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Come un bambù

Mara ha 13 anni ed è stata vittima di bullismo a scuola. Una situazione pesante che ha fronteggiato grazie ai consigli di un anziano botanico. E all’esempio di una pianta che non potrebbe essere più forte

Ragazza che legge un libro in disparte
CREDITS: Rdne/Pexels

C’era un momento preciso della giornata a scuola in cui il mio mondo cambiava colore, passando dal beige rassicurante della routine all’ombra fredda dell’inquietudine: la ricreazione.

Mi chiamo Mara, ho 13 anni e un paio di occhiali che mi scivola costantemente sul naso. Ho una grande passione: la botanica. Posso trascorrere ore sul balcone di casa ad analizzare le venature delle foglie e a osservare come le piante grasse riescano a resistere anche nelle condizioni più aride.

La scuola media che frequento, però, non era mai stata un giardino tranquillo: era piuttosto una giungla spietata. E io ero finita dritta nel mirino di chi si credeva il re di quel territorio: Sofia, carismatica e perfida. E poi c’era il suo seguito, un piccolo gruppo che rideva a comando alle sue battute, affamato della sua approvazione e terrorizzato dall’idea di diventare la prossima vittima.

Tutto era iniziato qualche mese prima. Durante una lezione di scienze mi ero permessa di correggere Sofia. Per lei, abituata a dominare la scena, quella mia semplice precisazione era suonata come un affronto imperdonabile, che aveva deciso di punire con straordinaria durezza.

Il subdolo bullismo

Da quel giorno la mia vita si era trasformata in un percorso a ostacoli tra risatine soffocate al mio passaggio, bigliettini malevoli infilati nel mio zaino e battute di cattivo gusto urlate contro di me. Il bullismo, tuttavia, ha la capacità di mutare in fretta e, dalle risate nei corridoi, si era ben presto trasferito sullo schermo dello smartphone.

Sofia aveva creato un gruppo in cui pubblicare le foto che mi venivano scattate a tradimento. Ogni immagine era accompagnata da commenti acidi, meme denigratori ed emoji che ridicolizzavano ogni mio gesto. Ovviamente io non facevo parte del gruppo, ma ero a conoscenza di ogni cosa.

Ero disperata e la sensazione peggiore che provavo non era la rabbia, ma un profondo senso di isolamento. La mia unica valvola di sfogo era la serra del quartiere, un luogo di pace gestito da un anziano botanico di nome Donato. Lì, tra piante lussureggianti, riuscivo a ritrovare un po’ di pace.

«Vedi, Mara» mi disse un pomeriggio Donato, vedendomi particolarmente cupa mentre trapiantavo una piccola gasteria, «molte persone pensano che la forza di una pianta stia nella durezza del suo fusto. Ma guarda questo bambù. In mezzo alla tempesta si piega fino a quasi toccare terra, eppure non si spezza. Ecco, la vera forza sta nelle radici e nella capacità di non perdere la propria natura, anche quando intorno tira una brutta aria».

Quelle parole mi aiutarono a capire che chiudermi in me stessa e subire in silenzio non significava piegarmi come il bambù, ma lasciarmi soffocare dalle erbacce.

L’occasione per cambiare le cose arrivò qualche settimana dopo. La professoressa di italiano assegnò alla classe un lavoro di gruppo sulla comunicazione e sui diritti umani. Io feci una scelta coraggiosa: decisi di affrontare il compito da sola.

Trascorsi ore e ore al computer. Nel lavoro non menzionai mai direttamente Sofia e i suoi amici né utilizzai toni di accusa, ma parlai chiaramente del problema di cui ero vittima. Creai una presentazione intitolata L’eco del silenzio, utilizzando le immagini delle piante della serra per spiegare concetti come l’empatia e l’isolamento.

La mattina delle esposizioni, Sofia e il suo gruppetto risero e scherzarono fino al momento di presentare il loro lavoro, un compito piatto, visibilmente preparato all’ultimo minuto. La professoressa prese appunti senza mostrare particolare entusiasmo.

Quando toccò a me, sentii Sofia sussurrare qualcosa alla sua vicina, che trattenne una risata. Mi alzai con le mani che tremavano e camminai verso la cattedra. Per un attimo, il terrore di essere derisa di fronte a tutti mi bloccò la gola.

La presentazione in classe

Poi ripensai alle parole di Donato e alle mie piante nella serra. Presi un lungo sospiro e accesi il pc. Sullo schermo comparve la foto di un albero solitario in un campo aperto. Iniziai a parlare. Raccontai che a volte le persone si sentono proprio come quella pianta. Poi, aggiunsi quanto fosse pesante sentirsi costantemente osservati da occhi che non cercano di capire ma solo di giudicare e, infine, spiegai che le parole non sono meno affilate delle pietre.

Mentre parlavo, feci scorrere sullo schermo, in forma anonima, le offese che avevo ricevuto negli ultimi mesi, affiancate da alcuni dati sul cyberbullismo. In aula calò un silenzio assoluto. Nessuno muoveva un dito. Sofia, che fino a un attimo prima aveva la sua solita aria di disprezzo, smise improvvisamente di sorridere.

Conclusi la mia esposizione con una considerazione: «La prepotenza non è mai segno di forza, ma è invece la maschera di una grande fragilità. La vera forza sta nel creare uno spazio in cui tutti possano crescere e stare bene». Quando finii la mia presentazione, nella classe non si sentiva volare una mosca. Poi, improvvisamente, Marco, un mio compagno molto timido, iniziò ad applaudire. Nel giro di pochi secondi, l’applauso si diffuse a quasi tutta la classe, contagiando anche chi fino al giorno prima aveva riso alle battute di Sofia. La professoressa si alzò in piedi, visibilmente commossa, ringraziandomi per la profondità e il coraggio del mio lavoro.

Quel giorno segnò un punto di non ritorno per la classe. Le cose non cambiarono dall’oggi al domani, ma il clima tra noi compagni si era trasformato e si diffusero nuove dinamiche ricche di empatia. Le mattine dopo alcuni ragazzi della classe si avvicinarono a me, chiedendomi scusa per non essere intervenuti quando Sofia mi tormentava. E io? Io adesso sto meglio. So che nella vita incontrerò altre tempeste, ma ora conosco una verità fondamentale: ho radici profonde e non permetterò mai più a nessuno di farmi sentire una nullità.

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