Con le erbe del bosco

Natura
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Il racconto più votato per il n. 22 ci riporta a saperi antichi, alla conoscenza che i nostri avi avevano delle erbe e delle loro proprietà

La nonna Caterina conosceva i segreti delle piante e me li ha trasmessi. Ancora oggi, me ne servo per arricchire i menu della mia trattoria. Però da lei ho ricevuto in eredità un altro dono, misterioso e potente. Che mi ha permesso di salvare almeno una vita

storia vera di Giuditta D. raccolta da Greta Bienati 

Ortica, luppolo, raperonzolo. E poi le insalate matte, gli spinaci selvatici, i germogli del pungitopo. Appena arriva la primavera, con il cestino che mi ha intrecciato mio nonno quando ero bambina, esco nei prati intorno al mio paese, ai piedi del Gran Paradiso, e comincio la raccolta.

È un gesto antichissimo, identico a quello degli uomini primitivi, che ogni volta mi riporta all’età dell’oro, quando la terra donava i suoi frutti senza chiedere in cambio il sudore e la fatica. Anche i nomi delle erbe sembrano risalire a quell’epoca remotissima e hanno il sapore di arcaiche formule magiche: rampegn, barbabouch, sarset, luvertis…

È stata mia nonna materna a insegnarmi a distinguere e a utilizzare le piante dei nostri prati. ”Catlina d’i erb”, la chiamavano in paese, Caterina delle erbe. Da lei ho imparato a fare il risotto con le ortiche, la frittata coi verzitt, la minestra di Pasqua, che purifica l’organismo dalle scorie dell’inverno e lo prepara alla buona stagione. Tutti piatti che, in primavera, arricchiscono il menu della mia piccola trattoria, dal grande camino e dalle pareti di sasso.

Frittate e risotti, però, sono per i turisti domenicali che salgono dalla città. I miei compaesani, infatti, sanno che da me possono trovare molto di più. Perché la nonna non mi ha lasciato solo le sue ricette di cucina, ma anche il dono prezioso di poter alleviare, almeno un poco, le sofferenze altrui.

Nonna Caterina ha cominciato a trasmettermi il suo sapere quando non avevo ancora cinque anni. Era un giorno d’inverno, e io mi lamentavo del gran caldo che sentivo alle mani. Per raffreddarle, le appoggiai sul ripiano di marmo della cucina, che si appannò per il gran calore. La nonna mi guardò per un pezzo in silenzio, poi mi accarezzò la testa.

«È il segno che hai il dono» mi sorrise.

“Il dono” è il modo in cui le guaritrici delle nostre valli chiamano la capacità di curare i mali del corpo e dell’anima. Decotti, impacchi e formule magiche, infatti, non sono ricette efficaci di per sé, ma funzionano solo nelle mani del portatore del dono.

Il guaritore, d’altra parte, non è un mestiere, ma una vera e propria missione. Non si può chiedere né ricevere denaro in cambio, o il rimedio non funzionerà. Dalle nostre parti, si tratta di una tradizione antichissima, che a volte è costata la vita alle povere guaritrici, bruciate sul rogo come streghe. La nonna Caterina, però, non preparava i suoi rimedi davanti a un grande calderone, con in testa un cappello nero a punta. Io l’ho sempre vista usare le sue erbe sulla vecchia cucina economica su cui cuoceva la polenta, con indosso il suo grembiule a fiori e un vecchio fazzoletto per coprire i capelli bianchi.

Cominciavamo la raccolta delle erbe a febbraio, con le gemme di pino mugo, appiccicose di resina, e finivamo a ottobre, con i cinorrodi rossi della rosa canina. Foglie, frutti, fiori e radici venivano messi a seccare nella soffitta della casa della nonna, una vecchia cascina scolorita dal sole e dalla pioggia. Per insegnarmi a distinguerle e a utilizzarle, ogni giorno la nonna mi faceva annusare un’erba diversa, me la faceva toccare con la punta della lingua, poi mi preparava il decotto e me lo faceva bere. Nella mia memoria e nel mio palato si sono impresse così tutte le erbe dei nostri boschi e i loro effetti sull’organismo. Quando qualcuno veniva a chiedere consiglio per un malanno, la nonna mi mandava in soffitta a prendere le erbe adatte. Le spezzettava nella ciotola in cui di solito preparava la torta di mele, e intanto mormorava una preghiera mista di latino e di dialetto, perché nessuna medicina funziona senza l’aiuto del Signore. Alla fine, faceva sulle erbe per tre volte il segno della croce, metteva tutto in un sacchetto di carta e consegnava la medicina.

«Grazie, Catlina» sorrideva il malato.

«Le grazie le fa il Padreterno» rispondeva scorbutica mia nonna, cacciandolo fuori.

Ma i due rimedi più potenti erano davvero degni delle streghe di altri tempi. Il primo, la nonna me lo insegnò subito, perché, come diceva lei, a non aver paura dei serpenti “o si impara da bambini o non si impara mai”. Ricordo come fosse adesso la lezione sulle vipere. Eravamo in un prato assolato, e nonna Caterina si guardava intorno con gli occhi attenti. D’un tratto si bloccò, immobile come una statua. Si chinò lentissima. Fece un gesto fulmineo. E io le vidi tra le mani una vipera, saldamente tenuta per la coda.

«Non gridare!» mi ordinò la nonna e io, per obbedire, dovetti mettermi tutte e due le mani davanti alla bocca. La vipera cercava di ribellarsi e di morderla ma, appesa a testa in giù, non aveva la forza di raggiungere la mano che la teneva prigioniera.

La nonna le sussurrò di stare tranquilla, che adesso la lasciava andare e, con mia enorme sorpresa, la vipera sembrò capire. Con gesti lenti e quieti, la nonna le prese la testa e le aprì la bocca.

«Questi qui sono i denti del veleno» mi indicò. «È una medicina potente, ma va usata bene».

Della vipera, la nonna non usava solo il veleno, ma anche la pelle che lasciava con la muta. In un vasetto di vetro, conservava le striscioline grigiastre e rinsecchite, che legava al polso del malato e che non andavano tolte per nessun motivo. La più potente delle medicine, però, non era il veleno della vipera. Per i mali più oscuri e tenaci, la nonna usava i secret, ovvero le formule magiche composte in una lingua così antica da essere incomprensibile. Me li insegnò ripetendomeli fin da bambina, anche se non mi era permesso usarli finché lei era in vita. Ogni volta, si raccomandava di utilizzarli solo in casi di estrema gravità.

«E accendi sempre un cero alla Madonna» concludeva la nonna. «Che se non interviene Lei, tutti i tuoi rimedi non servono a un bel niente».

Me ne ricordai il giorno in cui bussò alla mia porta una giovane mamma del paese, con gli occhi pieni di lacrime e di angoscia. «La mia Sofia sta male» gridò senza neanche salutarmi. «È gravissima, dicono che non passerà la notte».

Sofia aveva cinque anni, si era svegliata nel cuore della notte con la febbre molto alta e la situazione, in poche ore, era precipitata. All’ospedale, i medici erano disperati: sembrava un’infezione, ma non rispondeva in alcun modo alle loro cure.

Sapevo che cosa avrebbe fatto la nonna Caterina. Dissi alla donna di correre ad accendere un cero alla Madonna. Io, invece, mi chiusi in camera e mi concentrai, cercando di riportare alla memoria la formula del più potente dei secret. In ginocchio, con il pensiero alla piccola Sofia, ripetei a bassa voce le parole incomprensibili che avevo imparato tanti anni prima. Una, due, infinite volte, fino a quando, all’alba del giorno successivo, squillò il telefono.

«È salva!» gridò la mamma di Sofia all’altro capo. «Sta meglio, è fuori pericolo».

Io cercai con gli occhi la foto della nonna Caterina, appesa alla parete, e mi sembrò di vederla sorridere.

Oggi io sono molto anziana e Sofia è una donna. Viene a trovarmi ogni estate insieme alla sua bimba, Margherita. Lo scorso anno, mentre davo una frittella alla piccola, ho notato che le sue manine erano molto calde. Anche il suo nome sembra avere in sé un destino da guaritrice: Margherita, infatti, non è solo il nome di un fiore, ma anche quello della santa che sconfigge il drago. Di sicuro, perciò, non avrà paura dei serpenti. Chissà, forse è proprio a lei che dovrò trasmettere tutto il sapere della Catlina d’i erb.

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