Con la divisa cucita addosso

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Oggi 5 dicembre è la Giornata mondiale del volontariato, ecco la straordinaria testimonianza di una volontaria Cisom

Ho rischiato la vita per il Covid e alcuni pensano che la mia guarigione sia un miracolo. Quando sono uscita dall’ospedale, indossavo l’uniforme di volontaria. Perché questa è la missione che sento mia, ancora più di prima

storia vera di Antonella Lonoce

Mi chiamo Antonella, ho 40 anni, vivo a Brindisi e dal 1999 sono volontaria del Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta – Cisom.

La mia esperienza nel volontariato è iniziata a 16 anni, allora facevo parte di un’organizzazione che seguiva tematiche legate all’ambiente. Avevo appena ottenuto il brevetto da sub e mi chiesero di partecipare a un corso di primo soccorso organizzato dall’attuale capo gruppo Cisom. Accettai e, colpita dallo spirito del volontariato melitense, decisi di iscrivermi al Corpo di soccorso. Di loro mi aveva colpito soprattutto lo spirito religioso, il fatto che riconoscano il volto di Cristo nelle persone che soffrono e a cui portano aiuto.

Tra i miei primi impegni, in veste di volontaria, ci fu l’assistenza sanitaria ai profughi del Kosovo che sbarcavano a Brindisi, tra il 1999 e il 2002. E poi le missioni di soccorso nei vari terremoti che hanno colpito l’Italia, dal sisma in Puglia e Molise del 2002, a quello di L’Aquila nel 2009 fino al terremoto in Centro Italia nel 2019. Ma l’esperienza che più mi ha messo a dura prova è stata l’emergenza Covid.

Quando esplose la pandemia, noi come Cisom iniziammo a fare servizio all’interno degli aeroporti, occupandoci di misurare le temperature e dare supporto agli uffici di Sanità marittima. Con l’inizio del lockdown c’eravamo solo noi in giro, organizzando e distribuendo i pacchi alimentari e non ci siamo mai fermati.

Solo io, per cause di forza maggiore, mi sono dovuta fermare. La sera del 21 marzo ho iniziato ad avere freddo: ho provato a misurami la febbre, avevo 38 e mezzo. Mi sono isolata in camera, anche perché vivo con i miei genitori e la nonna, tutte persone fragili. Più tardi ho fatto il tampone e ho avuto la conferma di essere positiva. Nei giorni successivi la saturimetria calava, collassavo per spostarmi in bagno o anche solo per muovermi nel letto. Non facevo avvicinare nessuno per paura di contagiarlo, ma i colleghi del Corpo di Soccorso non mi lasciavano mai, c’erano il mio capogruppo e un’altra volontaria che indossavano le tute protettive e mi portavano le medicine. I miei familiari erano in quarantena, anche se negativi, e gli concedevo solo di passarmi il cibo dalla porta o dalla finestra.

I giorni passavano e non miglioravo, così ho chiesto di chiamare il 118 perché mi portassero in ospedale, la mia saturazione peggiorava. Il caso ha voluto che un nostro volontario medico, nonché primario di malattie infettive, fosse di turno. Lui si è reso subito conto della gravità della situazione, confermata da una lastra: polmonite in stato avanzato. Mi hanno portato in reparto per attaccarmi alla maschera d’ossigeno e da lì mi hanno comunicato che sarei andata in terapia intensiva e che mi avrebbero fatto indossare il casco, perché la maschera non era più sufficiente. Dopo altre 24 ore mi hanno chiesto l’autorizzazione per intubarmi perché neanche il casco bastava. Era passata poco più di una settimana da quando ero stata contagiata. Le mie condizioni erano veramente critiche, i medici chiamavano i miei genitori per informarli sul mio stato di salute, ma allo stesso tempo parlavano anche con il mio capogruppo Cisom, dicendogli di preparare i miei familiari perché non c’era quasi più nulla da fare. Non so descrivere l’ansia e la disperazione di tutti. I medici hanno deciso di attaccarmi alla macchina per l’ossigenazione extracorporea a membrana, un apparecchio speciale e non disponibile in tutti gli ospedali: in Puglia, al Policlinico di Bari, c’erano solo quattro apparecchi, tutti già occupati. L’ospedale ha chiesto supporto in altre regioni ma da nessuna parte c’era disponibilità. Intanto, la mia situazione peggiorava e il mio capogruppo si è messo a cercare in tutta Italia posti che avessero questa macchina. Finalmente, si è trovato un posto a Palermo, dovevo arrivarci con l’elicottero della Protezione civile, mentre ero in coma farmacologico. Presto però i medici si sono resi conto che non ero trasportabile con quel mezzo e che c’era bisogno del supporto dell’Aeronautica Militare. A Pasquetta, mi hanno portato da Brindisi a Palermo su un C130. Una volta a Palermo i medici non volevano più attaccarmi alla macchina per l’ossigenazione extracorporea perché solo un quarto di polmone funzionava e a un certo punto neanche più quello. I rischi erano molto alti, potevo rimanerci attaccata per mesi e, una volta scollegata, potevo riportare danni celebrali dovuti alla scarsa ossigenazione. Alla fine, sono rimasta attaccata alla macchina cinque giorni e, grazie a Dio, sono qui a raccontarlo. Mi piace pensare che sia stato un miracolo. Ho lasciato l’ospedale il 19 maggio 2021, ho fatto tre mesi di terapie domiciliari sia respiratorie che motorie e adesso continuo a fare fisioterapia. C’è chi dice che ce l’ho fatta grazie alla fede che mi ha supportato. Uscita dal coma, io non ricordavo nulla. Quando sono tornata da Palermo, mi hanno dedicato addirittura uno striscione con scritto “Bentornata Antonella” e ho sentito tanta vicinanza, anche inaspettata, tutta la città ha fatto il tifo per me.

La mia famiglia Cisom mi è stata molto vicina, non vedo l’ora di tornare in servizio attivo. Quando posso, indosso la divisa, anche dall’ospedale sono uscita vestita così. I miei amici, insieme al capo gruppo, mio fratello, sono venuti a prendermi in ambulanza e mi hanno portato la divisa. Me la sento cucita addosso. Ho rischiato di essere la prima volontaria caduta in servizio, ma cerco di sdrammatizzare. Tutti siamo bravi a chiedere aiuto ma è altrettanto importante essere pronti a darlo. Don Tonino Bello diceva che il volontariato non ha bisogno del nostro tempo libero, ma del nostro tempo liberato; non dobbiamo fare servizio quando abbiamo tempo da perdere ma dobbiamo organizzarlo, perché ci sono tante persone che hanno bisogno di trovarci lì quando serve, non quando ci fa comodo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Storia vera pubblicata su Confidenze n. 48 2022

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