Il Covid ha cambiato i nostri ragazzi?

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La pandemia ha inciso sui più giovani, creando nuove ansie e timori. Ecco com'è andata a casa mia

Che strascichi ha lasciato il periodo del lockdown sui nostri ragazzi?

A chiederselo è l’articolo di Tiziana Pasetti nella rubrica 15 e dintorni: Il Covid e le nuove paure, su Confidenze in edicola.

Tre adolescenti raccontano episodi che li hanno molto impressionati durante la quarantena e che riguardano lo stato di salute di parenti e congiunti, ma anche casi di esclusione sociale per sospetto di contagio.

Da mamma di un adolescente, mi sono chiesta tante volte come abbia vissuto mio figlio nel profondo dell’animo la pandemia, un termine di cui forse prima ignorava persino l’esistenza.

Certo, dovrei saperlo, visto che l’ho avuto davanti 24 ore su 24 e che la convivenza forzata ci ha visto ancora più uniti nell’affrontare l’emergenza. Ma si sa i ragazzi tendono a nascondere le emozioni (lo facciamo noi adulti, figurarsi loro) e così giorno per giorno ho teso le orecchie e aguzzato le antenne, come solo le mamme sanno fare, e ho messo insieme tante tessere di un grande puzzle da cui ho capito che la sua paura numero uno era che io e suo padre ci ammalassimo: noi genitori diversamente giovani in quella fascia di età tra i 50 e 60 eravamo in prima fila come candidati a prenderci il Covid, (non a caso nell’articolo su Confidenze un ragazzino confida che se mamma e papà si sentono male e vengono portati all’ospedale io poi che faccio?).

Poi c’era la paura che accedesse lo stesso ai nonni e al resto dei familiari e il tamtam quotidiano dei compagni, alcuni dei quali erano rimasti in isolamento volontario nelle varie località di vacanza dove si trovavano al momento del lockdown. Quando a un certo punto è arrivata la notizia che una signora del  personale ausiliario della sua scuola si era ammalata per il Covid-19 ed era deceduta, ho letto nei suoi occhi uno smarrimento in più.

L’inizio della quarantena è coinciso manco a farlo apposta proprio con il suo sedicesimo compleanno il 10 marzo, niente festa con gli amici, niente regalo (gli ho acquistato un buono su Amazon che fa sempre comodo e può spenderselo come vuole) torta fatta in casa dalla mamma, perché chi si azzardava ad entrare in pasticceria, le poche rimaste aperte poi, niente cena in famiglia con cugini, zii e nonni. I primi erano rimasti a Venezia per il lockdown, gli ultimi erano troppo anziani per mettere a repentaglio la loro salute facendoli uscire di casa.

Eppure in questo lungo tempo della quarantena lui è stato il più disciplinato della famiglia: quando la mia intemperanza era tale da spingermi a uscire un giorno sì e uno sì per i motivi più disparati (sta finendo il latte, vado a vedere se in farmacia sono arrivate le mascherine, vado in edicola a comprare Confidenze ! ), lui sedava i miei impeti con frasi tipo: “Che bisogno hai di uscire? Sei già uscita ieri, non manca niente in casa”, spie indicatrici del suo timore che io e papà ci ammalassimo.

La scuola ha riempito tanto le sue giornate, visto che il suo Istituto si è organizzato subito e perfettamente con la didattica a distanza, e il resto l’abbiamo fatto noi: insieme abbiamo fatto il pane, ci siamo tagliati i capelli a vicenda (lui con la macchinetta li ha regolati al padre e viceversa) visto tutte le serie tv che voleva, ma certo ha perso esperienze determinanti per la sua crescita. A parte il contatto quotidiano con i compagni, sostituito da video chat e messaggini, ha dovuto rinunciare a un viaggio all’Onu a New York organizzato dalla scuola la cui partenza era fissata per  il 25 marzo e che è rimasto in forse fino all’ultimo (ma io gli avevo già detto a chiare lettere che non l’avrei mandato comunque vista la velocità con cui il virus si stava diffondendo) più varie gite e uscite di classe in calendario nell’anno scolastico.

Io ho cercato d’infondergli la giusta sicurezza ma anche di fargli capire l’eccezionalità dell’evento che stavamo vivendo, e quando ho letto la poesia che ha composto come compito assegnatogli dal loro professore di italiano (pochi versi in endecasillabi che si concludevano con la frase  “un mondo senza colpe”) vi ho ritrovato un senso di angoscia di chi davanti a un evento più grande di sé capisce di esserne vittima e non artefice e di non poter fare nulla per modificare il corso degli eventi.

Finito il lockdown mi aspettavo tirasse anche lui un sospiro di sollievo, invece è stato il momento in cui forse l’ho visto forse più spaesato. Lui come altri compagni, hanno continuato a stare in casa tutto il giorno e la fine della scuola non ha cambiato le loro abitudini, salvo per qualche giro in bici la domenica e qualche hamburger a pranzo o a cena. E quando io e mio marito abbiamo fatto il test sierologico e avuto esito negativo, lui ha tirato finalmente un sospiro di sollievo.

Ora però confesso che la mia preoccupazione è più rivolta al dopo che al prima: ovvero al ritorno a scuola che mi auspico avvenga nei tempi previsti e con tutte le modalità di sicurezza.

L’ultima indagine dell’Istat ha confermato che la pandemia ha fatto più morti tra le persone con più basso titolo di istruzione. La diseguaglianza, già forte prima del Covid, aumenta. E il cosiddetto ascensore sociale funziona al contrario: tra le nuove generazioni (i nati tra il 1972 e il 1986) le persone che si muovono verso classi inferiori a quella d’origine sono di più (il 26,2%) di quelle che si muovono verso classi superiori (24,9%). L”istruzione può essere ancora un’arma vincente e bisogna garantirla nella sua qualità e continuità.

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