Perdere il lavoro è davvero perdere se stessi?

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Tre milioni di persone a settembre 2016 erano senza lavoro. Lo dice l'Istat, ma come vive la gente questa drammatica emergenza sociale? Ne parliamo nella storia vera di Giovanna Fumagalli

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, lo dice la nostra Costituzione, ma mai come in questi ultimi anni il diritto al lavoro è stato spesso eluso e calpestato.

La crisi è sotto gli occhi di tutti, una crisi lunga che non accenna a passare e investe un po’ tutti i settori.

I dati Istat relativi a settembre 2016 parlano di un leggero incremento nel numero degli occupati (45.000 unità in più) ma 3 milioni di persone sono ancora in cerca di lavoro e il  37% dei giovani tra i 15 e i 24 anni è senza un impiego.

Mentre la politica discute sull’introduzione di un reddito di cittadinanza per garantire la sussistenza a chi non trova occupazione, la gente si scontra con la quotidiana emergenza.

Cosa succede in una famiglia quando l’uomo, il cosiddetto “capofamiglia” perde il posto di lavoro?  Quali sentimenti scatena il sentirsi rifiutati dalla società che fino al giorno prima ti ha spremuto come un limone?

C’è una parola sola che riassume questo stato d’animo: vergogna. Verso se stessi, verso i propri familiari, ai quali tutto d’un tratto non si è più in grado di garantire le sicurezze date per scontate, e vergogna verso il mondo esterno, agli occhi del quale non hai più una collocazione.

Un misto di frustrazione e senso di esclusione che può scatenare le reazioni più disparate.

Ricordo un collega giornalista che qualche anno fa rimase a casa, perché la testata dove lavorava, presso un piccolo editore, aveva chiuso. Mi confidò di aver passato la prima settimana chiuso in casa a fare i tanti lavoretti rimandati nel tempo, pulizie comprese. Non aveva neanche il coraggio di andare a prendere suo figlio all’asilo, per non incorrere nella classica domanda delle mamme curiose: «Cosa ci fai tu qua a quest’ora?».

Un altro amico dirigente licenziato in tronco dall’azienda dove lavorava da anni, reagì iscrivendosi a una settimana di scuola vela a Caprera. Come si vede, ognuno ha la propria indole.

Di come ci si sente quando si perde il lavoro parliamo su Confidenze questa settimana nella storia vera “Un respiro trattenuto” raccolta da Giovanna Fumagalli.

È la testimonianza di Enrico, un uomo di 57 anni che da un giorno all’altro perde un impiego prestigioso e ben retribuito, che consentiva a lui e alla sua famiglia di mantenere un tenore di vita agiato.

E il senso di vergogna di cui vi parlavo prima è racchiuso tutto in questa frase: “È come perdere il proprio posto nel mondo, non sapere più da che parte andare, svegliarsi la mattina e domandarsi se arriverà lo stesso la sera, se la giornata passerà, nonostante tutto. È come un respiro trattenuto, che non riesci a prendere perché ti sembra di avere perso ogni diritto di farlo”.

Confidenze