Primo venne Caino

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Un noir d’avanguardia che scavalca ogni regola del genere, mettendo in scena la commedia umana

Non vado pazza dei gialli, come si chiamavano ai miei tempi (oggi si dice noir). Spesso sono noiosi, attenti solo al meccanismo, e i personaggi solo pretesti al servizio della trama. Ma Primo venne Caino (ed. Salani) l’ho letto due volte perché è bellissimo. Un noir cubista, un noir d’avanguardia che scavalca ogni regola del genere, mettendo in scena la commedia umana. L’autore si abbandona al racconto fluente dell’esistenza. L’orrore dei delitti scorre in parallelo: la storia tremenda e sanguinosa del Tatuatore, che avrà una risoluzione inaudita, e per quanto si possa giocare di fantasia lascia di stucco. Leggendo seguivo le cruente gesta di un assassino perverso, ma mi importava solo di Malinverno, il protagonista. Un giornalista fuori dai ranghi, con un talento magico nel seguire le piste più folli.

Affascinante, nemico del potere, bello e un po’ dannato, Malinverno conquista le donne anche quando non vuole, ma ha troppo cara la sua libertà, la sua casa di solitario, i suoi riti dissoluti e monacali, e fa in modo di farsi lasciare, condannandosi al rimpianto. Solo quando l’amata si allontana, ammette disperatamente il suo amore. Così farà con Eimì, la ragazza che tutti vorrebbero, un angelo innamorato- ma lui lotta col proprio egoismo, con l’imbarazzo di un altro corpo vicino, e soprattutto di un’altra anima che vuol essere vista nel profondo- e fa in modo di perderla. E la perderà, proprio dopo essersi accorto di quanto fosse vitale per lui quell’amore.

Primo venne Caino ci parla di noi, delle nostre contraddizioni, degli slanci, degli errori. L’autore è Mariano Sabatini, giovane, non raccomandato ma già pieno di premi (come il prestigioso Flaiano) scrittore di noir ma soprattutto scrittore, che bada al tessuto del vivere, e a quelli che una volta si chiamavano “principi”, quando ancora non ci si vergognava di essere moralmente orrendi.

Malinverno si rifiuta di andare il televisione a commentare i delitti, perché è una speculazione ignobile, un parassitismo del crimine, che serve a diffonderlo. Mentre nel libro c’è un salto meraviglioso, quando un personaggio negativo e quasi spregevole- il padre di Malinverno- troverà una funzione benevola e utile, com’è nella natura di questo libro- che non fa sconti all’orrore dell’uomo, ma riesce a trasformare il male in bene, anche se ci trascina nei recessi dostoevskiani, dove la malvagità non ha limite.

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