Da Anne Hathaway al nostro Alessandro Gassman: sono tanti i vip che, negli ultimi anni, hanno dichiarato apertamente guerra all’alcol. Non che avessero una dipendenza. Solo, come molti, non si facevano mancare qualche bicchiere in più per darsi la carica e sentirsi più sciolti nei contesti sociali. Ultima in ordine di tempo, Daria Bignardi: ha confessato di non concedersi ormai più di mezzo bicchiere ogni tanto, perché “per me la scoperta di come si vive bene da moderati è epocale”.
La scelta dei vip riflette un cambiamento che riguarda una fascia di popolazione molto più ampia perché il fenomeno “sober curious”, cioè la scelta di bere in modo più consapevole senza necessariamente rinunciare del tutto all’alcol, è particolarmente forte nella GenZ.
Secondo una ricerca YouGov, il 23% dei giovani italiani dichiara di non consumare alcol e un ulteriore 30% ne vuole ridurre il consumo. «Le nuove generazioni adulte attribuiscono maggiore valore al benessere, alla performance fisica e mentale, alla produttività e alla cura dell’immagine», spiega Emanuele Scafato, membro della Società Italiana di Alcologia e consulente Oms sul tema. «Questa tendenza ha incontrato quella dei mocktail, i cocktail senza alcol, e delle altre bevande analcoliche che arriva dagli States dove, in mancanza di un sistema sanitario nazionale, si avverte ancora di più il bisogno di ridurre le occasioni di pericolo per la salute. Ma attenzione, dobbiamo distinguere tra diminuzione dei consumi medi di alcol e persistenza dei comportamenti a rischio».
Addio hangover: perché i trentenni smettono di bere
La tendenza a diminuire o azzerare l’alcol è tipica di quella fascia di età che, solo pochi anni fa, faceva dell’happy hour uno dei principali rituali di socialità, e sfogava nelle “serate alcoliche” l’ansia e la stanchezza di una carriera incipiente. Oggi sono i giovani a cavallo tra GenZ e Millennials, trentenni o giù di lì. «Le motivazioni sono tante» spiega Scafato.
«In parte lo fanno per convenienza e opportunità: vogliono evitare problemi quando si mettono alla guida. Ma è vero anche che oggi sono mediamente più attenti alla loro salute rispetto al passato e non sopportano l’hangover in ufficio il giorno dopo. Così come mal gestiscono quella sensazione di insicurezza dovuta alla mancanza di lucidità, ai cambi di umore o al malessere che, spesso, il consumo anche occasionale di alcol porta con sé». Questa nuova sensibilità si riflette anche nelle scelte di acquisto: il 31% dei GenZ è curioso di provare vini totalmente analcolici, il 15% gli spirits low-alcol e l’8% i dealcolati.
Bevande NoLo: il mercato che cresce (e i vip che investono)
Che le bevande analcoliche siano cool lo dimostra il fatto che molti vip, una volta dichiarata la rinuncia all’alcol, hanno fondato aziende produttrici di bevande low o zero alcol. Per esempio, Tom Holland, l’interprete di Spider Man, ha lanciato la birra Bero. Lo stesso hanno fatto, anni fa, sul mercato americano, Bella Hadid con le bevande funzionali Kin Euphorics e Katy Perry con gli aperitivi analcolici De Soi. Anche in Italia gli esempi non mancano.
Uno su tutti, Sodamore, brand fondato dall’attore Luca Argentero che propone sparkling soda, birra analcolica e vino dealcolato. Mentre, sugli scaffali del super, arrivano sempre più referenze zero alcol di storici marchi italiani come Peroni, Mionetto e Martini. Il mercato li premia: secondo le stime di Federvini, la tendenza globale delle bevande no e low-alcol (NoLo) è destinata a crescere di oltre 4 miliardi di dollari entro il 2028. In Italia, le vendite di vino, spirits e birra non alcolici sono già aumentate del 14,8% rispetto a quattro anni fa.
Adolescenti e alcol: il binge drinking resta un’emergenza
Il quadro cambia completamente se si guarda agli adolescenti. Più si abbassa l’età e più il rapporto con l’alcol si capovolge e il binge drinking, cioè il consumo smodato di alcolici, aumenta. «Nella fascia sotto i 18 anni, i numeri sono sempre drammatici» avverte Scafato. «Ottantamila minorenni dichiarano di bere con lo scopo di ubriacarsi. Il 10% degli accessi al pronto soccorso per una serata alcolica finita male riguarda addirittura ragazzi sotto i 14 anni. Lo fanno per sperimentare, per placare l’ansia, per emulare, per migliorare le relazioni sociali e vincere la timidezza. Il problema è che a questa età mancano sia l’enzima che digerisce l’alcol sia la completezza delle aree del cervello deputate al controllo e alla percezione del rischio. Così gli effetti sono devastanti».
Dopo i 25 anni scatta la svolta: il benessere prima di tutto
Le aree del cervello in questione si trovano nella corteccia prefrontale, una zona che arriva alla sua completa maturazione solo dopo i 25 anni. «Ecco perché le scritte “Bevi responsabilmente” rivolte ai giovanissimi nelle pubblicità e sulle bottiglie sono buchi nell’acqua» dice l’esperto.
«Ed ecco anche perché la diminuzione del consumo di alcol si registra proprio dopo quell’età, quando si acquisiscono una maggiore razionalità e una predisposizione alla pianificazione che mal si accorda con i postumi di una sbornia. E poi, i 30enni di oggi, spesso hanno già alle spalle una carriera di sbronze che possono raccontare. Hanno dato. Adesso vogliono solo stare bene». E in questa scelta sono aiutati e stimolati dalla maggiore diffusione non solo di bevande analcoliche ma anche di occasioni di ritrovo e divertimento fuori dai confini della notte dove l’alcol è di ordinanza.
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