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La valigia perduta di Hemingway

Nella Parigi del 1929, il giovane Marcel, poliziotto improvvisato e aspirante scrittore, si trova a dover risolvere il mistero della morte di una donna. A coadiuvarlo nelle indagini, Ernest Hemingway, che conosceva la vittima

caffè ad angolo di parigi in bianco e nero
CREDITS: PexelsLa valigia perduta di Hemingway

Puntata 1

La valigia perduta di Hemingway – Puntata 1

26 Marzo — Parigi, 1929

Anni dopo, quando le bevute e le scazzottate ai tavolini di Montparnasse sarebbero finite, avrei provato nostalgia rileggendo le cronache e i resoconti di quel periodo assurdo. Era nata la moda dei “ruggenti anni Venti”, su riviste e giornali, e i critici si sarebbero lanciati in grottesche interpretazioni nostalgiche su un mondo che non esisteva più, spazzato via dalla guerra e dal nazismo. C’era chi diceva che Ernest e Scott avessero litigato per via dell’invidia o dell’orgoglio letterario: quest’ultimo che adorava il primo, meno famoso ma più desideroso di costruirsi un’immagine tutta sua. Il primo che cercava in ogni modo di evitare l’altro, un ragazzone biondo con le occhiaie e il sorriso ingenuo, che era solo in cerca di amicizia e protezione.

Quando venni a sapere che Fitz era morto di crepacuore a soli quarantaquattro anni, ripensai a quella primavera letargica, insolitamente fredda. Tutto in qualche modo era iniziato per colpa di Henry Miller.

Era una tarda mattinata del marzo 1929. La gente vagabondava impoverita per le strade del diciassettesimo arrondissement dopo essersela spassata durante l’inverno. Il vapore che usciva dalle bocche si mescolava al fumo di sigari e tabacco, e l’aria frizzante e azzurra sembrava promettere grandi cose. I panettieri allestivano le vetrine e i banchi delle pescherie si allargavano fin quasi al bordo del marciapiede.

Io giravo in uniforme, avevo iniziato il servizio attivo da dieci mesi e quel giorno, come accadeva una volta ogni due settimane, mi avevano affidato alla ronda notturna. I colleghi ci guardavano con invidia e non senza motivo, a dire il vero. Philippe e io preferivamo infatti starcene per conto nostro, a presidiare le strade ben oltre gli orari di turno, infischiandocene dei rituali del commissariato. Eravamo giovani e la città si dischiudeva davanti a noi come una vergine: gli ubriachi da scacciare dal cimitero di Montmartre, dove bivaccavano durante la notte; le risse appena fuori dai locali di spogliarello; le prostitute troppo giovani che adescavano e derubavano i clienti alla stazione di Saint Lazare… I risultati fioccavano e il commissario Gasquet era sempre più fiero di noi. Era il nostro territorio e noi ne eravamo i padroni.

Gli schiamazzi sul boulevard

Quella mattina avevamo appena svoltato sul lungo boulevard des Batignolles quando fummo attratti da alcune grida. Al primo piano di un palazzo popolare, una donna lanciava oggetti e imprecazioni di ogni genere contro un uomo che se ne stava rannicchiato, seminudo, contro la ringhiera del balconcino e tentava disperatamente di ripararsi. In strada si era radunata una piccola folla di curiosi.

Io e Philippe ci guardammo in faccia senza neanche bisogno di parlare.

Mollammo per terra i croissant che stavamo addentando e corremmo su nel palazzo. «Figlio di puttana!»

Mollammo per terra i croissant che stavamo addentando e corremmo su nel palazzo.

«Figlio di puttana! Maledetto impotente, giuro davanti a Dio che ti uccido!».

«Ti prego, tesoro, ti amo… Non picchiarmi!».

Salimmo le strette scale a due a due e ci ritrovammo sul pianerottolo. Dall’interno provenivano le voci dei contendenti. La stranezza era che quella maschile aveva un forte accento americano: l’altra, presumevo fosse la voce berciante e volgare di una cocotte in piena crisi isterica. Non mi sbagliavo.

«Aprite, polizia!» gridò Philippe per ben due volte, battendo i pugni contro il fragile legno dell’ingresso.

Improvvisamente le voci ammutolirono. Si sentiva solo lo sfrigolio di un bricco sui fornelli e un sottile lamento, quasi un’invocazione, questa volta proveniente dalla donna.

«Oh Dio, tesoro, ti amo. Non lasciare che mi arrestino…».

«Zitta, puttana! Ora siamo nei guai per colpa del tuo culo di pazza!».

Henry Miller

Quando finalmente aprirono la porta, ci ritrovammo davanti a una scena al limite del grottesco. Una donna seminuda urlava.

Quando finalmente aprirono la porta, ci ritrovammo davanti a una scena al limite del grottesco. Una donna seminuda urlava contro un uomo, nel salottino di quel bugigattolo composto da tre piccoli vani, inclusa una microscopica cucina e un angolo con doccia e lavandino.

Il bagno era in fondo al pianerottolo, in comune con gli altri inquilini. La stanza giaceva nel disordine più totale, c’erano vestiti, calzini sporchi, camicie, fogli dattiloscritti, bottiglie di vino e Pernod vuote sparse dappertutto, alcune delle quali rotte. Su una piccola stufa a carbone era steso un foulard, che stava quasi prendendo fuoco accanto a un bricco con del caffè. Le poche stoviglie giacevano per terra e l’uomo saltellava cercando inutilmente di evitare i cocci, che gli si infilavano sotto i piedi facendolo ululare dal dolore. Nell’unico grande letto sul fondo dell’appartamento un’altra donna nuda e ubriaca dormiva infischiandosene del casino.

«Che sta succedendo qua? Gli schiamazzi arrivavano fino al Sacré-Cœur!» disse Philippe, come al solito per pungolare. La sua tattica era molto semplice: umiliare e aggredire subito il malfattore o il presunto tale, senza dargli il tempo di rispondere. Solo così diventava docile e si poteva provare a farlo ragionare. Altrimenti sarebbe toccato chiamare i rinforzi e sbatterli tutti dentro, con lo scotto di un’enorme mole di incartamenti e pratiche da disbrigare per il resto della giornata.

«Ha ragione, agente, ci dispiace. Ora è tutto risolto…».

«Risolto un corno! Voglio sapere subito che diavolo combinavate. E coprite quella là».

L’uomo che ci aveva aperto fece un gesto stizzito e si avvicinò alla donna stesa sul letto, colpendola sul sedere. Lei mugugnò un’imprecazione, emise un leggero peto e si voltò dall’altro lato, tirandosi su il lenzuolo. Aveva l’aria di una che avesse appena fatto sesso.

«Prego per lei che le ragazze non siano minorenni. Qual è il suo nome?».

Si mostrava infuriato ma sapevo che dentro di sé si stava divertendo. L’uomo agguantò un soprabito e lo infilò.

Philippe si mostrava infuriato ma sapevo che dentro di sé si stava divertendo. L’uomo agguantò un soprabito e se lo infilò in fretta e furia, poi tolse il caffè dalla stufa e venne a stringermi la mano. Aveva il viso magro e oblungo, attraversato da un paio di occhiali sottilissimi. Più si sforzava di pronunciare un francese pulito e più veniva fuori il suo accento yankee.

«Henry Miller, signore».

«È americano?» chiesi.

«Di New York, signore» annuì lui.

«E cosa è venuto a fare in Francia?».

Miller guardò la donna al suo fianco come per trovare una risposta. Philippe lanciò uno strale dei suoi. «Sicuramente non a lavorare…».

Sorrisi e anche l’americano lo fece. Poi insisté per offrirci un caffè, ma ci mise almeno sei o sette minuti per trovare due tazze integre. Lo sorseggiammo appoggiati alla balaustra, mentre la folla in strada iniziava a defluire. Philippe agitò il manganello per aria bestemmiando qualcosa e il traffico sul boulevard riprese regolare. C’era una bella vista, anche se in lontananza si inquadrava l’orrenda torre metallica che da quarant’anni infestava il cielo del settimo arrondissement.

«In realtà proprio a lavorare. Cioè, a cercare ispirazione. Sono uno scrittore» disse, rimarcando per bene la parola “scrittore”.

«E cosa ha pubblicato?».

«Finora, non granché… Ma forse ho appena trovato un editore interessato».

Miller ci riassunse in un attimo la sua vita. Non so se fossi influenzato dall’accento americano o dalla sua aria buffa e in qualche modo docile, ma già in quel momento, nonostante fosse in mutande, tra donne nude e talloni insanguinati, mi parve emanare un’aura contagiosa di solennità e ottimismo a un tempo. Come se stesse cercando la mia complicità in quella situazione incresciosa, che pure un giorno sarebbe stata materia di scrittura e discussione.

«Stavo riguardando le bozze di un racconto, lei è entrata in casa, mi ha visto leggere ad alta voce con mia moglie ed è andata fuori di testa…».

«Con sua moglie? Ma non è lei sua moglie?» chiesi io, indicando la ragazza francese in piedi davanti a me.

Miller sorrise imbarazzato e fece no con la testa. Iniziavo a non capirci più niente. Gli chiesi se ci stesse prendendo in giro ma lui giurò di no, e mi spiegò che con la moglie aveva un rapporto molto aperto. Da tre settimane frequentavano questa ragazza di nome Aude e l’avevano quasi adottata: mangiavano assieme, discutevano di letteratura, lei ascoltava le trame delle sue storie e poi dormivano tutti e tre nel letto matrimoniale. Miller non aggiunse ulteriori particolari. Non ce ne fu bisogno.

«E perché avete litigato?».

«Perché è gelosa come una mantide… Da quando ci siamo trasferiti qui da lei pretende di essere presente in ogni momento. E non accetta che io legga in sua assenza il mio manoscritto a June» disse indicando la moglie.

Per questo aveva iniziato a insultarlo e a chiamarlo “impotente”. Poi, non contenta, gli aveva sfilato di mano il manoscritto e lo aveva immerso sotto il getto dell’acqua. Henry, che era abbastanza brillo e aveva lottato per ore contro le «maledette subordinate», aveva avuto l’ardire di colpirla sulla testa con una scarpa, e a quel punto la donna si era scatenata. Gli aveva distrutto la macchina per scrivere e poi aveva preso a bersagliarlo con ogni genere di oggetto. June intanto si era infilata nel letto, ubriaca.

«Tesoro, mi dispiace, il tuo racconto è perduto…».

«Non fa niente. Ti amo, baby».

Raccattai una delle poche pagine superstiti e scorsi qualche riga. C’erano scritte oscenità indicibili. Non avevo mai letto nulla del genere, nemmeno in quelle riviste che circolavano in accademia. Non sapevo se quel tizio fosse un vero scrittore, ma il suo stile iniziava a piacermi.

Philippe si girò a guardarmi e io intuii cosa stesse pensando, così impartii alla discussione un cambio di rotta.

«Signor Miller, lei sa che in Francia ci sono leggi precise sulla decenza. Non mi riferisco alle sue donne, dentro le mura di casa potete fare quello che volete. Alludo al lancio di oggetti fuori dalla finestra, agli schiamazzi e alla nudità sul balcone… Ci sono anche bambini che girano per queste strade».

La donna scoppiò a piangere e si aggrappò a noi. Si sfilò il vestito con cui intanto si era coperta e giurò che se avessimo chiuso un occhio avrebbe fatto tutto quello che volevamo.

«Sì, proprio tutto quanto, tesoro…» ripeté.

Philippe sembrava iniziare a divertirsi, ma io ero visibilmente imbarazzato. «Sono sicuro che il signor Miller ha capito di aver sbagliato e che la cosa non si ripeterà. È vero?».

«Assolutamente» si affrettò a dire lui stringendoci la mano e offrendoci un altro caffè.

Rifiutai gentilmente e trascinai Philippe fuori dall’appartamento, ma lo scrittore insisté per sdebitarsi in qualche modo.

«Ecco, prenda almeno questi… sono due inviti per uno spettacolo molto esclusivo. Me li hanno offerti, ma in quei giorni sarò fuori città».

Per non offenderlo infilai i tagliandi in tasca e gli sorrisi. Mentre lo scrittore richiudeva la porta, vidi che la ragazza francese gli si avvinghiava addosso infilandogli nelle mutande le mani vogliose. Non ci avrei giurato, ma non mi parve affatto maggiorenne. Già in fondo alla prima rampa di scale iniziammo a sentire gli ansimi e i grugniti.

Il gattino e la porta chiusa

Stavamo quasi imboccando il portone per uscire quando notai un gattino che grattava contro la porta di un’abitazione.

Stavamo quasi imboccando il portone per uscire in strada, quando notai un gattino che grattava contro la porta di un’abitazione situata sul fondo del cortile interno. Vi si accedeva attraversando due file di buganvillee con al centro una fontana in disuso, su cui troneggiava la piccola statua di un cupido pensieroso. Quando mi vide, la bestiola iniziò a miagolare, sovrastando una musica di sottofondo che proveniva dall’appartamento.

Restai in ascolto per qualche istante e riconobbi un brano che conoscevo bene: era l’assolo di tromba che Bix Beiderbecke suonava sulle note di Jazz Me Blues. Siccome stava per iniziare a piovere indugiai un istante, mosso a compassione per il gatto, nonostante Philippe mi facesse cenno di sbrigarci. Mi avvicinai e bussai con le nocche all’uscio, rendendomi però subito conto di qualcosa di insolito: un odore stantio, come di formaggio fortemente avariato, filtrava da sotto alla porta. Bussai di nuovo, poi provai a ruotare la maniglia e mi resi conto che la serratura era sbloccata. Mi bastò socchiudere la porta di poco per sentirmi assalito da un afrore nauseabondo, più vicino a quello di una carcassa di animale in putrefazione che di cibo.

«C’è qualcuno?» chiesi più volte, senza ricevere risposta.

C’era poca mobilia e i muri erano alquanto sobri, se non fosse stato per tre grandi stampe che svettavano con aria cupa e, insieme, spettacolare: non si capiva se fossero fotografie oppure dipinti. Sul fondo nero si stagliavano alcuni oggetti biancastri, di cui si riconoscevano chiaramente i contorni ma non i dettagli o le rifiniture. Una chiave, una forchetta, due pistole e anche una mano femminile: sembravano ombre cinesi al contrario e incutevano una sorta di inquietante stupore.

«Allora, c’è qualcuno o no?» chiesi di nuovo, a voce più alta. Da un lato del corridoio si apriva una minuscola stanza priva di finestre.

«Allora, c’è qualcuno o no?» chiesi di nuovo, a voce più alta.

Da un lato del corridoio si apriva una minuscola stanza priva di finestre, che aveva l’aria di un ripostiglio. Accesi un interruttore sulla destra e vidi l’ambiente illuminarsi di rosso. C’erano vaschette, pellicole e flaconi di soluzioni chimiche. Un fotografo amatoriale, pensai, vista la resa alquanto scarsa degli scatti sviluppati e appesi a un filo con delle mollette. Uscii dalla camera oscura e mi diressi verso l’altro lato dell’abitazione, dove immaginavo si trovasse il salottino da cui proveniva la musica. Quando aprii la porta il fetore si fece insopportabile e la scena che mi si parò davanti mi fece sussultare.

Per terra, una donna era riversa sul tappeto, con una bava verdastra che le usciva dalla bocca. Il corpo era già in stato di decomposizione, probabilmente abbandonato da giorni. Nessuno ci aveva fatto caso, nessuno si era nemmeno incuriosito per la musica persistente che usciva da una radio posta su un tavolino di marmo. A vederlo in quella postura sgraziata, il cadavere della donna faceva quasi commozione. Doveva essere stata bella, a giudicare dalle gambe lunghe e sottili. Al collo aveva una catenina, alle dita alcuni anelli e in mano stringeva un bicchiere. Sul tavolo c’erano una bottiglia di vino e un altro bicchiere intonso.

Me ne rimasi lì per lunghi minuti, incapace di reagire o di pensare. Fu solo Philippe a destarmi dal torpore quando finalmente entrò per cercarmi.

«Che cos’è questo odore terribile? Oddio… che diavolo le è successo?!».

Jeanne Leblanc

Il commissario Gasquet arrivò circa un’ora dopo che lo avevamo avvertito. Scese al volo, scortato da quattro agenti, masticando il sigaro spento all’angolo della bocca, e si infilò nel palazzo. Gli spiegai brevemente la faccenda di Henry Miller, parlando genericamente di schiamazzi e sorvolando sulla nudità in pubblico, poi gli indicai nei dettagli tutto quello che avevo fatto dal momento in cui ero giunto al piano terra.

«Siete sicuri di non aver toccato niente?».

«Sicurissimi, commissario».

«Allora tu vieni con me, mentre tu dai una mano ai colleghi. E tenete quell’affare lontano da qui…» replicò lui, indicando rispettivamente me, Philippe e il gatto, che aveva ripreso a grattare contro la porta.

Lo afferrai con delicatezza e lo porsi al mio collega, che mi guardò sbuffando. Quindi aprii l’uscio e mostrai al commissario il percorso che attraverso il corridoio sbucava nel salottino dove giaceva la morta. Gasquet mi ordinò di accendere tutti gli interruttori elettrici e di non far entrare nessuno. Poi spalancò le finestre per cambiare l’aria, si accese il sigaro e prese a osservare attentamente il cadavere. Quindi avvicinò il naso al bicchiere che la donna stringeva in mano. Capii che un residuo di odore pungente aveva vinto il fetore della decomposizione organica e gli aveva investito le papille olfattive. Il commissario scosse la testa.

«Cosa c’è lì dentro?».

«Non lo so… ma odora maledettamente di mandorle amare» rispose lui, riponendo il bicchiere al suo posto.

Le perlustrazioni dell’appartamento durarono circa tre ore e si prolungarono ben oltre la pausa prevista per il pranzo. C’erano alcuni negativi a bagno, ormai bruciati e irrecuperabili; sulle mensole invece spiccavano flaconi di solventi e polveri, insieme a un quantitativo ingente di scatti fotografici custoditi in un cassetto: le immagini erano mosse e sfocate, ma su tutte aleggiava un’inquietudine di fondo, particolarmente vistosa nelle ombre, nell’assenza di luce e nella claustrofobia degli ambienti scelti come soggetti.

Gasquet tentò di strappare qualche informazione ai vicini di casa, ma nessuno sembrava sapere molto sul conto della defunta. Soltanto un’anziana vedova, che viveva al piano terra con i suoi bassotti, ci confermò l’estrema riservatezza della ragazza e ci riferì il suo nome, che rispondeva a quello di Jeanne Leblanc. Tre giorni prima l’aveva vista rincasare come sempre dopo il tramonto, dopodiché non era più uscita dall’appartamento. Quando però tentammo di porle altre domande, la donna replicò con una smorfia stizzita che le stavamo facendo perdere tempo. Doveva preparare il pasto per i bassotti e poi portarli a passeggio.

«Dunque conferma di non aver visto nulla di insolito?».

«Faceva una vita da vecchia» disse l’anziana sprezzante, scuotendo la testa e strappandoci un sorriso.

«Faceva una vita da vecchia» disse l’anziana sprezzante, scuotendo la testa e strappandoci un sorriso. «Lavorava in una boutique del centro. Ogni mattina usciva di buon’ora e la sera la vedevo rientrare con la sporta della spesa. Niente più».

«E il gatto?» domandai istintivamente, intromettendomi.

«Cosa intende, giovanotto?».

«Non le sembra strano che sia rimasto qui fuori per tutto questo tempo?».

«Non l’ho neanche notato, questi non fanno che abbaiare…» rispose indicando i suoi bassotti, che scodinzolavano avanti e indietro per l’ingresso. «E quel gatto ne ha talmente paura che corre a nascondersi non appena ne sente l’odore».

Quasi a conferma di ciò che la padrona diceva, uno dei cani prese a latrare e saltellare. Mentre stavamo per andare via, si voltò per un istante e le pose un’ultima domanda: «Quasi dimenticavo… ha mai visto la signorina Leblanc in compagnia di qualcuno? Un amico, una collega?».

La donna tentennò un istante mentre con i piedi bloccava i bassotti, che cercavano di guadagnarsi l’uscita.

«Personalmente, mai» rispose. «Mi faceva tanta pena, poverina. Se fosse stata mia figlia l’avrei spronata a cercare marito, ma avevamo troppa poca confidenza. E ora scusatemi…».

Cianuro di potassio

Il commissario sollevò il cappello congedandosi, quindi tornammo verso l’appartamento della defunta, trovando il dottor Arnal già intento a ispezionare il cadavere.

Non ci degnò neanche di uno sguardo, ma tirò fuori dalla sua borsa di cuoio scura una serie di strumenti con cui misurò il corpo, verificò il colore delle ipostasi e miscelò i residui trovati nel bicchiere con uno strano liquido di contrasto contenuto in una provetta. «È stato il veleno a ucciderla?» chiese il commissario.

«Cianuro di potassio» replicò il dottore, annuendo. «Dovrò effettuare analisi più accurate, ma il colore della bava e la profonda infiammazione a tutta la cavità orale non lasciano spazio a dubbi».

«Da quanto tempo è morta?».

«Almeno due giorni. E, prima che me lo chieda, sul corpo non ci sono segni di forzature o aggressioni» rispose lui, dando poi ordine ai suoi assistenti di trasportare il cadavere in laboratorio.

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