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Il ciliegio

Una ragazza un po' capricciosa alla ricerca di una pianta che sembra magica. Un bizzarro vivaista con un progetto unico. Un incontro che nessuno dei due aveva previsto. Come finisce? Molto, molto bene

due ragazzi seduti su un prato mangiano una ciliegia
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Nonna Elsa me lo avrà ripetuto infinite volte: «L’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re». Poi aggiungeva: «Chi troppo vuole, nulla stringe». E anche: «I fiori e i frutti insieme ci sono solo nel giardino del Paradiso».

Un’immagine molto più poetica delle classiche “botte piena e moglie ubriaca”, ma ugualmente irritante per una bambina capricciosa come me.

Bisogna dire che la nonna, nella sua severità, riteneva un capriccio qualsiasi desiderio o passione: la sua vita era stata povera, difficile e avara di soddisfazioni e solo l’abitudine ad accontentarsi del minimo le aveva garantito un po’ di serenità.

«Voglio questo e voglio quello» erano invece le espressioni che ricorrevano più spesso sulle mie labbra durante l’infanzia.

Erano desideri da bambina, naturalmente: un vestito nuovo per la bambola, una scatola di pastelli colorati, la crostata con la confettura di pere… Ma li esigevo con il piglio di una regina d’altri tempi, capace di ordinare agli alberi di fare fiori e frutti insieme. E di far loro mozzare la testa se non avessero obbedito subito.

Con il passare degli anni, passai dai vestiti della bambola a quelli per me, dai pastelli a un lavoro gratificante, dalla crostata a un fidanzato, che ovviamente doveva essere bellissimo, ricco, intelligente e follemente innamorato.

Nonna Elsa, però, aveva ragione: a volere troppo, non stringevo proprio nulla. A 30 anni, avevo un lavoro noioso, pochi vestiti tristi e, soprattutto, nessun fidanzato, né bello né brutto.

Un’estate cominciata male

L’unica nota piacevole della mia vita erano le lunghe escursioni con cui riempivo i sabati e le domeniche: a volte in compagnia di amici e colleghi, ma più spesso da sola, partivo con qualche panino nello zaino, gli scarponi ai piedi e la meravigliosa prospettiva di ore e ore di camminata silenziosa.

La mia meta preferita erano i paesi e i boschi di mezza montagna, quei piccoli villaggi in cui le case abbandonate si alternano a radure e faggete e capita di incontrare un cervo che pascola in quello che una volta era un orto.

Quei luoghi, di cui sono ricchissime le Prealpi e l’Appennino, per fortuna non sono lontani dalla mia città.

Ci andavo in ogni stagione, perché in posti come quelli ogni mese ha il suo fascino: dal gelo di gennaio, che ricama i prati con le trine delle erbe selvatiche ormai secche, fino al caldo estivo, che lì non conosce l’afa opprimente della pianura.

Un giorno d’estate scelsi come meta per la mia gita una delle piccole valli del cuneese che si arrampicano sulle Alpi Marittime e svalicano in Liguria o in Provenza.

Baite in pietra grigia, prati fioriti di bianco e viola, il ruscello che cantava in sottofondo… Quella volta, però, il paesaggio incantevole non bastava a restituirmi il buonumore.

«Tu che non hai famiglia puoi prendere le ferie quando vuoi» avevano detto le mie colleghe e con quella scusa mi avevano poi rifilato gli straordinari di agosto.

Per tutta l’estate, avrei dovuto accontentarmi delle mie gite fuori porta, passando il resto del tempo da sola nella città deserta.

Il ciliegio impossibile

Con la testa bassa, rimuginavo su quell’ingiustizia e sulla scontentezza che pervadeva la mia esistenza, quando un concerto di merli mi fece alzare la testa.

I piedi si inchiodarono al terreno, la bocca si spalancò come solo davanti ai miracoli: oltre il muretto a secco incrostato di muschi e di licheni, al centro di un frutteto abbandonato un alberello sfoggiava contemporaneamente fiori bianchi e ciliegie rosse.

«Bonjorn». Il saluto in occitano mi riscosse. Alle mie spalle, una donna del posto mi guardava divertita.

«Le mangi pure, se vuole» sorrise, indicando i frutti. «Erano le piante del povero Pier e adesso le sue amarene se le godono solo gli uccelli».

«Sono frutti commestibili?» chiesi.

Le piccole ciliegie rosse e luccicanti avevano tutta l’aria di una vera e propria stregoneria: fiori e frutti insieme? Da non credere. Quell’alberello contraddiceva una volta per sempre la saggezza misurata di nonna Elsa.

«Sicuro che sì!» rise la donna. «Sono più buone in confettura. Fresche sono un po’ aspre, ma levano la sete».

Quella gita risvegliò in me la regina capricciosa della mia infanzia: “Se il ciliegio può avere fiori e frutti nello stesso momento, anch’io posso ottenere tutto quello che desidero!” mi dissi.

Il mio primo capriccio fu proprio l’amareno “magico”. Ne volevo un esemplare per il mio balcone, così da avere sempre sotto gli occhi quell’incantevole albero.

Quando lo descrissi a un vivaista, però, lui reagì esattamente come nonna Elsa: «Ma non ci sono ciliegi che hanno fiori e frutti contemporaneamente» mi assicurò. «Deve essersi sbagliata».

Testarda e ostinata, girai tutti i vivai della provincia. Qualcuno rise, altri mi consigliarono pazientemente le varietà più adatte alla coltivazione in vaso, un signore con grandi baffi scuri disse senza mezzi termini che mi ero sognata tutto.

L’incontro con Danilo

Riuscii a trovare ascolto solo in un piccolo vivaio.

«Potrebbe essere una varietà antica» disse Danilo, proprietario, ricercatore e uomo di fatica tutto insieme.

«Una varietà antica?» ripetei senza capire.

«C’è la frutta del supermercato» spiegò Danilo. «Grande, lucida, facile da raccogliere e da trasportare. E poi ci sono migliaia di varietà meno conosciute, magari anche con una lunga storia alle spalle».

Entrò in una casetta di legno e ne uscì con un grosso volume. Pomona italiana, recitava il titolo, e conteneva innumerevoli illustrazioni di albicocchi, castagni e ciliegi.

In una delle tavole, un ramo ricurvo presentava piccoli frutti rossi e fiori bianchi.

“Ciliegia Progressiflora” lessi esultante. «È lei!».

«È una rarità». Negli occhi di Danilo lampeggiò il mio stesso entusiasmo. «Potremmo fare un innesto».

Di nuovo, lo guardai come se avesse parlato arabo. E di nuovo, con pazienza sorridente, Danilo mi spiegò che, per avere un albero da frutto, non basta piantare il seme e aspettare. Per essere sicuri di avere proprio la stessa varietà, bisogna prendere un ramo o una gemma di una pianta e fonderla con un’altra, simile ma più robusta e selvatica.

In questo modo si possono unire forza e bellezza.

«Un po’ come in un matrimonio ben riuscito» rise Danilo. «Però in questo caso i due sposi stanno molto più stretti, al punto che si fondono in un tronco solo».

Danilo fece una pausa, poi aggiunse: «Il periodo e la luna sono buoni, possiamo prendere un ramo e provare».

Detto, fatto. La domenica successiva ci arrampicavamo insieme tra i pascoli incolti, fino al frutteto di Pier.

Il canto dei merli ci indicò la strada, fino a che, appena fuori dal paese, apparve il ciliegio miracoloso, vestito di bianco e di rosso.

«Ma è davvero una meraviglia…» mormorò Danilo incantato.

Tirò fuori dalla tasca un paio di cesoie e si mise a scegliere con cura alcuni rami, esaminandone le gemme una per una.

Mentre pranzavamo con un gran piatto di gnocchi, Danilo mi raccontò del suo vivaio, portato avanti con poco denaro e molta passione, in cui cercava di raccogliere quelle vecchie varietà di cui mi aveva parlato.

Era riuscito a trovare la pera Madernassa, buonissima da cuocere; la ciliegia Grifon, gialla come un topazio; la mela Gambafina, rossa e delicata; oltre a una dozzina di altre varietà, ognuna con un nome pieno di fascino e una storia curiosa alle spalle.

«Non sono molte» ammise Danilo. «Ma la ricerca continua: vecchi orti, alpeggi e conventi sono tutti posti in cui possono nascondersi affascinanti tesori. Le mie domeniche le dedico sempre a questa attività».

«Anche a me piacciono queste escursioni. Vorrei aiutarti nella ricerca».

Danilo accettò con l’entusiasmo di chi trova finalmente qualcuno con cui condividere una passione. Prima di tutto, però, m’invitò per il giorno dopo, per vedere l’innesto del mio ciliegio.

A caccia di tesori

Nel piccolo vivaio, c’era la solennità di una cerimonia.

Con uno strano coltellino e una serie di gesti quasi magici, Danilo prelevò una gemma dai rami degli alberi di Pier, poi fece un’incisione a T in un giovanissimo ciliegio selvatico.

La corteccia si sollevò come per incanto e Danilo ci fece scivolare la gemma, che rimase ben chiusa, come in un cappottino.

«Da qui cresceranno i rami del tuo ciliegio» disse, indicando la gemma. «Ora ci vogliono solo un po’ di fortuna e molta pazienza».

Ingannammo l’attesa con le spedizioni domenicali “di caccia grossa”, come le ribattezzò Danilo. E quella che doveva essere una pessima estate diventò la più bella che avessi mai vissuto.

Battevamo palmo a palmo borghi, frazioni e alpeggi, inseguendo le tracce di vecchi orti, terrazzamenti abbandonati, frutteti inselvatichiti…

Con occhi e orecchie bene aperti, spiavamo i cortili silenziosi, gli ultimi broli, i rigogliosi giardini parrocchiali. Insieme a fotografie e marze (così si chiamano i rami per l’innesto), raccoglievamo dalla gente del posto ricordi, ricette, usi e tradizioni.

«La torta di mele più buona è quella col pom marcon!»

«Se non vuoi far mangiare le ciliegie ai merli, pianta quelle bianche: i volatili credono che siano acerbe e le lasciano lì!».

«La pesca di vigna si coltivava tra i filari d’uva e la raccoglievi al tempo della vendemmia. Quando la aprivi, dentro era color del vino».

In Val Varaita, una signora mi convinse ad assaggiare una foglia del suo amareno:

«Ha lo stesso sapore dei frutti!» mi meravigliai.

«Ne mette una manciata nel vino rosso e ci fa uno sciroppo alle amarene anche quando le amarene non ci sono più!» garantì la donna.

All’ombra del muro del vivaio, intanto, la gemma innestata covava con la lentezza di una gravidanza, protetta dalla scorza dura e scura.

Le stagioni dell’amore

Molto più velocemente progrediva invece il legame tra me e Danilo, che eravamo sempre più inseparabili. Non solo nei fine settimana, ma anche nei pomeriggi lunghi dell’estate.

All’uscita dall’ufficio, lo raggiungevo al vivaio per aiutarlo a innaffiare, rinvasare, togliere uno per uno i pidocchi dalle piante, in modo da evitare di usare pesticidi e veleni.

Lavoravamo fino a quando il buio ci impediva di vedere, dopo di che cenavamo alla luce di una lanterna a petrolio sul tavolo di pietra sotto la pergola dell’uva.

Fu proprio lì che ci scambiammo il nostro primo bacio, timido e appassionato al tempo stesso, sotto i grappoli appena rosati della Moscato d’Amburgo.

Per i “cacciatori di piante”, l’autunno era una stagione particolarmente favorevole: tra settembre e ottobre, infatti, si potevano vedere bene i frutti di meli e peri, riuscendo così a identificarne con certezza la varietà.

Con Danilo facevamo ormai coppia fissa e ci spingevamo fino all’Appennino emiliano, dove sapevamo che si conservavano ancora molte piante antiche.

Uno dei nostri tesori più cari ce lo regalò in Val d’Arda un signore bianco e curvo, appoggiato a un bastone che aveva intagliato lui stesso.

Quando seppe che cercavamo la frutta d’una volta, ci mostrò il melo secolare che coltivava dietro casa. Colse un frutto, colorato di verde e rosso, lo accostò al mio orecchio e si mise a scuoterlo, con gli occhi che ridevano.

«Sembra una maracas!» sorrisi anch’io.

«L’è la cioca rumela» confermò l’uomo. «Il rumore lo fanno i semi, quando è bella matura».

La cioca rumela andò a raggiungere la mela Carpandù, la pera Prusèt, la susina di Spagna e tutte le altre varietà che riuscimmo a moltiplicare.

Le nebbie di novembre segnarono la fine della stagione di ricerca. Con la caduta delle foglie dagli alberi, però, potevamo finalmente sapere se l’innesto del mio ciliegio aveva attecchito.

«Se il pezzetto di picciolo dello scudo si stacca con facilità, è fatta» mi spiegò Danilo.

Tolse la fasciatura con la delicatezza di una balia e il picciolo cadde senza nemmeno bisogno di toccarlo. «A primavera arriverà il primo ramo» sorrise Danilo e festeggiammo il successo con un lungo bacio.

Fiori e frutti insieme

Al primo ramo ne seguirono altri, stagione dopo stagione. E stagione dopo stagione seguirono altri baci e altre “battute di caccia” tra le Alpi e gli Appennini.

Tra mele, pere, uva e susine, le varietà ritrovate resero il vivaio sempre più grande e fornito, con i clienti che arrivavano anche dalle Regioni vicine, al punto che Danilo sentì il bisogno di una ragioniera che si occupasse della contabilità.

E che vivesse con lui nella casa che fece costruire accanto alle serre, per poter avere le piante sempre sotto gli occhi.

Sono passati quasi 20 anni da quando ero un’impiegata scontenta che distingueva le mele in rosse, verdi e gialle.

Ai miei figli ho insegnato fin da piccoli a chiamare per nome la Giachetta e la Calvilla, la pesca Sant’Anna e la pera Angelica, perfetta per fare la confettura per la mia crostata preferita.

E, soprattutto, ho insegnato loro il nome del mio ciliegio Progressiflora, che Danilo ha piantato proprio davanti alla finestra del salotto.

Ora è un bellissimo albero dal portamento elegante, con i rami che ricadono a terra e oscillano alla minima brezza. Gli ospiti si meravigliano dei fiori insieme ai frutti e anche del fatto di poter gustare ciliegie appena colte a inizio settembre.

A me, invece, il mio ciliegio magico ricorda sempre che la vita è meravigliosa e capace di farci regali con generosità: un lavoro entusiasmante, una famiglia piena d’amore, un marito innamorato.

La nonna Elsa aveva torto: si possono avere fiori e frutti insieme, anche senza dover aspettare il Paradiso.

E non escludo che, in qualche angolo del nostro vivaio, cresca anche un ciuffo di erba voglio, proprio la stessa che disdegna il giardino del re.

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