La svolta felice nel caso di Daniela Molinari

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La madre di Daniela Molinari ha accettato di sottoporsi al prelievo che potrebbe salvare la vita alla figlia

Che cosa può spingere una madre a negare alla figlia, data in adozione da piccola, l’aiuto indispensabile per combattere una grave malattia?

La storia di Daniela ha choccato tutta Italia, ma la svolta di oggi, 4 maggio, è che la madre ha accettato di sottoporsi al prelievo che potrebbe salvare la vita alla figlia.

Qui, la lettera aperta che ha rivolto alla donna la psicoterapeuta Maria Rita Parsi.

Cara signora, madre sfuggente di cui non conosco il nome, ti scrivo a proposito di una vicenda che ti riguarda e di cui si parla tantissimo. Una vicenda pesante, triste, angosciante, a tratti incomprensibile.

Un passato misterioso

Partiamo dal principio: nel 1973, hai messo al mondo una bambina e hai scelto di darla in adozione. Quella neonata si chiama Daniela e ora è una donna di 47 anni gravemente malata. Sta fronteggiando un tumore e le è stato consigliato di prendere parte a una sperimentazione che potrebbe salvarle la vita. Una sperimentazione per la quale avrebbe bisogno di conoscere il tuo Dna.

Daniela ha fatto di tutto per mettersi in contatto con te ma, quando ci è riuscita, tu ti sei tirata indietro e non hai accettato di sottoporti agli esami necessari. Il tuo caso ha avuto notevole risonanza, circola addirittura una petizione in cui si chiede alle autorità di obbligarti a fornire a Daniela le informazioni di cui ha bisogno per sopravvivere. Io adesso ti scrivo nel tentativo di aiutarti a riflettere. Immagino che la situazione non sia semplice per te, ma credo anch’io che dovresti renderti disponibile ad aiutare Daniela. Sì, dovresti metterla nella posizione di verificare se può aderire alla sperimentazione che le hanno consigliato.

Sicuramente dietro alla nascita di tua figlia e alla decisione di darla in adozione si nascondono disagi e tragedie che tu, con il tempo, hai cercato di rimuovere. Non sottovaluto il tuo stato d’animo, di certo non è facile ritrovarsi a fare i conti con un passato difficile. T’invito, però, a riflettere su un altro aspetto: tu hai portato in grembo Daniela per nove mesi e, mentre la piccola prendeva vita, come in ogni gravidanza voi due vi siete scambiate infinite comunicazioni neurochimiche. Insomma, tu e Daniela vi parlavate e la bambina riusciva a sentire le tue emozioni. Infatti, quando un neonato viene a  mondo, porta con sé l’imprinting che ha ricevuto durante la gestazione: è come se portasse dentro di sé affetto oppure rifiuto, amore o accoglienza. Questo per dirti che tu e Daniela siete legate da un fil rouge indissolubile. C’è tra voi una relazione che non può essere recisa in alcun modo, neanche negandola.

Ma il padre dové? 

Per tutte queste ragioni t’invito a riflettere e, possibilmente, a renderti disponibile con Daniela, che attraversa un momento davvero pesante e impegnativo. C’è, però, un altro aspetto della vicenda a cui vorrei dare rilievo: tu e Daniela siete dal punto di vista biologico madre e figlia, ma immagino che ci sia, o che ci sia stato, anche un padre. Ecco, mi stupisce che, quando si affronta tragedie familiari come la vostra, si parli sempre del legame tra mamma e figlia, ma molto spesso s’ignora la figura maschile. Niente di più ingiusto e sbagliato.

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