Ripensare la curcuma?

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I recenti casi di epatite dovuti all'uso di curcuma e l'allerta del Ministero della Salute costringono a riconsiderare i facili entusiasmi e ad adottare comportamenti più prudenti

L’avevate sentita la notizia, no? Negli ultimi mesi, in Italia si sono verificati oltre 20 casi di una particolare forma di epatite legati all’assunzione di integratori di curcuma. Il Ministero della Salute ha quindi prontamente stilato un elenco di prodotti a rischio e invitato i consumatori a sospenderne l’utilizzo in via precauzionale.

 

La notizia ha fatto scalpore tra esperti e “fan” delle medicine naturali, considerato il largo impiego che oggi si fa della curcuma, vuoi sotto forma di spezia da aggiungere alle pietanze, vuoi, appunto, come integratore alimentare, in cui i principi attivi del rimedio – curcumina e altri curcuminoidi – sono presenti in forma più concentrata.

 

La curcuma (Curcuma longa), spezia lungamente utilizzata nella cucina e nella tradizione medica indiana, è indubbiamente una tra le sostanze che in anni recenti ha ricevuto più attenzioni sia da parte dei consumatori che dal mondo della ricerca, che ne ha messo in luce specifiche qualità salutistiche, dovute innanzitutto al contenuto di antiossidanti.

 

Alla curcuma e ai suoi estratti vengono attribuiti effetti benefici e preventivi in un’ampia serie di condizioni di salute, che vanno dai dolori muscoloscheletrici alla malattia di Alzheimer, dalle patologie autoimmuni alla depressione, dal diabete al Parkinson.

 

Ma poi c’è stato il “giallo” della curcuma (è proprio il caso di dirlo, visto anche il suo bel colore sgargiante…) e per settimane si è restati in attesa di giudizio. Finalmente, pochi giorni fa, il Ministero della Salute ha emanato una nota con il responso di un team di esperti specificamente sentito per fare chiarezza sulla vicenda.

 

Esclusa l’ipotesi iniziale di una qualche contaminazione dei lotti, è emerso che i casi di epatite associati al consumo di curcuma sono da ricondurre a particolari condizioni di suscettibilità individuale, alterazioni preesistenti della funzione epatobiliare o contemporanea assunzione di farmaci, con cui la curcuma avrebbe interagito negativamente.

 

Il ministero ha pertanto disposto che entro la fine del 2019 le etichette di tutti gli integratori alimentari contenenti estratti e preparati di piante del genere Curcuma dovranno riportate l’avvertenza che, in caso di alterazioni della funzione epatica, biliare o di calcolosi delle vie biliari, l’uso del prodotto è sconsigliato.

 

Personalmente continuerò a usare la curcuma e a suggerirla ai miei pazienti, sulla base delle nuove indicazioni ministeriali. La vicenda però mi conferma, se ancora ce ne fosse stato bisogno, la validità di un’affermazione che mi avete sentito fare molte volte, ovvero che naturale non significa innocuo.

 

Per quanto gli eventi avversi siano rari – e senz’altro mediamente più rari di quelli dei medicinali -, anche i rimedi naturali richiedono giusti dosaggi, qualità delle formulazioni, consapevolezza della storia clinica della persona, conoscenza delle eventuali terapie farmacologiche concomitanti. In una parola, cautele di utilizzo. Da oggi, per la curcuma dovranno essere un po’ di più.

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