Ogni mattina, mentre una parte della città dorme ancora e l’altra borbotta tra le macchine, un uomo e il suo cane attraversano il quartiere.
Un legame speciale e la mia routine di felicità
Io li osservo con completa attenzione: puntualissimi, iniziano la loro passeggiata alle otto e 20 e vanno nella direzione opposta alla mia, ma per qualche secondo le nostre strade s’incrociano ogni volta.
L’uomo porta sempre con sé una bicicletta rossa, la tiene stretta nella mano destra senza salirci in sella, mentre da quella sinistra pende un guinzaglio mordicchiato, libero dal collo del Border Collie, così fedele e affezionato che non si allontana mai, senza bisogno di essere costretto alla vicinanza.
Questa sicurezza mi commuove, a volte è proprio quella che manca a noi persone. Tra l’uomo e il cane, invece, neanche una parola, non un verso, nemmeno un fischio o un breve richiamo. Vedo solo sguardi decisi, sufficienti per comunicare, e a volte neanche quelli. Come amici di vecchissima data, si conoscono a memoria, si comprendono silenziosamente come certi insetti che si scambiano informazioni dalle antenne, quasi telepaticamente.
Si fermano insieme, camminano insieme, uniti da questo filo rosso che chiamiamo legame, incredibilmente vero e particolarmente stretto. Due esseri così diversi in perfetta sintonia, più di noi persone, terribilmente distanti e diffidenti. E mentre penso mi allontano. Con la coda dell’occhio percepisco ancora gli scatti di corsa e qualche piccolo inseguimento colorato da un divertimento contagioso, che noto con stupore e un po’ di invidia, così evidente sul viso dell’uomo, le cui labbra si allungano alle estremità praticamente ogni volta che mi giro per sbirciarlo.
Non so da dove vengano questi insoliti amici, dove si trovi la loro casa, non so neanche dove vanno tutte le mattine dopo il nostro consueto incontro, la durata delle loro passeggiate, la frequenza con cui avvengono, ma l’attimo che condividiamo sotto lo stesso cielo inquinato dalle auto basta per farmi avvertire una certa vicinanza, che forse è diventata familiarità, o almeno questo mi piace credere. Non sono sicura che si tratti di una verità ricambiata, non so se l’uomo e il suo cane si accorgono di me, forse sono troppo impegnati a volersi bene per prestare attenzione al resto del mondo.
Sapranno chi sono io? Che esisto?
L’amore quotidiano nei gesti di un padre
La stessa domanda bussa alla mia testa poco più avanti, quando giro l’angolo alle otto e 30 e m’imbatto nel giovanissimo papà con suo figlio. Un altro esempio d’amore che sa travolgermi completamente nei pochi minuti che passo vicina a questa tenera famiglia.
Il piccolo sorride sempre tra uno sbadiglio e l’altro, certe volte cammina buffo e un po’ disorientato, concentrato per non perdere l’equilibrio, ma convinto di poter raggiungere la fine del marciapiede sulle proprie gambe; altre tenta di guidare un minuscolo monopattino trainato dal papà che, a dire la verità, la maggior parte del tempo finisce per tenerlo in mano insieme ad altri mille oggettini.
L’uomo, sui 30 anni, visibilmente assonnato ma felice, con la barba imprecisa e i capelli disordinati, così attento a seguire ogni spostamento del figlio, sembra un giocoliere: zainetto, scarpette (quelle antiscivolo che si usano all’asilo), sacca per il pranzo e grembiule azzurro da indossare prima del suono della campanella.
Servirebbero sei braccia per gestire tutto, invece lui ne ha ovviamente solo due, come tutti, e io mi chiedo proprio come faccia.
Come si fa a diventare adulti responsabili? A prendersi cura di un’altra persona senza la paura di non farcela? Forse non si può, mi dico. Ma allora come si fa?
Una risposta non la trovo mai, anche se lo sguardo confortante del giovane padre, impacciato e premuroso, mi scalda il cuore regalandomi un po’ di sicurezza.
Mi fa pensare che qualcosa a un certo punto scatti, l’affetto si trasforma in un sentimento talmente complesso da non poter essere descritto esattamente a parole, solo traducibile in gesti e slanci emotivi unici e irripetibili, come quelli che riempiono la strada del mio quartiere all’inizio di ogni giornata.
Gabriel e la ricerca della felicità attraverso la danza
Un po’ più lontana da casa, vicina al mio amato caffè, arriva forse il mio incontro preferito.
Tra tutti, lui è l’unico di cui conosco il nome, lo leggo scritto in grassetto tondo verde sulla targhetta attaccata alla tasca frontale della salopette blu perfettamente stirata: Gabriel.
In realtà solo lui, tra gli strani e bellissimi personaggi che incontro ogni mattina, sembra notarmi davvero. C’è uno scambio di sguardi e di considerazioni reciproche che mi ricorda di esistere, anche alle otto e 40 del mattino, quando mi devo ancora sintonizzare con il mondo, mentre tutti (me compresa) corrono, perlopiù nervosi o preoccupati dallo scorrere del tempo, dalle scadenze improrogabili e da tutte quelle cose che sembrano sempre la fine del mondo.
Gabriel lavora come ragazzo delle pulizie in un palazzo, quello verde e marrone al numero 56. Credo inizi il turno alle nove. Quando arrivo io sta preparando il materiale, e lo fa in un modo tutto suo, spettacolare per quel che mi riguarda: in testa porta grosse cuffie bianche wireless che non intralciano i movimenti. Ascolta la musica e balla entusiasta.
Balla come se esistesse solo lui, sotto al sole ma anche con la pioggia, usando l’ombrello come oggetto di scena. L’asfalto è il suo teatro, la sua piazza e il pubblico, chissà, forse è solo lui o centinaia di persone che immagina lì ad ammirarlo.
Intanto ci sono io, in primissima fila, assorta nei suoi gesti. Non credo abbia mai studiato danza, ma è così preciso, morbido e coordinato. Muove piedi e testa a ritmo di canzoni che mi sembra di sentire. È trascinante e, da ballerina, cerco di trattenermi dal raggiungerlo.
La verità è che vorrei ballare anch’io. Vorrei ballare sempre. E se c’è una cosa che mi piace della danza è la capacità di trasmettere emozioni.
Gabriel è felice la maggior parte delle mattine. Una felicità incontenibile, che spesso stento a credere possibile. A me non sembra di essere così felice, non quanto lui almeno. Lui che sta lì, con un sorriso bianchissimo e passi di danza incredibili, che metterebbero a disagio qualsiasi professionista.
Certo, di momenti tristi ne attraversa anche lui, si percepisce dal suo ballo, certe volte più malinconico di altre, emozionante allo stesso modo, forse un po’ di più. Ognuno di noi protegge il proprio groviglio emotivo, chiuso nel petto, fatto di così tanti piccoli e penetranti sentimenti che giustificano la nostra confusione emotiva diffusa e condivisa.
Le nostre di emozioni, le mie e quelle di Gabriel, mi sembrano molto simili.
Cerco di prendermene cura.
Perché costruire una routine di felicità ogni mattina
Io intanto sto andando in libreria, al bar o al lavoro, nei luoghi dove scrivo accompagnata dal mio solito caffè americano. Indipendentemente da dove vada, percorro la stessa strada.
Si tratta di una scelta precisa, che risponde a un mio particolare bisogno, una piccola routine tranquillizzante che ho costruito nell’ultimo anno.
L’idea è che per affrontare tanta confusione mi servono piccole sicurezze su cui contare, qualche punto fermo per esorcizzare una quotidianità estremamente imprevedibile.
Non essendo un’esperta in gestione dell’imprevisto, ho capito nel tempo che per salvarmi da giornate sempre diverse e sorprendenti (in meglio o in peggio), giornate velocissime che non permettono la pianificazione, mi serve una cornice di abitudini.
Questa è la mia piccola routine di felicità, che ripeto ogni mattina prima di iniziare a vivere davvero. Semplicemente, osservo la vita degli altri, delle persone che condividono il mio pezzetto di mondo, le loro belle consuetudini, il loro amore. E proprio grazie a questo amore mi ricordo di tutto il bello che ci circonda. Per quanto certi giorni ci devastino, al sole successivo torna tutto come prima e noi siamo ancora qui.
Insomma: andrà tutto, comunque, bene. E non so cosa succederà quando l’uomo non sarà più accompagnato dal suo cane, quando il bambino sarà troppo grande per correre con suo papà, quando Gabriel cambierà quartiere e queste strade non saranno più colorate dalla sua danza.
Forse avrò trovato un’altra routine di felicità. Magari anche loro.
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