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Tutto può succedere al Little Pumpkin Cafè

Non è esattamente un periodo d’oro per Ivy: viene mollata dal marito e perde il lavoro. Così, decide di lasciare Londra e trasferirsi in un cottage nel Norfolk. Qualche pagina di "Tutto può succedere al Little Pumpkin Cafè", un romanzo avvincente

CREDITS: Pexels David Cossey

Puntata 1

Avete presente il momento in cui brindate al nuovo anno dopo aver mandato giù qualche bicchiere di champagne di troppo e fate l’imperdonabile errore di pensare “questo sarà il mio anno”?

Ecco, non fatelo mai, nemmeno sotto tortura, perché – se ho imparato qualcosa negli ultimi giorni – è che il karma non ama essere sfidato. Non ha il benché minimo senso dell’umorismo e nemmeno di pietà, perciò non fate stupidaggini: niente brindisi pretenziosi, a maggior ragione se nella vostra vita le cose sembrano filare in modo tutto sommato decente.

Sì, decente. Non una parola chissà quanto entusiasmante, me ne rendo conto, ma le emozioni forti sono per chi se le può permettere, e io ho scoperto negli ultimi giorni di non essere corazzata a sufficienza. In mia parziale difesa, l’ambiente in cui mi trovavo mi aveva un po’ dato alla testa.

Ross, mio marito, aveva infatti insistito perché ci unissimo a un gruppo di nostri (suoi, ora che ci penso) amici per festeggiare il Capodanno tra una sciata e l’altra, godendocela a Courchevel, uno dei posti più esclusivi sulle Alpi francesi.

Io non l’avevo mai nemmeno sentita nominare prima, questa fantomatica località, ma non faccio testo perché vengo da una famiglia assolutamente normale, mentre Ross è uno nato con i soldi, cresciuto con ancora più soldi (effetto inflazionistico sugli asset degli abbienti, come mi ha insegnato poi la mia laurea in Economia), e sono certa che morirà con ancora più soldi.

E poi è tirchio, qualità eccellente per la preservazione del patrimonio, come forse si potrà facilmente intuire. Non avete idea della quantità di fortune ereditate che scompaiono nel giro di qualche anno, solo a causa della propensione degli eredi a spendere e spandere come se non ci fosse un domani.

E invece il domani c’è, e nessun patrimonio è infinito, per quanto tutti amino fingere altrimenti.

Senza badare a spese

Ecco, riflettendoci a mente fredda, avrei dovuto trovarlo sospetto proprio per questo motivo: Ross non ama spendere. Almeno, non i suoi soldi. È felicissimo di allungare i suoi numerosissimi viaggi di lavoro in giro per il mondo e di godersi alberghi a sette stelle e ristoranti affini, ma lo fa sempre a spese del fondo di private equity per cui lavora. Di cui, sì, lui è anche uno dei principali azionisti, ma le spese aziendali si scaricano, abbassano l’imponibile e quindi evitano tasse fastidiose.

Se ho imparato qualcosa dalla mia lunga frequentazione con lui, è che la business ha più gusto se non te la devi pagare di tasca tua.

Ah, oltre al fatto che esistono davvero alberghi a sette stelle e non solo cinque, come si è sempre immaginata la plebea che è in me.

In ogni caso, a questo giro il mio tirchissimo marito aveva deciso di non badare a spese e aveva prenotato una settimana in questo posto apparentemente paradisiaco.

Sempre che uno sappia sciare. Cosa che io so fare a sufficienza da non rompermi l’osso del collo, avendo iniziato dopo che l’ho conosciuto e solo per farlo contento (sempre che si possa rendere “contento” uno perennemente nervoso come lui, ma io ho voluto comunque provarci perché l’ottimismo in genere non mi è mai mancato).

Mi sono subito resa conto che gli sciatori si dividono in due grandi categorie, che si possono notare a occhio nudo, non appena si mette piede su una pista: quelli che hanno sempre sciato e hanno imparato da piccoli, beati loro, e quelli che si sono dovuti fare il segno della croce e si sono lanciati dalla cima della montagna in un’età in cui francamente avrebbero potuto fare anche altro. Tipo la sauna, seguita da un bel massaggio con gli oli essenziali. Ma stiamo divagando e poi la sauna non l’ho praticamente vista per tutta la settimana.

A eccezione di una quella volta, ma non voglio anticipare troppo il mio personale dramma. Tutto secondo i giusti tempi.Dicevo, ci siamo uniti ad altri amici, ovvero altre tre coppie come noi (trentenni pretenziosi, con più soldi di quello che sarebbe socialmente giusto avessimo a disposizione, se il vero merito avesse ancora un senso ecc. ecc.), e dato che io appartengo alla seconda categoria sopracitata e non ho imparato a sciare a tre anni, ho passato la settimana praticamente da sola sulle piste, affidata alle cure di un maestro trovato all’ultimo secondo, e quindi quasi ottantenne.

Ma va bene, Carlo è stato comunque simpatico e paziente, e mi ha fatto un po’ da padre, senza contare che alla fine della settimana ritenevo di essere migliorata a tal punto da potermi unire a tutti gli altri almeno per l’ultimo giorno.

Volevo mostrare a Ross quanto mi ero impegnata e magari sentirmi dire un semplice “brava”.

Purtroppo per me vengo da una famiglia di persone relativamente amorevoli, e sebbene i miei non mi abbiano insegnato a sciare, ahimè, mi hanno cresciuto facendomi sentire apprezzata, pur con tutti i miei infiniti difetti.

Una famiglia di stronzi anaffettivi potrebbe non sembrare chissà quale vantaggio, ma lo si rivela dopo, perché a quel punto nulla può ferirti.

Di certo non i mariti che se ne fregano di te e dei tuoi progressi sciistici, lasciandoti da sola anche quando state finalmente sciando insieme, semplicemente perché gli altri vanno più veloci.

Una scoperta sconvolgente

Tornata in albergo, ero quindi piuttosto incazzata con Ross, e per evitare di litigarci (attività inutilmente dannosa, che non porta mai a nulla se non a mie scuse insensate, anche quando la colpa è tutta sua) ho deciso di andarmene finalmente alla spa, che fino a quel momento non ero riuscita a visitare perché troppo stanca dopo infinite ore di montagna.

Quell’ultimo giorno avevo invece la rabbia a rinforzarmi, e perciò mi sono messa un accappatoio e sono scesa.

Volevo iniziare dalla sauna, perché il gelo che mi si era infilato nelle ossa durante lo sci era molto ostico da combattere, ma appena ho aperto la porta sono rimasta di sasso.

Dentro c’erano infatti già due persone, e non due qualsiasi: Ross, alias mio marito, e Desirè, una nostra amica.

Sposata anche lei, da quel che ne so, ma sono tempi strani e matrimoni ancor più strani, ultimamente.

Desirè era seduta a cavalcioni sopra Ross, totalmente nuda, con l’asciugamano lanciato chissà dove. La bocca di lui era sopra un suo seno – rifatto e pure male, se mi è permessa un’osservazione oggettiva sebbene di parte –, una mano sul suo sedere (questo perfettissimo e odiosamente privo di cellulite). Ricordo di aver spalancato la bocca ma di aver comunque avanzato di lato per verificare dove fossero le mani di lei: se avete pensato male (o bene, a seconda dei punti di vista), avete indovinato. Lì, esattamente lì, talmente prese dal movimento da non rendersi conto nemmeno dell’arrivo di qualcuno.

Ho dovuto schiarirmi la voce perché mi notassero, dico davvero.

Ne è seguita una surreale scena da cabaret in cui i due amanti, parlando velocissimamente uno sopra l’altro, hanno cercato di convincermi nell’ordine che non era quello che sembrava.

Che era quello che sembrava ma che non era comunque niente.

Che era qualcosa ma meno di quello che probabilmente avevo pensato.

Infine, che era solo un modo per passare il tempo. A quel punto ho finalmente compreso che il mio tirchissimo marito aveva deciso di spendere per una volta dei gran soldi per una vacanza perché scoparsi Desirè giustificava la cifra.

Per lui è sempre stato tutto una questione di uscite ed entrate, di giusto costo, di investimenti da ammortizzare in modo intelligente.

Stavo quasi per chiedergli in quanti anni di bilancio volesse distribuire la cifra.Siamo rientrati a Londra il giorno dopo in un clima che definire surreale sarebbe poco.

Ross pareva incazzato, e se in altre persone un simile atteggiamento sarebbe stato impensabile, lui ha sempre avuto la faccia tosta per permettersi cose che per gli altri sarebbero state intollerabili.

Una terribile busta marroncina

Per un po’ di giorni ci siamo a malapena parlati, e poi lui è partito per San Francisco, con mio sommo sollievo.

Ritenevo che un po’ di distanza avrebbe potuto farci bene e che probabilmente sarebbe tornato chiedendomi di dimenticare la cosa. E invece non è tornato e non mi ha nemmeno telefonato.

Mi ha però fatto consegnare una busta in ufficio. Una terribile busta marroncina con impresso sopra un logo di uno studio legale: l’ho aperta senza avere un mancamento, cosa di cui vado enormemente fiera. Dentro c’erano i documenti con cui mi si chiedeva, nell’ordine, il divorzio, e poi di lasciare libero quanto prima il grande appartamento a Kensington in cui abitavamo. Proprietà sua, ovviamente, perché io non potrei permettermi un simile investimento immobiliare nemmeno in milioni di anni.

Ma avevo messo tutta me stessa nell’arredamento della nostra casa, e la sentivo davvero mia, in un certo senso. Ross c’era così poco che in ogni caso ero io a prendermi cura di tutto.

Ho incassato il colpo nel leggere i documenti ma non ho pianto, mettendoci tutta la forza che avevo per non crollare.

Poi nel pomeriggio hanno convocato una riunione e il mio capo mi ha comunicato (molto affranto, va detto, ma cosa vuoi che conti) che il nuovo anno iniziava con dei tagli al personale «sofferti ma necessari per l’efficienza e la messa in sicurezza della nostra banca».

Lo stavo ascoltando molto distratta – una richiesta di divorzio servita poche ore prima tende a farti un po’ questo effetto –, quando se n’è uscito con un brutale: «Ci spiace moltissimo, ma sei licenziata. Il lavoro degli analisti finanziari ormai è stato quasi interamente soppiantato dall’Ai».

E a quel punto mi sono alzata, sono scoppiata a piangere e poi sono svenuta, esattamente in quest’ordine e con una velocità davvero impressionante.

L’ultima cosa che ricordo di aver pensato mentre attorno a me tutto diventava nero è che le saune sono una merda.

Mai più in una sauna finché campo. E mai più su una pista da sci.

Con Lilly

«Mai più su una pista da sci!» mi ritrovo a gridare come prima cosa, quando torno finalmente in me.

Capisco di essere sdraiata, apparentemente su un divano, quando una faccia conosciuta si sporge sopra la mia: è Lilly, mia sorella, e mi scruta con un’espressione che è un interessante miscuglio di preoccupazione e incredulità che in altre circostanze a me meno sfavorevoli avrei potuto condividere.

«Cosa?» chiede sinceramente confusa.

Cosa hai detto?

Cerco di mettermi a sedere, ma Lilly mi blocca con una mano. «Piano… fai piano, per favore…».

Scruto l’ambiente che mi circonda e tiro un sospiro di sollievo: siamo a casa sua.

La mia serenità ha vita molto breve.

«Come ho fatto ad arrivare qui?» le chiedo tornando ad agitarmi.

«Oh, è una lunga storia…» minimizza con un gesto della mano.

E non sa ancora nulla.

«Lo immagino, ma da qualche parte bisognerà pur iniziare».

Lilly torna a sorridere. «Giusto! Brava, mi piace il tuo spirito» si complimenta, e sembra pure sincera. Ma continua imperterrita a farmi cenno di rimanere sdraiata.

«Ho per caso picchiato la testa e ora ho una commozione cerebrale?».

«Cosa? No, il tuo capo mi ha giurato e spergiurato di averti afferrato in tempo. Non sei caduta, da quello che mi risulta. Ti fa male qualcosa? Ti fa male la testa?». Inizia a ispezionarmi il corpo con le mani, ma più che sentire dolore, mi procura solletico. È un pessimo momento per scoppiare a ridere, ma non riesco a farne a meno.

La fermo brusca.

Abbi pietà di me, Lilly…

Piuttosto, torna un attimo al racconto iniziale». Mi raddrizzo nonostante il suo sguardo di avvertimento. «Non sto male. Sono solo stata presa alla sprovvista» la tranquillizzo, pensandolo davvero. «E poi è il mio ex capo» la correggo prontamente. «Quello devono avertelo detto».

Lei annuisce sospirando. «Una discreta giornata di merda, mi pare di intuire…» commenta comprensiva.

Non che a lei capitino mai giornate simili, ma apprezzo comunque che lo dica.

«È solo la giornata peggiore della mia vita, ma non drammatizziamo. Dicevamo?».

«Stavo venendo in ufficio da te per portarti al pub. C’era una cosa che volevo mostrarti. E quando sono arrivata al tuo piano, era già scoppiato il caos. Apparentemente ti avevano appena licenziato e tu avevi dato di matto?».

Lo domanda con grande tatto, mentre in genere siamo solite prenderci in giro senza pietà.

Forse avrei preferito il suo solito approccio.

«Sì, potrei aver dato un po’ di matto… ma non perché mi hanno licenziato. Voglio dire, quello non ha aiutata, ovviamente. E potrebbe essere stata la famosa goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma c’erano delle altre cose che… come dire…».

«Quali cose?» domanda Lilly, preoccupandosi subito.

Non mi sfugge che la sensazione prevalente in questo momento in cui devo vuotare il sacco non sia tanto di dolore quanto di vergogna. Sono turbata, ma non sono certa di esserlo per i motivi giusti.

Ross ha chiesto il divorzio

Lo pronuncio diretta e senza chissà quali giri di parole, perché all’improvviso mi rendo conto di non avere nulla da nascondere. Di certo non a mia sorella.

«Cosa???». La reazione di Lilly è inizialmente sbigottita, ma si riprende subito. «Quell’idiota senza spina dorsale… Ma non doveva essere in viaggio in questi giorni?» si ricorda.

«Sì, è in viaggio. Mi ha fatto comunque spedire i documenti. Me li ha fatti recapitare in ufficio. Avevo aperto la busta giusto qualche ora prima che mi licenziassero, e mi imbarazza non poco ammettere che a un certo punto non ho retto».

Lilly mi abbraccia in un raro slancio di empatia fisica.

Mia sorella è una donna efficiente, capace di consolare, ma di solito non si perde in inutili gesti sdolcinati. Eppure per me ha fatto un’eccezione, il che vuol dire che il mio caso è grave, molto grave.

«Ma è ovvio che non hai retto! Nessuno avrebbe retto!» mi rassicura mentre è impegnata a stritolarmi.

Lotto per non scoppiare a piangere di nuovo.

«Tu no, tu non avresti mai avuto un mancamento» mi permetto di dissentire.

«Be’, io non avrei mai sposato quell’idiota di Ross…» non riesce a fare a meno di ricordarmi. Si tappa la bocca con le mani, conscia di non aver avuto molto tatto, ma quel che è giusto è giusto.

Quasi singhiozzo mentre annuisco.

No, non l’avresti mai fatto

Lilly ha davvero cercato di avvertirmi a suo tempo, mi ha esortato diverse volte a rifletterci bene, a non fare un passo avventato. Ma io non ho voluto darle retta, ed eccoci qui, qualche anno dopo, a commentare svenimenti e decisioni sbagliate.

«Mi spiace se ti ho accusato di essere gelosa di me, a suo tempo…». Non il mio momento migliore, riflettendoci a mente fredda.

«Non mi è mai piaciuto come ti trattava, sorella cara. E poi lo sai che il matrimonio non è mai stato un mio obiettivo…».

Lilly è un avvocato divorzista, anche se mi corregge ogni volta che la presento in quanto tale, insistendo invece per essere definita come una che si occupa di diritto di famiglia. Sarà deformazione professionale, ma in effetti non solo non ha mai sognato l’abito bianco – nemmeno quando giocavamo da bambine –, ma ha sempre visto l’indumento e quello che rappresenta con un po’ di ribrezzo. Quando l’ho trascinata con me a scegliere il mio abito da sposa si è addirittura ubriacata, pur di distrarsi, mentre io ero impegnata tra orribili pizzi e merletti.

«Sì, lo so. Lo hai sempre detto che il matrimonio fa schifo…». Tiro su con il naso.

Non tutti i matrimoni. Ma molti. Moltissimi

precisa puntigliosa.

I nostri genitori sono divorziati, nel caso qualcuno se lo stesse chiedendo, ma si sono lasciati “bene”, per così dire. Si sono separati in modo amichevole e vanno piuttosto d’accordo, perciò la diffidenza di Lilly verso l’istituzione matrimoniale non ha una giustificazione concreta. Io la definisco più una qualità caratteriale di sospetto verso tutto quello che non può controllare. Adoro Lilly, mi butterei da un ponte per lei, ma mia sorella non è proprio la persona più flessibile del mondo. Quella in grado di adattarsi a tutto e tutti sono sempre stata io. Ed ecco come sono finita…

«Tu avresti chiesto il divorzio per prima, giorni fa, dopo aver scoperto Ross in sauna con Desirè…» mi ritrovo a confessarle tra i singhiozzi.

Lilly sbatte vigorosamente le palpebre e mi scruta con espressione minacciosa.

«Cosa???

Il bastardo ti metteva pure le corna?

L’indignazione di mia sorella è tale che per un attimo mi ritrovo a vergognarmi di non essermi indignata a sufficienza a mia volta, quando ne ho avuto la possibilità.

«Sì… ma io speravo si potesse recuperare…». Lo speravo davvero? All’improvviso mi sembra tutto così assurdo e distante, come se fosse capitato a un’altra persona e non a me.

«Recuperare cosa?» chiede visibilmente arrabbiata Lilly. «Una volta che uno ha tradito, ha tradito! E poi, mi perdonerai la sfacciataggine, ma non ti sta tradendo dopo 30 anni di noiosissima vita insieme. Per la miseria, siete sposati da due anni a malapena!».

Trattengo a fatica una smorfia di dolore perché quello che sta dicendo è verissimo e anche desolante. A pensarci bene, uno come lui ha probabilmente tradito sempre, forse persino prima del matrimonio. Non lasciava mai, e dico mai, il suo telefono sbloccato in giro per la casa. Inutile a dirsi: non mi ha mai rivelato la combinazione di sblocco.

«Ma non lo so… ero ancora sotto shock…». Solo ora che lo pronuncio a voce alta, mi rendo conto di quanto sia vero.«L’ho beccato con questa nostra conoscente, Desirè, anche lei sposata… e ho pensato che magari si trattava di una cosa da niente…».

Le persone come Ross e Desirè non sono come me e Lilly; tendono ad annoiarsi facilmente, perché la gente che ha sempre avuto tutto ha un po’ questo difetto, ovvero ha perennemente bisogno di nuove sfide, nuove emozioni, nuovi passatempi. Mi ferisce constatare come mi sia mancata del tutto la spina dorsale per affrontare mio marito in modo netto e deciso, dopo quell’episodio infelice. E invece mi sono rassegnata ad aspettare che lui sollevasse l’argomento, prima o poi. L’ho lasciato partire per il suo ennesimo viaggio di lavoro senza opporre alcuna resistenza, pensando di comportarmi da persona matura, con la testa sulle spalle.

«Da niente???». Lilly è una furia. Lo è per entrambe.

Dillo: sono una debole!

la sfido, perché ho bisogno che me lo rinfacci una volta per tutte.

Lei scuote la testa piena di onde color rosso tiziano. Ha preso i capelli di nostra nonna, altra caratteristica che le invidio non poco, oltre alla capacità di evitare gli stronzi. Io sono invece una banalissima castana.

«Non sei affatto una debole, Ivy! Ma sei una che non ama litigare» mi corregge.

«Detesto litigare. Non serve mai a nulla» non ho problemi a confermarle.«E invece sbagli! Perché la gente che litiga se non altro non permette agli altri di passargli sopra! E siccome viviamo in un periodo storico dove essere gentili e comprensivi è spesso un suicidio annunciato, litigare non significa azzuffarsi, ma solo lottare per i propri diritti».

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