Come in un film di Ozpetek

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Vorrei vivere come in un film di Ozpetek dove la vita è una metamorfosi continua e alla fine non lasci mai i personaggi come li hai trovati

D’estate mettiamo su un piccolo cineclub domestico, e proiettiamo i film preferiti su un lenzuolo appeso in giardino. Stiamo rivedendo i film di Ferzan Ozpetek e guardandoli mi diventa più che mai chiaro che non mi piace vivere rugginosamente, senza mutazioni. Finché sei capace di meravigliare te stesso, sei vivo.

Vorrei vivere come in un film di Ozpetek, perché il suo tema è la metamorfosi. Alla fine di un suo film, non lasci mai i personaggi come li hai trovati. Una tempesta, un incontro, un lutto, un’intuizione, un amore li hanno cambiati, mutando il codice d’accesso alla vita, sovvertendo l’abitudine, rendendoli pronti al dolore e allo stupore.

Ozpetek si occupa di crisalidi e fa in modo che volino, alla fine. Il suo primo film, Hamam, Il bagno turco, conquistò subito pubblico e critica, facendone un regista amatissimo: la sua unicità è nel sentire. La gente corse a vederlo. Il protagonista del film, Francesco,  è un Alessandro Gassman inutilmente bello, stordito dalla routine di un successo senza gioia. È architetto, fa ottimi affari, ma vive in gabbia, senza dubbi, senza sogni. Ignora la trascendenza, e la sua esistenza aritmetica è infelicità e buio. La moglie è un’arrivista odiosa che lo comanda, lo tradisce e lo disprezza. Poi, una lettera. Francesco eredita un bagno turco a Istanbul da una vecchia zia, donna di grandi avventure, e va a vederlo, pensando a una speculazione economica. Non tornerà più. È entrato in un altro mondo, in un altro se stesso.

Scopre l’immaginazione, e il sesso. Decide si restaurare l’hamam, e si innamora di un ragazzo. Lui, eterosessuale tutto d’un pezzo, scopre una dimensione  splendente, quando la conquista dell’istintualità diventa conquista della libertà (Morando Morandini). Lui, sempre così ligio agli interessi materiali, sfida la pericolosa multinazionale che vuole sconciare il vecchio quartiere con supermarket e palazzoni, e ha delle mire sul suo immobile. Arriva la moglie, Francesco le dice tutto e le annuncia che non tornerà. Lei lo vede con altri occhi. Per la prima volta vede un uomo. Subito dopo Francesco viene ucciso da un sicario della multinazionale.

E qui avviene la metamorfosi più sorprendente, un’emozione che non ti aspetti: la moglie, la gelida arrivista a una dimensione, d’un tratto intuisce quell’uomo sconosciuto, vede ciò che lui aveva visto. La belva gretta e volgare testardamente volta al guadagno, scopre il gusto d’avere un’anima. Porterà avanti il progetto di lui, e si fermerà a Istanbul, realizzando la visione di Francesco, amandolo finalmente, e facendolo vivere nel suo amore.

In Le fate ignoranti, alla soave e ignara Margherita Buy muore un marito adorato. Al dolore si aggiunge una rivelazione sconvolgente: lo sposo col quale è sempre vissuta in armonia,  e  (credeva) sincerità, aveva una doppia vita, con un uomo. Lei si incontra con l’amante inconsolabile di lui (Stefano Accorsi), l’amore segreto di cui non ha mai sospettato nulla. Fra i due ci sarà un’attrazione strana e impossibile, che trasformerà  la vedova timorosa in una creatura libera. Sono tutte storie di conversione. Conversione alla vita nel senso più profondo.

La mia preferita è Irene (Barbara Boboulova) di Cuore sacro, imprenditrice spietata, pronta a disfare per soldi la dimora dei suoi genitori, pronta a cancellare anche le scritte sul muro lasciate dalla madre, che si riveleranno la mappa di una scelta spirituale. Irene comincia a leggerle, e già le sue certezze vacillano. Ma decisivo sarà, ancora una volta, un incontro. Con  la ladruncola Benny, piccolo Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri, e morirà in un incidente, ma continuerà a guidarla. Irene conosce il sollievo del dare, si accorge dell’esistenza dell’altro e quindi di sé, conosce l’ebbrezza di scrollarsi il peso dell’avidità, la morsa della materia.  L’ultima scena è una specie di manifesto francescano sobrio e luminoso. Tra la folla della metropolitana Irene si spoglia della giacca, della camicia, delle scarpe, e resta nuda, serenissima, fra lo sconcerto dei presenti, di cui non si accorge, presa dalla sua gioia. La nonna, capitalista di ferro, vorrebbe mandarla in manicomio, per salvare il capitale. Ma la psicologa che deve emettere il verdetto trova  Irene perfettamente sana di mente. La sanità è la metamorfosi. È  l’esercizio del libero arbitrio. È la semplicità del vero. Grazie, Ozpetek.

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