Non so perché stai male, e forse non importa. Forse è una persona, forse una telefonata? Una paura. Un amore finito o una risposta che non arriva. O una che è arrivata? Forse è soltanto martedì e sei stanca. Anch’io oggi sto male, senza perdermi in dettagli e recriminazioni su cosa avrei potuto fare per evitarlo. E, credimi, avrei potuto fare molto.
Ma non siamo qui per questo, non oggi. Perché, pensavo, qualsiasi sia il motivo della nostra inquietudine, quando stiamo male succede una cosa curiosa: continuiamo. Certo, non bene e non sempre con grazia. Ma continuiamo. Io, per esempio, faccio sempre il letto, anche se nessuno entrerà mai in camera mia e mi dirà “complimenti” per gli angoli del lenzuolo. Eppure mi ritrovo lì, con il letto fatto alla perfezione, anche quando il mio mondo interiore è, inesorabilmente, crollato.
Sai quante altre cose continuo a fare?
Una quantità sorprendente, se ci penso. Cose minuscole, certo, assurde a tratti. Gesti che sembrano non avere alcuna importanza e che invece, nei giorni difficili, diventano una specie d’impalcatura invisibile. Non risolvono niente, sia chiaro, non aggiustano cuori infranti, non cancellano paure, non rispondono ai messaggi al nostro posto.
Eppure sono lì, fedeli e ostinati.
Per la parte di noi, più saggia del resto, che sa che quando tutto vacilla bisogna tenere stretto almeno qualcosa.
Per questo ho deciso di condividere oggi il mio personale inventario delle cose che continuo ostinatamente a fare anche quando avrei ottime ragioni per non farle.
Metto la sveglia
Questa è la più commovente di tutte e ci ho pensato soltanto oggi: mettere la sveglia significa credere nel domani. La imposto tutte le sere. Sei e mezza, sette, sette e un quarto, dipende dai periodi della vita e dalla mia capacità di negoziare con la realtà. Ma anche nei giorni in cui vorrei soltanto fermarmi, la voglia di alzarmi dal letto è quella che è e la stanchezza mi sembra una lingua straniera che improvvisamente conosco benissimo, continuo a mettere la sveglia. Un gesto piccolo, invisibile? Eppure a ben pensarci contiene una fiducia enorme, perché ogni sera, senza pensarci troppo, sto dicendo a me stessa ci vediamo domani. E non importa come mi sentirò, cosa mi preoccupa, cosa ancora dovrò risolvere. La sveglia suonerà e io alle sei e mezza, alle sette o alle sette e un quarto, mi alzerò.
Faccio il caffè
Anche quando non ne ho voglia (difficile) e quando mi sveglio con quella sensazione difficile da spiegare, come se qualcuno avesse aggiunto qualche chilo invisibile alla giornata. Riempio la moka, misuro il caffè e aspetto. Ascolto quel rumore familiare e mi dico che il caffè è una delle forme più semplici di speranza. Chi prepara un caffè per il passato? Lo prepariamo sempre per i prossimi dieci minuti, per la prossima ora, per la giornata che deve ancora cominciare. E allora sì, il mondo può anche essersi incrinato un po’, ma intanto la moka borbotta e la cucina profuma di qualcosa che assomiglia alla continuità.
Apro la finestra
Questa è una cosa che faccio sempre. Piova, nevichi, faccia caldo, faccia freddo: apro la finestra. Anche quando fuori non c’è niente da vedere e quando dentro di me c’è molto meno. Apro la finestra e per qualche secondo resto lì come stessi aspettando qualcosa, un segnale, una conferma, una tregua… Naturalmente non arriva niente, soltanto aria. Ma forse è proprio questo il punto. Perché aprire una finestra è uno dei pochi modi che conosco per ricordarmi che il mondo continua, che i vicini stanno uscendo, che qualcuno sta passeggiando con il cane. Che da qualche parte un bambino sta andando a scuola e che il cielo, indipendentemente dai miei problemi, ha deciso di essere azzurro oppure grigio. È una forma di ridimensionamento molto salutare.
Faccio la spesa e sorrido alla cassiera
Sempre e non perché sia particolarmente socievole (anzi, spesso non lo sono), ma perché mi piace pensare che le persone meritino un sorriso, un saluto, uno scambio minimo. Quando sto male, poi, continuo a farlo e certo è strano perché ci sono giorni in cui faccio fatica a stare con me stessa, eppure riesco a trovare un sorriso per una sconosciuta che mi passa una confezione di yogurt. Forse perché in quei momenti mi ricordo che non sono sola e che il mondo è pieno di persone che stanno vivendo qualcosa che non conosco. E allora ci sorridiamo per pochi secondi. Ed è pochissimo, ma non proprio niente.
Salvo ricette
Una quantità imbarazzante fra torte che non preparerò, focacce che non impasterò, insalate con ingredienti introvabili, dolci che richiedono una pazienza che non possiedo e nuovi modi per mangiare più legumi.
Eppure continuo, salvo, archivio, metto da parte. Perché? Chissà. Credo che la risposta abbia poco a che fare con la cucina, salvare una ricetta significa più che altro immaginare una versione futura di me, che avrà tempo, comprerà gli ingredienti e accenderà il forno. Che inviterà qualcuno a cena e così il proprio dolore sarà solo un ricordo passato.
Faccio liste
Le liste sono il mio tentativo preferito di negoziare con il caos. Liste della spesa, di libri, di cose da fare e altre da scrivere, di cose da ricordare e di cose che dimenticherò comunque. Mi fanno sorridere perché nessuna lista ha mai veramente salvato una vita, eppure continuiamo a scriverle. Il mondo può entrare in una colonna ordinata di parole? Chissà se basta scrivere una cosa per renderla meno spaventosa. Forse sì, perché quando nominiamo qualcosa, smette di essere soltanto una nuvola indistinta e diventa riga parola compito e possibilità.
Quindi le liste non risolvono il caos ma gli danno bordi, e a volte è già abbastanza.
Controllo il meteo
Questa è la più assurda, perché chiaramente non ho alcun potere sul tempo atmosferico, nessuno di noi ce l’ha. Eppure controllo il meteo continuamente. Domani piove, venerdì ci saranno 27 gradi. Sabato vento, domenica sole. Queste informazioni possono cambiare qualcosa di fondamentale? No. Ma credo che il meteo ci piaccia perché ci ricorda una cosa che dimentichiamo spesso, che tutto cambia. La pioggia passa, il caldo passa, l’inverno passa, le nuvole passano. E allora forse, ogni volta che guardo l’icona di un sole che sostituisce una nuvola, una parte di me sta cercando una rassicurazione molto più profonda, e non ovviamente sul tempo. Sul fatto che anche questa cosa che sto attraversando, qualunque essa sia, non durerà per sempre e che, prima o poi, cambierà aria.
Metto il profumo
Questa forse è la più inspiegabile, perché il profumo non serve a niente, non nutre, non risolve e non aggiusta. Eppure, anche nei giorni in cui vorrei soltanto attraversare il mondo senza lasciare traccia, apro il tappo, avvicino il collo e spruzzo qualche goccia. Mi piace pensare che sia una forma di rispetto per la giornata, per me stessa e per la persona che incontro allo specchio ogni mattina. Perché mettere il profumo significa continuare a credere che valga la pena abitare il proprio corpo e la propria vita con una certa cura, anche quando il cuore è altrove.
Vado a piedi
Potrei prendere l’autobus, la macchina o la bici. Potrei fare prima e invece cammino, sempre. Lo faccio quando sono felice e quando non lo sono, perché dopo comunque lo sono un po’ di più. Forse perché i piedi sanno cose che la testa dimentica? Sanno che il movimento è già una risposta e che non bisogna capire tutto subito. Che a volte basta fare un passo, poi un altro e un altro ancora e all’improvviso una strada che sembrava infinita è alle nostre spalle. Non illuminazioni improvvise, ma una camminata.
Compro fiori
Non per qualcuno, ma per la casa, per il tavolo della cucina e per quel vasetto di vetro che era una marmellata e ogni tanto resta vuoto (non sopporto vederlo vuoto troppo a lungo). I fiori hanno una caratteristica curiosa: non promettono durata, ma bellezza, per pochi giorni. E nei momenti difficili continuare a comprare fiori significa accettare che qualcosa possa essere prezioso anche se non durerà per sempre. Oh sì.
Guardo la luna
Anche quando sono triste e ho fretta e anche se la vedo quasi tutte le sere e dovrei essermi abituata. Invece no, la cerco fra i tetti, i rami e i palazzi come se ogni volta fosse la prima. Alzo lo sguardo e penso: eccola. E se la luna fosse una persona puntuale a un appuntamento? Presenza discreta ma affidabile. Lei arriva, crescente, calante, piena, a metà, a volte nascosta. Ma arriva e forse è proprio questo che mi consola. Perché mentre io cambio idea, umore, programma, prospettiva e perfino opinione su me stessa, la luna continua il suo lavoro antico, a ricordarmi che esistono cicli, maree, stagioni e tempi che non dipendono da me. E allora continuo ad aspettarla, non perché abbia risposte ma perché, nei giorni in cui mi sento smarrita, mi aiuta a ricordare che anche essere smarriti fa parte del viaggio e che perfino la luna, ogni mese, può sparire per qualche notte. Poi torna. Quindi, la luna non ha fretta di essere piena, non si vergogna quando si assottiglia fino quasi a sparire, non considera un fallimento le notti in cui nessuno riesce a trovarla. Continua il suo viaggio, fedele ai propri tempi, incurante delle impazienze altrui.
Letto rifatto, caffè, finestra aperta, spesa e sorrisi, liste, ricette salvate, profumo sul collo, la sveglia, i fiori. Gesti minuscoli e invisibili che qualcosa in comune con la luna ce l’hanno. Non cercano di cambiare il mondo, non fanno rumore, non chiedono di essere notati. Semplicemente continuano e, continuando, tengono accesa una luce. Per anni ho pensato che il coraggio fosse una qualità straordinaria, qualcosa che appartiene agli eroi, alle persone capaci di grandi decisioni e gesti memorabili. Oggi credo che il coraggio abbia un volto molto più semplice, quello di chi si alza dal letto quando non ne ha voglia, di chi guarda il meteo di domenica quando è solo martedì, di chi, nonostante tutto, fa spazio al futuro.
Perché forse è questo che stiamo facendo, ogni volta che compiamo uno di questi gesti: non stiamo riordinando una stanza o controllando le previsioni, ma stiamo dicendo alla vita: non sono al massimo delle forze, ma resto. E mentre restiamo, qualcosa accade, non subito, non in modo spettacolare ma accade. Una mattina il caffè sembra più buono, una sera la passeggiata più leggera. Un giorno ci accorgiamo che stiamo pensando ad altro e scopriamo che la vita, nel frattempo, non si è fermata ad aspettare il nostro dolore ma ha continuato a scorrere piano, portandoci con sé.
Per questo guardo la luna: mi ricorda che non tutto deve brillare per essere presente, che non tutto deve essere pieno per essere intero. E che perfino le cose più luminose attraversano periodi in cui sembrano scomparse.Ma non lo sono.
Stanno semplicemente aspettando il momento giusto per tornare più luminose.
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