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Alessandro Preziosi: «L’arte è fatta di fantasie irrealizzabili»

C’è chi insegue un traguardo e chi preferisce restare in cammino. L’attore napoletano Alessandro Preziosi apre le porte del suo mondo tra palcoscenico, cinema e nuove sfide, raccontando perché la vera forza sta nel continuare a cercare

L'attore napoletano Alessandro Preziosi, protagonista di questa intervista
CREDITS: GettyImages

Se si chiede ad Alessandro Preziosi se abbia trovato la propria dimensione artistica, la risposta arriva netta.

Non nei toni, sempre pacati, ma nel significato: «Spero di non trovarla mai perché non si basa su schemi e percorsi precostituiti, ma supera anche le linee spazio-temporali. L’arte è comparazione, è fatta di incontri e di fantasie irrealizzabili».

Un sorriso da guascone napoletano, eredità delle sue origini, riflessioni che arrivano dalla vita vissuta e la curiosità di chi non ha mai smesso di mettersi in discussione. Alessandro Preziosi porta con sé quella leggerezza inquieta tipica di chi continua a cercare.

E forse qualcuno lo aveva già intuito molti anni fa: Giorgio Albertazzi, uno dei grandi maestri che ci ha lasciati, aveva visto lontano. A raccontarlo è lo stesso Preziosi: «Mi parlava con grande affetto. Lo conobbi da ragazzino a casa di amici dei miei genitori, volevo intervistarlo per un giornalino che si chiamava Meridiana dove scrivevo di teatro. Mi disse: “Tu farai l’attore anche se non farai l’attore” e io gli risposi: “se lo dici tu”… e aveva ragione».

Non è un caso che torniamo al maestro Albertazzi, che aveva portato sulle scene Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Dopo averlo proposto come reading, il 23 e 24 luglio, nei luoghi dell’Imperatore, al Canopo di Villa Adriana a Tivoli, Alessandro Preziosi porterà il suo sguardo sull’opera di Yourcenar, interpretandola e dirigendola.

Hai scelto di mettere in dialogo il testo della Yourcenar con l’arte contemporanea. Come nasce questo incontro?

«Il tentativo è stato quello di riportare nell’oggi i significati del testamento morale, politico e filosofico di Adriano, creando un ponte tra passato e presente. In scena ci saranno alcuni interventi di Alfredo Pirri, come uno specchio rotto e altre piccole installazioni, che dialogheranno con il testo. Mi era già capitato con Michelangelo Pistoletto, in Aspettando Re Lear, di far vivere le opere all’interno di uno spettacolo. Anche questa volta ho lavorato con la musica elettronica di Giacomo Vezzani, mentre Elisa Di Eusanio darà voce a Marguerite Yourcenar, creando un dialogo tra lei e Adriano».

Come mai ti affascina così tanto l’arte contemporanea?

«Mi sono sempre sentito osservato da quelle opere, senza capire fino in fondo il perché. Forse è proprio questa la loro forza: nella semplicità riescono a contenere un significato enorme. Penso al taglio di Fontana: ognuno può entrarci dentro e trovare una propria interpretazione. Questa possibilità di dialogare con l’arte mi ha sempre affascinato. La Galleria d’Arte Moderna di Roma è stata per me un luogo di grandissima ispirazione: fermarmi davanti ai quadri specchianti di Pistoletto con mia figlia era ogni volta un’esperienza speciale. Per questo, quando ho avuto la possibilità di condividere uno spettacolo con lui, è stato pazzesco».

Cosa, invece, ti ha colpito di come la scrittrice francese Marguerite Yourcenar ha raccontato Adriano?

«Mi colpisce la sua capacità di immedesimarsi in un personaggio senza averlo conosciuto, trasformandolo attraverso una fantasia straordinaria. È una sorta di transfert che solo pochi grandi autori riescono a compiere: penso a Emily Dickinson o a Salgari, che ha creato Sandokan senza aver mai visto quei luoghi. Mi sono ritrovato molto nelle sue riflessioni sul sonno, sulla vita e sull’arte. E soprattutto nella figura di Adriano che ho trovato molto vicino a quello che mi augurerei di vedere anche nei nostri politici: una capacità di comandare e anche di servire, avendo il coraggio nell’interrompere le guerre, gli abusi e le follie fatte da Traiano. Ed è proprio nella sua ricerca della pace che Adriano continua a essere una figura profondamente contemporanea».

Lo spettacolo, prodotto da Pato in collaborazione con Teatro Stabile d’Abruzzo, è previsto proprio a Villa Adriana in occasione del decennale della scomparsa di Giorgio Albertazzi. Tutto questo ti carica?

«Di una responsabilità in più. Di solito i luoghi vengono evocati in maniera molto astratta sulla scena, in questo caso ritrovarsi lì diventa quasi spettrale. Non so ancora dirti se sarà qualcosa che subirò o se avrà un effetto moltiplicatore, di solito accade più quest’ultimo. Mi piace la sfida di poter far rivivere la memoria di un uomo».

Cito la Yourcenar: «La parola scritta m’ha insegnato ad ascoltare la voce umana, press’a poco come gli atteggiamenti maestosi e immoti delle statue m’hanno insegnato ad apprezzare i gesti degli uomini». Quanto senti vicine queste parole?

«Sono il paradigma della mia vita e sono proprio quello che ho sempre pensato quando ho studiato dei testi, ho imparato delle battute di autori immortali o ho cercato di dar voce a un personaggio partendo dalla sceneggiatura».

Si può dire che il tuo modo di essere sia in sintonia con il tuo percorso artistico?

«Se siamo quello che facciamo come dice Umberto Galimberti, sì. L’arte mi ha sempre rigenerato».

Sempre con lo Stabile d’Abruzzo hai realizzato La ferita, la letizia. Debutta alla LXXX Festa del Teatro di San Miniato il 29 e il 30 luglio e il 31 luglio è nella rassegna estiva I Cantieri dell’Immaginario. È l’adattamento teatrale tratto dall’omonimo libro di Davide Rondoni.

«Rondoni è un autore che si confessa a mani nude, mettendosi completamente in ascolto della voce di Francesco e cercando di avvicinarsi alla sua vita. Francesco è forse il santo e l’uomo a cui tutti, idealmente, vorremmo avvicinarci, ma rispetto al quale spesso ci sentiamo indegni. La ferita e la letizia di cui parla Rondoni nascono proprio dal privarsi di tutto, un percorso che porta a scoprire una parte di sé che spesso non si vuole vedere».

Vengono affrontati anche temi come l’amore e il possesso.

«C’è una connessione molto forte con i nostri tempi, se pensiamo che alla base dei femminicidi c’è proprio il tema del possesso. Spesso, nell’abitudine di possedere, non ci rendiamo conto della libertà che nasce dal non avere nulla e quindi dal non essere “ricattabili”. Mi auguro che questo spettacolo, anche grazie alle musiche elettroniche di Vezzani, possa essere un’occasione per stare insieme, gioire e danzare».

Per te quest’anno è stato incredibile: Portobello di Marco Bellocchio ha ricevuto, tra gli altri, il Nastro come Migliore serie e Sandokan di Jan Maria Michelini e Nicola Abbatangelo come Miglior serie internazionale. Partiamo dal lavoro su Enzo Tortora in cui interpretavi il dott. Fontana, il giudice istruttore.

«Ho seguito il mio approccio abituale, quello di documentarmi il più possibile. Di fronte a quello che è stato uno dei più grandi errori giudiziari della storia, ci si rende conto di come una strada alternativa fosse possibile, proprio grazie alla figura del giudice Fontana. Fu lui a mettere agli atti un documento in cui evidenziava che il numero trovato nell’agendina non corrispondeva a quello attribuito a Tortora. Ma l’intero sistema aveva bisogno di quel processo, perché rappresentava qualcosa di molto più grande dell’uomo stesso».

Hai conquistato anche nei panni di Yanez. Ci ha colpito come, sin da subito, tu abbia riconosciuto grandi meriti a Can Yaman.

«Mi sono trovato con una persona estremamente carismatica e preparata, guardavo e pensavo: è nato per fare Sandokan. Sono stato per lui una spalla importante, diversa da tutti i punti di vista. Ed è stato un lavoro estremamente interessante e divertente».

Tornando al teatro, sei stato anche direttore dello Stabile d’Abruzzo, cos’ha significato per te?

«Quell’esperienza mi ha fatto amare ancora di più il teatro. Con Cyrano e Don Giovanni ho fatto 450 repliche in 4 anni e se non era possibile far venire a L’Aquila le persone, ho portato la forza di questo teatro, insieme a tutti quanti loro, in giro».

Alessandro, visto che siamo in estate, ci confidi a cosa la associ?

«Sono una persona che la terra la vede dal mare per cui per me questa stagione significa avere una prospettiva diversa rispetto agli altri mesi. Sono come un bambino, resto al mare fino a tardissimo, mi godo i fondali, il tempo che sembra rallentare, gli odori…».

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