Vacanze di Natale 2020: sugli sci o a tavola?

Mondo
Ascolta la storia

Chi ama lo sci cosa può aspettarsi dall'inverno alle porte? Secondo me, ci sono due possibilità. E se vince la seconda, non entro più nei miei pants turchesi

Già il titolo La magia della prima neve mi ha fatto sussultare. Ma il sommario Paesaggi da fiaba, piste imbiancate, ristoranti in alta quota… (trovate tutto su Confidenze in edicola adesso) ha letteralmente gonfiato i miei occhi di lacrime e nostalgia. Perché se quest’anno il Covid ci permetterà di sciare è ancora da vedere.

Mi rendo conto che pensare alle vacanze in un momento tanto difficile possa sembrare superficiale. Ma se non vago (almeno) con la mente in posti che non siano solo il mio ufficetto casalingo, di sicuro impazzisco.

Così, eccomi qui a fantasticare su una stagione in montagna all’insegna della tradizione, nonostante abbia il forte, fortissimo sospetto che Natale 2020 e inizio 2021 saranno ben diversi dal solito.

Da quando avevo sette anni alle vacanze invernali dello scorso anno, infatti, a casa mia si cominciava a parlare di skipass già da ottobre, con lo sguardo sul calendario per controllare come cadeva sant’Ambrogio. Considerata la festa dei milanesi ma, soprattutto, l’apoteosi degli sciatori. Perché quel magico ponte dava il là ai balli.

Dopodiché, cascasse il mondo il 20 barra 21 dicembre si partiva per il periodone che arrivava allEpifania. Che era così suddiviso: fino al 26 sci a manetta grazie alle piste ancora desolate. Attività rallentata fino al due gennaio per carnaio in quota. E ripresa spasmodica delle discese ardite fino all’ultimo giorno di vacanza, approfittando dei tanti già partiti.

Il tutto, con un motto ripetuto come un mantra: mai saltare un giorno con gli scarponi ai piedi. Per la gioia pazzesca di andare a sciare. E per l’impegno di ammortizzare l’abbonamento a suon di slalom pennellati e chilometri lanciati.

Morale, tornavo dalla montagna sfatta dalla fatica, con le gambe muscolose tipo Rummenigge e ansiosa che arrivasse il weekend successivo per ripresentarmi ai tornelli.

Questa volta, invece, sono previste due alternative. La migliore, ovviamente, è quella degli impianti aperti e le piste innevate. Anche se la modalità pandemia significa affrontare code interminabili con mascherina sportiva appannata dalla chirurgica. Obbligo categorico di simbiosi con un congiunto per salire in seggiovia. Pranzi al gelo-surgelo per il divieto di entrare in baite piene di gente sudaticcia che sbanfa e diffonde il virus.

La seconda possibilità, invece, vede gli impianti barricati e gli sciatori ridotti a cloni di pensionati. Cioè, impegnati in ciondolanti passeggiate in paese per tirare l’ora.

L’ora di che, poi, è tutta da vedere. Dell’aperitivo sorseggiato all’aperto con temperature da Siberia non è molto invitante. Della cena al ristorante è fortemente sconsigliata. E quella del cinema è fantasia pura, perché è chiuso.

A questo punto, le due settimane canoniche assumono inevitabilmente la portata di due mesi interminabili. Con il tempo che non passa mai, se non a tavola. Perciò, è facile che oltre alle abitudini vacanziere, il Covid stravolga anche il gergo degli sciatori messi in naftalina.

Per esempio, il Monte Bianco verrà inteso solo ed esclusivamente come un dolce. I guanti non saranno da sci, ma da forno. Più che di passamontagna si parlerà di passapatate. Ma non è tutto. Perché si farà scarpetta al posto di indossare gli scarponi. E si monteranno albumi a neve invece di sciare in neve fresca.

Morale, grassi come maiali, il sei gennaio tutti noi sportivi mancati chiederemo alla Befana calze piene di carbone vegetale contro i gonfiori addominali. Snobbando alla grande quello di zucchero, visto il solo nominarlo ci farà venire la nausea.

Confidenze