ABBONAMENTI

Come te

Che serata infernale! Licia è andata a ballare con i suoi amici, ma poi la pioggia (e non solo) ha rovinato tutto. Come se non bastasse, prima di uscire ha battibeccato con sua madre. Insomma, una vero delirio

Ragazzi che ballano a una festa
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Ho discusso con mia madre prima di andare a ballare con gli amici. Per la prima serata in discoteca della mia vita ha pensato bene di contestare la mia scelta di unirmi agli altri.

Vorrei godermi la musica in pista, ridere insieme a Franci e cantare a squarciagola le mie canzoni preferite. Invece sento solo un gran senso di delusione nervosa nel petto. E un angolo remoto della mia mente sospetta non dipenda da quella lite.

Non lo ammetterò mai ad alta voce, ma mamma aveva ragione: la discoteca è deludente.

Gente sudata schiacciata in uno spazio limitato che si muove in modo scoordinato sulle note di canzoni che manco conosco e, quando capisco quali sono, realizzo che non mi piacciono. Devi spostarti a piccoli passi per trovare uno spazio dove muoverti senza che ti arrivi una gomitata. Ma sono qui dentro da troppo poco tempo per avanzare la proposta di andarcene.

Una gocciolina fresca, più sottile di uno spillo, aleggia sulla mia guancia. Non ci sono stelle in cielo.

«Sta per piovere!» urlo a Franci per farmi sentire sopra i bassi che dalla console mi vibrano dentro la cassa toracica.

Lei è troppo concentrata a muovere a tempo la chioma bionda per dare peso alla mia osservazione.

Mamma mi aveva detto di prendere almeno una giacca con il cappuccio, ma il cappottino lilla si abbinava meglio al mio outfit. Lei nemmeno voleva che uscissi, stasera.

«Non sto dicendo che non voglio che tu vada, solo che non vedo il senso di andare in una discoteca all’aperto a ottobre» aveva detto mentre finivo di mettermi il mascara.

Maledico mentalmente il momento in cui, dopo qualche tentennamento, io e Franci abbiamo deciso di non prendere un ombrello.

Del resto, Alice mi aveva guardata come se avessi proposto di portare con noi dei pannolini e aveva riso in un modo che mi aveva fatta sentire in imbarazzo. Luca aveva mediato dicendosi non troppo sicuro che accettassero gli ombrelli al guardaroba.

Le gocce impalpabili dapprima bagnano l’aria, poi diventano corpose, altre persone le notano. Quando la gente comincia a lasciare la pista, le gocce sul terreno producono un suono distinto che altera la melodia della musica.

L’acqua scroscia in un applauso confuso e penso con tristezza a quanto ci metterà il mio mascara a sciogliersi in due occhiaie da panda.

Franci mi prende per un braccio e si fa strada fino alle tettoie che precedono l’ingresso. La folla si è accalcata intorno al bar.

Una piccola parte della mia mente è convinta che sia stata proprio mia madre a mandare l’acquazzone, per punizione. Sa leggere i tarocchi, avrà anche altri poteri esoterici che non conosco.

Un’altra parte si sente sollevata: non farò la figura della guastafeste pallosa a proporre di lasciare il locale.

Mi alzo sulle punte dei piedi per cercare gli altri tra le teste che ci circondano. Proprio quando Marco si avvicina e dice qualcosa all’orecchio di Franci per farsi sentire, trovo Luca.

O meglio, trovo il suo profilo volto a baciare appassionatamente una ragazza dai capelli rossi che non ho mai visto prima.

Non capisco se il mio cuore stia battendo più forte, mi sembra che si sia sciolto nel petto come un’Aspirina nell’acqua. E l’effervescenza mi prende le orecchie, rende la musica ovattata.

Ho sempre detto che la cotta per Luca non significava niente. Ne sono convinta… ma allora perché fa così male vederlo con un’altra?

Franci mi tocca una spalla, si avvicina al mio orecchio come Marco ha fatto con lei. Non colgo tutte le parole, ma capisco che per gli altri la serata è rovinata e che non ha più senso rimanere lì.

Ci facciamo strada verso il guardaroba, mi limito a seguire Franci e Marco, vorrei essere più partecipe, ma riesco solo a pensare alle effusioni tra Luca e la rossa. Ho il mio cappotto in mano e mi sto dirigendo verso l’uscita.

La pioggia non vuole calmarsi. I miei amici parlano, cerco furtivamente Luca con lo sguardo, ma non lo vedo.

«Chi c’è stasera?» mi aveva chiesto mamma, mentre stavo cercando la borsetta che mi ha regalato zia Marta.

Erano le prime parole che mi rivolgeva in due ore. Mi ero scaldata davanti al suo mancato entusiasmo ed era intervenuto papà a gestire la lite imminente. Aveva suggerito lui che dormissi da Francesca, per farci sbollire e darmi un po’ di fiducia.

Fiducia che mamma non aveva mancato di minare ancora una volta.

«I soliti: Franci, Marco, Alice, Luca…». Non mi era sfuggita la fugace smorfia sulle labbra di mamma.

«Che c’è?» ero già spazientita.

«Niente, niente… Sono felice che ci sia anche Franci».

Avevo alzato gli occhi al cielo. Sapevo cosa implicava quella fiducia rivolta esclusivamente a Francesca.

«Non sai niente di loro».

Lei aveva alzato le mani in segno di resa, spostato alcuni vestiti abbandonati sulla sedia della scrivania e tirato fuori la borsetta che stavo cercando.

Marco e Alice stanno ragionando: è meglio spostarci subito o aspettare che la pioggia si plachi un minimo?

Franci nota qualcosa, qualcuno, alle mie spalle e cerca di non farmi voltare.

Troppo tardi: Luca ci ha finalmente raggiunto. Ed è a braccetto con la rossa.

«Quindi? Che si fa ora?» chiede, allegro.

Marco gli risponde come se quella ragazza avesse sempre fatto parte del nostro gruppo, non gli chiede nemmeno chi sia. Franci passa lo sguardo da me a Luca, preoccupata.

Alice ha una proposta: andare al locale della piazzetta, quello che consiglia sempre sua sorella. Fanno shottini a un euro e non chiedono mai i documenti.

La rossa concorda con Alice, ci va spesso con i suoi amici. Purtroppo quella ragazza ha anche una voce, non posso fingere che sia una decorazione dello sfondo.

«Io passo».

Non sono sicura di averlo detto a voce abbastanza alta, ma mi giro per andare in direzione opposta al bar senza nemmeno aspettare una risposta. Sento solo Alice commentare quanto io sia noiosa quando “faccio così”.

Pur di allontanarmi, sono disposta a tornare a casa a piedi.

Quando credo che gli altri non siano interessati al mio allontanamento, sento un braccio intrecciarsi con forza al mio.

«Raggiungiamo la strada principale e chiamiamo un taxi!» urla Franci per sovrastare il rumore della pioggia.

Sono grata che non mi abbia abbandonata. E mi sento stupida per aver sperato per un secondo che fosse stato Luca a raggiungermi.

«Sono proprio squallidi» commenta Franci con il cellulare attaccato all’orecchio.

Immagino sia anche lei in attesa, perché il centralino del taxi che ho chiamato io ancora non risponde.

«Chi è che si porta dietro una sconosciuta abbordata in discoteca? Ma poi quella non ce li aveva degli amici? È venuta in discoteca da sola? Roba da psicopatiche!».

Franci continua il suo sproloquio contro Luca e la sua nuova fiamma e mi ritrovo a sorridere. Apprezzo il suo tentativo di farmi sfogare.

In questo momento, però, vorrei solo tornare all’asciutto.

Un passaggio inaspettato

Un taxi ci sfreccia a fianco e ci ignora nonostante la mia mano alzata a richiamare la sua attenzione. Ne ricaviamo solamente una schizzata d’acqua dalla pozzanghera più vicina.

Mi guardo intorno in cerca di un qualsiasi riparo, sembra che non troveremo un passaggio tanto presto.

«Licia?».

Un’auto si è accostata di fronte a noi. Non ha l’insegna del taxi sul tettuccio. Mio padre saprebbe che modello è anche con questo diluvio, io so solo che è una macchina grigia.

Non è quel dettaglio che importa, ma il fatto che la persona alla guida conosca il mio nome. Mi avvicino al finestrino abbassato per cercare di capire chi sia.

«Sei la figlia di Raffaella, giusto?».

È come se il nome di mia madre mi aiutasse a distinguere più chiaramente i lineamenti della persona che mi sta parlando.

«Monica?».

La donna sorride: «State tornando a casa? Vi serve un passaggio?».

Franci si intromette: «Sì, per favore!».

Mamma mi dice di non dare confidenza agli sconosciuti da quando avevo tre anni. Solo che Monica è una sua amica e comunque in questo momento non possiamo fare troppo le difficili.

Mi accomodo sul sedile del passeggero e Franci sale dietro. Mi sento un po’ in colpa ad accomodarmi in quelle condizioni. Cerco di non appoggiarmi per non infradiciare il poggiatesta con i capelli bagnati.

«Scusa, siamo inzuppa…».

«Si asciugherà tutto, l’importante è che a voi non venga un malanno. C’è un asciugamano nel bagagliaio, ma lo uso per il cane, non so quanto vi convenga…».

Monica mette la freccia e percorre la rotonda. «Dove vi porto?».

Franci le dà il suo indirizzo, io dico il mio senza pensarci. Io e la mia amica ci scambiamo uno sguardo dallo specchietto retrovisore e Franci sorride, complice.

Mi rilasso, non è offesa dal mio cambio di programma.

Monica conosce la zona, Franci vive più vicina, lascerà lei per prima. Mi piaceva l’idea di dormire da Franci, ma in questo momento sento solo il bisogno di farmi una doccia e buttarmi nel mio letto.

Monica ci chiede che ci facciamo lì fuori alle due di notte. Mi sorprende di più che una donna dell’età di mia madre sia ancora in giro a quest’ora, ma forse è lei l’amica che fa l’infermiera in ospedale e ha spesso dei turni di notte.

Franci le racconta della nostra serata, le sono grata perché non ho molta voglia di parlare.

«Proprio oggi doveva scoppiare una tempesta!» conclude la mia amica.

«Eh, la discoteca all’aperto che c’è qui vicino è bella proprio perché la pista è a cielo aperto, ma non bisogna andarci in autunno» osserva Monica.

«Ci sei mai stata?».

Franci si sporge tra i sedili anteriori. Anch’io sono incuriosita.

«Ma certo! Ci andavamo sempre con Raffaella e le altre».

Mi rivolge una fugace occhiata complice.

Una freccia lampeggia sul cruscotto mentre l’auto di Monica si ferma di fianco a un marciapiede.

«Qui può andare?».

Monica guarda Franci dallo specchietto retrovisore.

La mia amica sorride: «Perfetto, abito nel portone più avanti!».

Franci apre la portiera. Piove ancora, ma le gocce sono più sottili. Si volta verso di me: «Ci sentiamo domani, okay?».

La comprensione nei suoi occhi mi fa sorridere. Spero di avere più voglia di parlare, domani.

Monica riparte appena Franci varca il portone del suo palazzo.

«Tu non sei tipa da discoteca, vero?» chiede Monica dopo qualche minuto di silenzio.

«Boh, è la prima volta che ci vado…». Alzo le spalle. «A te piaceva?».

Ridacchia: «Adoravo la discoteca. Non vedevo l’ora che arrivasse il weekend per poterci tornare. Era Raffa quella che si stufava subito».

Storco le labbra. «Sono tutta mia madre, insomma…». «Non è mica una cosa brutta! Raffaella sapeva ciò che le piaceva e fiutava le cattive compagnie a chilometri di distanza».

«Anche tra i vostri amici?».

«Soprattutto tra i nostri amici. La detestavo perché, alla fine, aveva sempre ragione: tutte le persone che non la convincevano sono uscite dalla nostra vita in modo poco carino».

Monica mi guarda di sottecchi «Scommetto che, ora che è madre, il suo “superpotere” sia diventato ancora più forte».

Ripenso a Luca e agli altri, a come non abbiano provato in alcun modo a fermare me e Franci dal camminare da sole, sotto il temporale, in piena notte. Non credo che dei buoni amici si comporterebbero così.

Mamma li ha intravisti solo un paio di volte. Non è un caso che abbia subito adorato Francesca e diffidato di tutti gli altri.

«E io che pensavo fosse solo troppo protettiva…» borbotto.

«Posso dirti una cosa da “vecchia signora”?».

Sorrido: «Tu non sei vecchia».

«Grazie! Cerchi per caso una nuova migliore amica?» ride. «Ricorda che i tuoi genitori sono stati adolescenti, hanno vissuto esperienze simili alle tue. Per quanto possano sembrare dei vecchi apprensivi, in realtà sanno di cosa stanno parlando».

La freccia destra ticchetta mentre Monica accosta l’auto di fronte a un portone molto familiare.

«Soprattutto tua madre. Fatti raccontare della volta in cui “il Manone” ha proposto un locale dove andare a ballare, fidati».

Quel soprannome non mi suona familiare.

Apro la portiera, la pioggia è diventata quasi impalpabile: «Grazie di tutto, Monica».

«Per così poco! Salutami i tuoi. Verranno a cena da me giovedì. Se vuoi unirti sappi che sei la benvenuta».

Forse è solo la stanchezza, ma sul momento non mi sembra una cattiva idea.

Latte e menta

Monica sfreccia via solo quando il portone si è chiuso alle mie spalle.

Poco dopo, giro piano le chiavi nella toppa. Mi sorprendo nel trovare la luce in salotto ancora accesa.

«Ciao…» saluto incerta mia madre, seduta sul divano.

«Che ci fai qui?». Si alza subito in piedi. Non è arrabbiata, solo un po’ preoccupata. «Non dovevi dormire da Francesca?».

Mi siedo, mamma sembra non notare quanto io sia fradicia.

«Ha iniziato a diluviare e gli altri volevano cambiare locale».

«Voi non avevate voglia?».

Sospiro: «Luca ha baciato una tipa».

Sento queste parole uscire dalle mie labbra per la prima volta. Hanno il sapore della delusione.

«Oh, tesoro…».

Mamma mi abbraccia. Il suo calore è piacevole dopo tutta l’acqua ghiacciata sulla pelle.

«Non sono un’esperta, ma quando avevo la tua età un bacio in discoteca non significava niente di serio…».

«La voleva portare con noi».

Storce le labbra. «Serata tanto deludente?».

Scrollo le spalle. «Mi aspettavo… altro».

«Neanche io ho un ricordo entusiasmante di quel locale. Tutte le mie aspettative erano andate in frantumi appena eravamo entrate».

«Era la sera in cui il Manone vi ha portato in un locale che conosceva lui?» chiedo.

Una sottile linea di sorpresa si pronuncia tra le sue sopracciglia.

«Monica ci ha dato uno strappo» spiego.

Un sospiro le esce smorzato da una risata: «No, quella volta è stata anche peggio…».

Mi sposta i capelli bagnati dal viso. «Che ne dici di una doccia calda? Dopo ne parliamo davanti a un bicchiere di latte e menta». Latte e menta.

La bevanda con cui mi coccolava da bambina, quando mi facevo male.

Mi ritrovo ad annuire.

La sento borbottare contro Monica mentre vado verso il bagno. Non sembra davvero arrabbiata. Mi ricorda me quando Franci mi spinge a fare qualcosa che non mi convince.

Accendo la luce del bagno, il sorriso sulle labbra e il petto più leggero.

Per la prima volta non mi innervosisce notare che somiglio a mia madre.

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