Puntata 1
Welcome To New York
Taylor Swift
Brooke
«Vattene! Lasciami andare!»
La gola mi brucia per lo sforzo. Afferro le forbici appoggiate sulla scrivania e le punto davanti a me.
Non ti avvicinare!
Mi manca il fiato, come se il respiro si bloccasse in un punto indefinito, come se l’aria si fosse condensata e stesse sbattendo contro la trachea. Resto immobile, la punta lucida è rivolta verso l’ombra scura tra l’armadio e il comodino.
«Un solo passo… e ti apro la gola. Tu hai ucciso mio padre. Tu, sei stato sempre e solo tu!»
La vista mi si annebbia, le lacrime mi accecano.
«È dal giorno in cui è morto che sogno di averti davanti a me. Sei l’uomo che l’ha ucciso, che ha strappato…»
Recitando
Le parole non escono più. Mi protendo verso il foglio mezzo accartocciato sul materasso. Sto provando a imparare a memoria il monologo da settimane, eppure in questo punto mi incastro sempre.
“Più sporco…” penso. “Devo farlo più drammatico”.
Chiudo gli occhi, provo a ritrovare la concentrazione.
L’insegnante di recitazione ci ha mostrato qualche trucco utile in questi casi: «Trovate un ancoraggio emotivo» aveva detto la settimana scorsa. «Pensate a qualcosa che faccia davvero male, qualcosa capace di riattivare quelle emozioni senza doverle fingere».
Ci provo. Nessuno ha mai attentato alla vita di mio padre.
Dall’Ohio a New York
Un piccolo diner in una tranquilla cittadina dell’Ohio attira più che altro famiglie decise a rimpinzarsi di pancake la domenica mattina. È raro che assassini, criminali o anche solo qualcuno di lontanamente interessante passi da quelle parti.
Tutto ciò a cui ho assistito in diciotto anni di vita sono state le rimostranze dei clienti ritardatari quando venivano a sapere che la torta di mele di mia madre era finita.
Il resto è sempre stato un’eterna successione di larghi sorrisi educati, di conversazioni che si ripetono identiche da anni, di macchie di sciroppo d’acero sulla tappezzeria dei divanetti e di pacche sulle spalle da persone che si conoscono da sempre e che si danno appuntamento per cenare insieme la settimana successiva.
Il sogno americano, in pratica.
Ma non il mio.
L’unica cosa che somiglia a quell’“ancoraggio emotivo” di cui adesso avrei bisogno per recitare decentemente questa scena è l’ansia che mi annoda lo stomaco quando penso a Mill Creek, cittadina di ventimila anime in Ohio, da dove sono fuggita subito dopo il diploma.
Non è proprio l’ideale, ma inspiro e mi sforzo di rievocare nella mente la chiesetta presbiteriana bianca in fondo a Main Street, i palazzi in stile Midwest con le vetrine dall’insegna sbiadita. Penso alle cassette delle lettere allineate lungo le strade tranquille e ai silos che si stagliano contro il cielo piatto della pianura.
Penso anche a Tyler, al suo maledetto cappellino dei Cleveland Guardians ormai stinto, ai suoi stupidi jeans rotti e al momento in cui l’ho trovato nel parcheggio del 7-Eleven con Christie.
Ecco, Tyler mi suscita quella sensazione di nausea e sgomento di cui ho bisogno.
Una sensazione opprimente
Mi tuffo a capofitto in quella sensazione opprimente e mi ripeto che quella che ho è la mia unica occasione e che devo essere abbastanza brava da meritarmela.
Riprendo la posa iniziale, mi schiarisco la gola e ricomincio.
«È dal giorno in cui è morto che sogno di averti qui davanti a me…»
“Ci sono quasi…”
«È dal giorno in cui è morto che sogno di averti qui davanti a me!»
Calco sulle parole fino a non riconoscere più la mia voce.
Con Jessie
Riprendo il monologo dall’inizio ancora una volta, poi un’altra, finché tre colpi secchi sulla porta non mi interrompono.
Brooke, ma che diavolo sta succedendo lì dentro?!
La voce di Jessie filtra attraverso il legno, carica di irritazione.
Mi affretto ad aprire.
«Scusa, ti ho svegliata?»
Jessie mi sbadiglia in faccia. Uno di quei lacci di stoffa che servono per fare i capelli mossi le corona il capo.
«Direi» risponde con la voce impastata. «Dalle tue urla pensavo ti stessero per ammazzare…»
«Mi dispiace, Jess. Sto provando questa parte da settimane e voglio che sia davvero perfetta».
«E c’è bisogno di farlo alle sette del mattino?»
«Sì, se il test è alle dieci».
Sorrido alla mia migliore amica, lanciando istintivamente un’occhiata all’orologio appeso alla parete accanto.
L’ho scovato l’anno scorso al mercatino delle pulci, è un vecchio vinile della colonna sonora di Colazione da Tiffany al cui centro è stato montato il meccanismo.
Sono già le sette e trenta. Qualcosa nella pancia si contrae.
«Averti come coinquilina è come fare la babysitter a tempo pieno» sospira Jess, rassegnata.
«Lo so. Ma nessuno fa il caffè come lo faccio io, vero?»
Jessie mi guarda in tralice. «Lo voglio doppio stamattina. Ho avuto un evento infernale ieri sera…»
Ci penso io
Le schiocco un bacio sulla guancia. Lei grugnisce ancora qualcosa mentre io raggiungo la cucina. È incassata in un angolo del salotto e, per dimensioni, somiglia di più allo sgabuzzino di una casa dell’Ohio che a una vera cucina.
La finestra oltre al tavolo, però, si affaccia sulla strada di sotto e le fronde del platano fuori casa che si stanno colorando d’autunno sfiorano il vetro, accarezzandolo con le punte.
Sono magnifiche.
L’autunno a New York lo è.
Caffè e ciambella
Preparo il caffè. Prendo qualche ciambella ancora commestibile dal frigorifero e le scaldo al microonde.
Jess si lascia cadere sulla sedia e inizia a sciogliersi i capelli.
Sembra esausta.
«Quindi hai fatto le ore piccole anche stanotte?»
«Lascia perdere… Quei tizi sono tanto eleganti quanto idioti, e bevono pure come dei liceali. Ieri una manager di non so cosa ha rotto la collana di perle dell’amica, completamente ubriaca vicino all’open bar. Indovina chi si è dovuta chinare per raccoglierle a una a una?»
«Be’, se ne avessi rubate un paio potremmo pagarci uno scaldabagno nuovo». Verso il caffè fumante nella sua tazza dei Minions sbeccata sul bordo. «A proposito, Gabriel ha più chiamato Walter? Finirà che mi prenderò una polmonite a forza di docce fredde».
«Figurati se a quello interessa qualcosa di noi. Fino a quando non gli sfasciamo casa se ne sta tranquillo, contento di succhiare sangue e soldi a poveri studenti innocenti».
«Sei particolarmente tragica stamattina, Jess».
Lei sbuffa. «Sono solo stanca. E mi aspetta un’altra lunga giornata».
Il suo tirocinio alla Reserve Events è molto più duro di quanto immaginasse, e Jessie non è certo una che si tira indietro quando c’è da faticare. Le passo una ciambella in segno di solidarietà.
L’aria frizzante del mattino
Prendo anche io il caffè, una ciambella al caramello e mi avvicino alla finestra. La apro. L’aria frizzante del mattino mi aiuta a svegliarmi e a carburare.
Guardo in basso. Ci troviamo esattamente al quarto e ultimo piano del 411 di Hayden Street, un edificio di mattoni rossi che un tempo era un magazzino.
Walter, il proprietario del palazzo, nell’annuncio l’aveva descritto come “pittoresco”, tralasciando di specificare che lo scaldabagno funziona una volta su due, omettendo di parlarci della crepa che attraversa in diagonale il soffitto della cucina o di avvisare che le pareti di questa casa non trattengono nemmeno un rumore.
Jessie mi raggiunge e mi allunga due patch per gli occhi all’aloe che ha preso dalla vestaglia.
«Sembra tu abbia pianto. Mettiteli».
Ho pianto
puntualizzo.
Alza gli occhi al cielo. «Sì, per finta, e non è che deve saperlo il mondo intero».
Non ribatto.
È di umore davvero nero e la conosco abbastanza bene da sapere che in questi casi è meglio non contraddirla. Ma so anche che questo è il suo modo di aiutarmi con il test di oggi.
Sollevo la plastica e faccio aderire il tessuto alla pelle. È fresco e, in effetti, mi dà sollievo.
La nuova Meryl Streep
Lascio la tazza vuota nel lavello e vado a cambiarmi. Jeans, un maglioncino un po’ liso che arriva anche lui dal mercatino delle pulci e un giubbetto di pelle dall’aria vintage. Passo l’eye-liner sulle palpebre e gioisco quando la riga mi riesce al primo colpo. Afferro il copione ed esco.
Spacca tutto, Brooke
dice Jessie, accanto alla porta di ingresso. «E ti prego, se decidi di ripassare il monologo in metro, cerca di non farti arrestare. Non ho i soldi per la cauzione» dice Jessie sbadigliando e allontanandosi verso la sua stanza. Ma poi ci ripensa: «Ah, comunque, se ti arrestano non svegliarmi. L’unico motivo per cui ti autorizzo a farlo è per darmi la notizia che sei diventata la nuova Meryl Streep».
Ridacchio. Il nodo allo stomaco si allenta un po’.
Impaziente
Fuori dal portone del 411 di Hayden Street, l’aria di ottobre mi dà la carica giusta.
Il suono dei taxi che sfrecciano, delle sirene spiegate e delle persone che parlano al telefono guardando per terra è qualcosa a cui ancora fatico ad abituarmi, ma mi trasmette un senso di euforia ogni volta.
Schivo pedoni, bici e una folla di ragazzini che aspetta l’autobus per andare a scuola.
Entro nel tunnel della metro e aspetto, impaziente.
Stare qui, in piedi, schiacciata in mezzo a decine di altre persone, annusando i loro odori, non corrisponde esattamente alle fantasie che avevo prima di arrivare a New York.
Immaginavo di stare su un taxi, con il braccio fuori dal finestrino e le note di Welcome To New York di Taylor Swift alla radio.
Già mi vedevo come una nuova Carrie Bradshaw: copioni sotto il braccio come se fossero copie di Vogue, uno stile pazzesco e un’agenda fitta di appuntamenti importanti.
“Ma va bene lo stesso” mi ricorda una voce coscienziosa. Ed è vero: va bene lo stesso. Perché non sono più in Ohio.
Perché ho la possibilità di inseguire il mio sogno.
Perché sono a New York, la città più bella del mondo.
Come diceva quella canzone? New York: una giungla di cemento dove nascono i sogni.
In metro
Quando il treno arriva, l’aria compressa mi scompiglia i pochi capelli che erano rimasti in ordine durante il tragitto, ma non mi importa.
L’unica cosa che conta è il test di oggi.
Mi appoggio alla porta scorrevole dal lato in cui so che non si aprirà, cercando di isolarmi dall’ambiente che mi circonda.
Intorno a me c’è il solito zoo umano seduto sulle sedie gialle e arancioni: un uomo che dorme abbracciato a una borsa della spesa, una donna che si trucca con la precisione di un chirurgo nonostante gli scossoni del vagone, e un ragazzino con le cuffie che fissa il vuoto.
Dalle sue orecchie sento uscire il nuovo pezzo di Lil Wayne, che sta ascoltando a un volume decisamente troppo alto.
Tu hai ucciso mio padre…
sussurro. I fischi del treno si uniscono alla mia voce. «Un solo passo… e ti apro la gola».
Pensando alla borsa di studio
Un uomo accanto a me si sposta di dieci centimetri, lanciandomi un’occhiata sospettosa.
«L’uomo che l’ha ucciso, che ha strappato…» Vado avanti, cerco di rendere la mia rabbia sincera e la mia disperazione più reale possibile.
“Concentrati, Brooke. Se non senti il peso del tradimento dentro le viscere la commissione d’esame non ti guarderà nemmeno in faccia…”
E io non posso permettermelo.
L’unica cosa che mi consente di rimanere in questa città è la borsa di studio per meriti accademici che ho vinto l’anno scorso, ma che deve essere rinnovata di anno in anno.
Il treno frena bruscamente, quasi cado.
«Prossima fermata: 59th Street-Columbus Circle» gracchia l’altoparlante. La prossima è la mia. Sento il cuore accelerare, un tamburo impazzito che batte contro le costole.
Alla Julliard
Jump
Madonna
Brooke
La Juilliard mi accoglie con il solito caos. In sottofondo, da qualche aula lontana, arriva il suono delicato di un pianoforte.
Nell’atrio, alcuni ballerini scalzi provano i passi di una coreografia.
Un musicista mi sfreccia accanto senza guardarmi, con lo spartito che gli esce dalla borsa a tracolla allacciata male, e sui divanetti aspiranti attori fissano il vuoto nel tentativo di trovare la concentrazione.
Tra queste mura, quella che tutti gli altri sono abituati a definire “realtà” perde del tutto di importanza.
Noi studenti di musica, cinema, teatro viviamo dentro una finzione continua, attingendo al serbatoio della nostra creatività, costruendo mondi immaginari con la forza della nostra mente e del nostro talento. E i mondi che creiamo vengono sottoposti a valutazioni rigidissime.
Penso al monologo che ho scritto e un nodo mi serra la gola.
Spero che sia buono, anzi, spero che sia almeno sufficiente.
C’è chi mette piede alla Juilliard con il terrore di non essere abbastanza. E poi c’è chi, tra queste pareti di vetro e acciaio, si sente a casa come non si è mai sentito da nessuna parte.
Io appartengo un po’ a entrambe le categorie.
Certo, quando attraverso i corridoi finestrati diretta alla sala prove del teatro non c’è nessuna musica trionfale come nei film. Nessuno rallenta per guardarmi passare e Manhattan mi accompagna oltre le vetrate senza accorgersi di me…
Eppure, mi sento fortunata perché so che posso farcela, so che se me la gioco bene questa scuola è l’occasione della mia vita.
Arriva l’ansia
Quando arrivo nel corridoio antistante il teatro, però, l’ansia diventa più acuta e una fitta mi attraversa lo stomaco.
Mi sembra di entrare in un tetro cimitero di ambizioni.
Una ragazza bionda, con i capelli perfetti quasi quanto quelli di Jessie, sta piangendo sulle ginocchia di un’amica che studia la porta d’ingresso con occhi carichi di tensione.
Un altro, uno che ha già fatto la comparsa a Broadway un paio di volte, ostenta un sorriso che somiglia più a un ghigno.
Mi siedo su una sedia di plastica dura. Estraggo il copione, ma le parole mi scivolano via dagli occhi. Lo rileggo un’ultima volta e poi prendo i fogli del Racconto d’inverno.
Dovrò passare dai panni di una regina siciliana al fango di Brooklyn nel monologo del padre morto in pochi secondi.
‘Puoi farcela’ mi incita una voce dentro di me, e io mi impongo di ascoltarla.
Sulla strada per il successo ogni piccola vittoria è importante.
I minuti passano così lenti che quando sento: «Numero 144. Brooke Hale», sobbalzo.
Mi ricompongo in fretta ed entro nel teatrino delle prove.
Non è spoglio, ma ha un che di ostile con le luci al neon bianche che non sono certo clementi con le occhiaie e i sedili neri dall’aria scomoda.
Ma forse è solo ansia.
L’audizione
Davanti al palco ci sono tre persone e quella più importante occupa proprio il centro: la professoressa Garvis.
Caschetto grigio lucido, rossetto vermiglio e un paio di occhiali enormi e squadrati.
Gli altri sono due assistenti che non fanno altro che darle ragione su tutto.
Guadagno il centro del palco, indicato da un quadrato rosso segnato sul pavimento, e tengo gli occhi incollati su di lei.
Buongiorno, signorina Hale
dice l’assistente a sinistra, con una sciarpa di seta pervinca. «Inizi pure quando è pronta».
Annuisco. Prendo fiato e mi impongo di sembrare naturale, di non aver bisogno di fare troppi sforzi per recitare.
Devono pensare che io sia nel mio elemento, perché io già so che lo è: mi resta solo di convincere il resto del mondo, e si parte proprio da qui.
Chiudo gli occhi per un istante, svuoto la mente e, tutto ciò che conosco, chi sono, in pochi attimi, sparisce.
Sono Ermione.
Sono davanti a un tribunale che vuole la mia testa.
Mio marito è una red flag gigantesca, ma mi ha fregata lo stesso e io ora devo combattere per ciò che ritengo importante.
In questo mi ritrovo.
Combattere è una cosa che so fare bene.
«Tuttavia, se i poteri celesti seguono le nostre azioni umane (e lo fanno)…»
La voce esce ferma.
Accelero il ritmo per dare più intensità alla mia interpretazione, mi fermo nei punti precisi che avevo individuato.
Sento il dolore, lo percepisco mentre scorre, lo lascio irrompere dentro di me.
Che cosa sta succendendo?
Grazie
interrompe Garvis a metà.
Mi blocco, sorpresa.
«Signorina Hale, può passare al moderno» mi informa l’altra assistente.
La guardo senza capire.
Perché Garvis mi ha interrotta?
Stavo andando così male?
“Smettila. Rimani concentrata”.
Devo passare al secondo pezzo.
Devo scendere dal trono e finire nel fango.
Prego di ricordarmi tutte le parole.
Estraggo le forbici dalla borsa e le appoggio su una sedia lasciata provvidenzialmente in scena.
Vattene! Lasciami andare!
L’urlo mi graffia la gola, proprio come stamattina.
Mi aggrappo alla mia àncora emotiva e snocciolo tutte le battute senza incespicare nemmeno una volta.
Quando finisco, resto immobile con il respiro corto e le forbici ancora strette tra le dita sudate.
Garvis mi osserva con espressione indecifrabile. Io sostengo il suo sguardo con un coraggio che non sapevo nemmeno di possedere.
Mi pare di vedere il suo capo inclinarsi in un cenno quasi impercettibile, ma che contiene tutto ciò di cui avevo bisogno.
Gioia ed euforia
Sento gioia, euforia, sollievo invadermi il petto. Come quando al liceo riuscivo a superare il test di matematica, anche se solo per il rotto della cuffia.
«Bene, signorina Hale, i risultati dell’esame saranno disponibili a partire dalla mezzanotte di domani sul sito della facoltà» mi informa l’assistente uomo.
Afferro la mia borsa, quasi inchinandomi a Garvis per l’emozione, ed esco, attenta a celare il mio entusiasmo al resto degli studenti.
Tolgo il non disturbare dal cellulare e ricevo subito un messaggio.
Jessie: Sei ancora viva? Il tipo dello scaldabagno è passato. Ha detto che serve un pezzo che costa 200 dollari!!! Dimmi che sei diventata Meryl Streep così paghi tu, ti prego.
“Non ancora, Jess. Ma forse, un giorno…”
Mi sembra di galleggiare, ho il cuore leggero e carico di adrenalina.
Le rispondo in fretta, prima di entrare a lezione di Analisi del testo.
Una telefonata
La giornata scorre via liscia come non mi era mai successo, e anche se è sciocco consultare ossessivamente il sito dell’università nella speranza di vedere i risultati dopo così poche ore, continuo ad aggiornare la pagina.
Quando esco dalla Juilliard, Lincoln Square è bagnata da una calda luce aranciata che la rende ancora più magica del solito.
Mi siedo su una panchina e chiamo i miei genitori.
«Tesoro!» mi risponde mia madre dopo un paio di squilli.
Come stai? Com’è andato l’esame?
«Non lo so ancora, mami… Ma la professoressa sembrava soddisfatta!»
«Zitta! Non si dice! Non erano gli attori quelli scaramantici?»
Ridacchio.
Io non sono un’attrice
«È solo questione di tempo».
La sua fiducia in me è commovente.
Prego solo che abbia ragione.
Lei e mio padre hanno cercato di sostenere questa strana figlia che è toccata loro in sorte – questa bambina che passava ore e ore a guardare vecchi film, questa ragazza che non voleva seguire le orme della madre e fare la ragazza pon-pon ma avere la parte principale nello spettacolo di fine anno – in ogni modo.
Per pagarmi l’università hanno venduto il diner, finendo per essere dei semplici dipendenti nell’attività che avevano costruito da soli, con sforzi e sacrifici.
Tutto ciò che posso fare per ripagarli è non deluderli.
Dare il massimo.
Arrivare a veder brillare il mio nome sui cartelloni di un cinema.
Ma di strada ne manca ancora.
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