Lavorare da casa (e cartelle), incubo per la schiena

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Ricordate, da piccoli, il medico scolastico che parlava solo di scoliosi? Allora era una bufala. Mentre oggi lo smartworking mette a dura prova la schiena

Quello che sembrava un breve periodo che avremmo ricordato come una parentesi della nostra vita, per molti si è trasformato nella normalità. Io, per esempio, non so più cosa significhi mettere piede in redazione e, ormai, considero del tutto normale lavorare da casa.

Potrei dilungarmi nel raccontare pro e contro dello smartworking. Ma l’articolo su Confidenze in edicola adesso, Sei sempre seduta, occhio alla postura, mi spinge a esordire con un argomento che mi annoiava già ai tempi della scuola. Cioè, della posizione corretta che tutti dovremmo adottare per evitare dolorini di ogni sorta a schiena & Co.

Chi ha più o meno la mia età non può aver dimenticato le visite mediche alle elementari e alle medie, che finivano sempre con lo stesso “verdetto”: rischio di scoliosi! Distribuito a man bassa e con totale leggerezza, come se noi studentelli di pongo fossimo (nessuno escluso) esserini dalla colonna vertebrale pronta a contorcersi come le radici di un ulivo.

Alla follia, visto che per fortuna la scoliosi colpisce solo il 3% della popolazione, si aggiungevano le cause assurde che l’avrebbero scatenata. Prima fra tutte la cartella, come se ogni bimbetto la tenesse in mano 24 ore su 24.

Non sono un ortopedico e di ossa non me ne intendo. Ma ripensando alle idiozie sentite in tenera età nelle infermerie scolastiche, mi chiedo come i dottori potessero sostenere che il corpo di un bambino avrebbe potuto attorcigliarsi in poche ore passate sui banchi (tra ricreazione e riunioncine nei bagni non stavamo mai fermi). O per una borsa con dentro solo due quaderni, un misero astuccio, un libro di lettura sottilissimo e un sussidiario.

Detto questo, oggi passo davvero la maggior parte del mio tempo alla scrivania. E qualche problemuccio di incriccamento comincio ad averlo. Allora, eccomi qui a disquisire sullo smartworking, che ha obbligato chi lo fa a organizzare una postazione a domicilio che tenga conto della postura.

I primi giorni in cui lavoravo da casa, lo ammetto, non avevo minimamente preso in considerazione il fatto che una sedia qualsiasi si sarebbe potuta rivelare un oggetto di tortura. Tant’è che quando qualcuno mi consigliava di acquistarne una ergonomica, rispondevo che sarebbero stati soldi buttati al vento.

Alla fine, però, mi sono convinta. E se, in effetti, con l’acquisto la mia vita è cambiata, ve lo dico dal modello studiato nei dettagli, girevole e con altezza regolabile su cui siedo in questo momento. Che mi permette di stare bella diritta. Alzarmi all’improvviso con un semplice colpetto di fianchi. E di appoggiarmi allo schienale senza incassare il collo nelle spalle.

Tutto ciò è fondamentale per gli smartworker. Perché lavorare da remoto ha sicuramente tanti lati meravigliosi. Ma quando ti metti al computer, rischi di rimanerci in eterno come una statua sul suo piedistallo. Infatti, non è vero che in casa vai di continuo in cucina o ti sdrai in salotto per fare una telefonata.

Col cavolo! Io, per esempio, posso stare ore incollata al monitor. Cosa che non mi era mai successa in redazione, dove sigarettina, pausa caffè, pranzo in mensa e balle varie erano tutte (deliziose) occasioni anche di socievolezza.

Peccato che di quei veloci appuntamenti non mi rimangano che ricordi. E che le mie abitudini lavorative si siano ridotte a una solitudine da clausura, fatta di silenzio religioso. L’unica consolazione? Una sedia che mi consente una postura perfetta. Alla quale devo la schiena messa mica male e il collo ancora elastico. Seppur vagamente, ma è una questione di età.

Confidenze