio enorme nonostante le protezioni che utilizziamo. Anch’io sono entrata nelle case dei malati e, accanto a storie toccanti, ho dovuto fronteggiare l’atteggiamento di sufficienza di molti pazienti. Poi, per iscritto, la noia delle persone può diventare aggressività. Di fronte al racconto della mia storia ho fatto il pieno d’insulti sui social. Commenti sgradevoli e pesantissimi, è stata attaccata perfino mia sorella. A sorpresa le frasi più taglienti arrivano dalle donne e questo non è certo un bel segnale. In questo momento, però, spero solo di poter tornare al lavoro. Ci attendono mesi molto difficili. Proprio per questo dobbiamo essere inflessibili e consapevoli. Perché il Covid c’è, esiste, e non guarda in faccia nessuno».

 

Da Confidenze n. 48

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