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Cin cin

Una master sommelier in carriera e una vigna di famiglia di cui liberarsi. Ma non tutto va come dovrebbe. E una cena tra i filari svela consapevolezze e verità nuove e inaspettate

Ragazza che passeggia in una vigna
CREDITS: Maxed Raw/Pexels

Fermo l’auto vicino ai filari di vite e scendo. I tacchi mi affondano nell’argilla secca e subito la polvere si deposita come cipria sulle mie décolleté di vernice. Alzo gli occhi al cielo e faccio una smorfia: anche le mie caviglie si sono imbiancate. Avvicino al petto la custodia di pelle del mio calice di cristallo, come uno scudo. Barcollo fino a una corteccia di vite, così ruvida che mi graffia i polpastrelli.

Lo zio è seduto su una sedia a dondolo, sotto il patio. Mi viene incontro. «Benvenuta Patrizia. L’ultima volta che sei stata qui era l’estate della tua laurea». Non mi abbraccia. Mi stringe la mano in una morsa callosa, dura come un tronco secolare. Mi stacco da lui. «Sì, e sono stati cinque anni di studio matto». Mi avvicino al bagagliaio dell’auto, sollevo il portellone e mi piego per prendere il mio trolley.

Una mano ruvida afferra il manico della valigia. «Lascia, faccio io». Le sue dita ruvide sfiorano la mia pelle liscia. Il calore del suo corpo e l’odore di uva e legna bruciata si mescolano al mio Chanel N.5. Il suo sguardo non chiede permesso. Mi guarda con l’intensità cupa che si riserva a chi si vuole capire a fondo. Le parole mi muoiono in gola e un brivido mi corre lungo la schiena. Afferro la bottiglietta dell’acqua e ne bevo un goccio.

Un incontro col passato

«Ti ricordi di Luca, il nostro mastro di vigna?» mormora mio zio. «È il respiro della tenuta e affido a lui il destino della vendemmia ogni anno, a occhi chiusi: capisce come stanno le piante dal solo fruscio delle foglie!». Annuisco e non distolgo lo sguardo da quell’uomo dalla pelle cotta dal sole, che ora mi sorride con un reticolo di fini rughe d’espressione intorno agli occhi. Non l’ho mai dimenticato.

«Zio, sai perché sono venuta. Per la firma del contratto…». Zio Mario si volta verso Luca. «Patty è diventata master sommelier. A 30 anni: l’enfant prodige di famiglia!». Non posso forzarlo a firmare, ma neppure lui può convincermi a prendere in mano la vigna. Faccio un respiro profondo. Per stanotte mi fermo qui.

Seduta al tavolo grezzo, sotto il portico, faccio roteare il vino nel mio calice di cristallo da sommelier. Un grappolo d’uva è adagiato sul tagliere, accanto a un pezzo di formaggio stagionato. I raggi obliqui del sole di settembre illuminano, come miele caldo, il cortile e le foglie dorate dell’uva. Lo specchio freddo dello schermo del mio tablet suona stonato sullo sfondo del ramage dei filari e del verde argentato degli ulivi in lontananza. L’aria frizzante mi pizzica la pelle.

La tradizione dello zio

Riconosco la cadenza dei passi di Luca sulla ghiaia e il suo profumo di uva fermentata ancora prima che la sua ombra si allunghi sul mio pc. Alzo lo sguardo verso di lui: con in mano un cesto di fichi maturi, fissa il mio calice e alza un sopracciglio, scuotendo la testa. «E tu saresti capace di spillare un buon vino e preparare una cena per 20 persone?». Rimango a bocca aperta. «Mi hai gettato un guanto di sfida?».

Lui alza il mento con una risata profonda, di gola. «Cara sommelier di città, per me il vino non è un punteggio né una lista esclusiva sul menù di un raffinato ristorante stellato. È una tavola imbandita piena di bella gente che parla, che ride… È la tradizione a cui tiene tuo zio, soprattutto per questa vendemmia». Appoggia il cesto sul tavolo. «Sai che questa è la sua ultima raccolta, che venda l’azienda o no. Vorrei lasciargli il ricordo di una cena memorabile, per fargli sentire quanto lo abbiamo apprezzato».

Una donna glamour, ma finta

Stringo lo stelo del calice così forte che le nocche mi diventano bianche. «La passione per i vini a cui zio Mario ha dedicato la vita merita anche competenze da sommelier, non solo folklore!». La mia voce è gelida. Lui prende un fico dal cesto, lo apre con i pollici e me lo offre. «Assaggia prima di giudicare».

Il cuore del frutto è rosso sangue. Esito ma poi lo mordo ed è un’esplosione zuccherina, ben lontana dai sapori bilanciati dei nostri menù stellati. Lui mi osserva le labbra sporche di succo con un’intensità tale che mi avvampano le guance. Mi affretto a leccarmi via la goccia di succo dal labbro, sostenendo il suo sguardo, ma lui si volta e se ne va. Guardo il mio volto specchiato nel mio calice e vedo una donna glamour ma finta. Non la me stessa più autentica.

Una cena per festeggiare

Le ombre dei filari sembrano giganti buoni e con il calare della notte il profumo fresco dell’erba che calpestiamo si fonde con l’umidità della terra. Io e Luca, fianco a fianco, mettiamo piatti, bicchieri e posate sulla lunga tavolata per la cena di stasera, per festeggiare questa vendemmia tardiva. Montiamo le luci anche tra i rami degli ulivi, sotto il buio, punteggiato da qualche candela. Afferro il mio calice e ci verso dentro un dito del primo vino spillato dalla botte. Il cristallo cattura il riflesso delle candele che ho sistemato in tavola, brillando di una lucentezza nuova, ma il ronzio dei generatori s’interrompe e piombiamo nel buio.

«No, questa proprio non ci voleva! Non ho finito ancora di sistemare le luci sui tavoli». «Tranquilla, ci penso io» mormora Luca. I suoi passi si allontanano, ma torna di lì a poco con vecchie lanterne e altre candele.

Dimentica i riflettori, usiamo la luna

ridacchia. Butta a terra una matassa di lampadine e ci accovacciamo per districare il cavo elettrico. Le nostre ginocchia si toccano.

Mi alzo in punta dei piedi per appendere il cavo ai rami degli alberi ma ci arrivo a stento. «Aspetta, Patty, ti aiuto». Nel buio interrotto dalle prime candele, lui si mette alle mie spalle e le sue braccia circondano le mie. Il suo respiro sul mio orecchio è caldo e profondo. Chiudo gli occhi per un istante.

Una domanda

Lui si volta, prende alcune lanterne, le sistema a terra a pochi passi l’una dall’altra e i loro piccoli cerchi di luce calda mangiano il buio della vigna. Riprendiamo a sistemare i cavi con le lampadine e le mani di Luca che si muovono tra i rami sono ombre lunghe e sicure. La vigna si accende di mille luci calde e il cristallo del mio calice riflette un bagliore dorato e tremolante. Sotto la luce delle candele, il vino che vi ho versato proietta riflessi di rubino sulla camicia di Luca. Ora è tutto pronto, ma cosa accadrà quando il vino inizierà a scorrere?

Mi prendo una pausa e vado a sedermi su un muretto a secco, che emana ancora il calore del sole del giorno. Nell’aria aleggia in lontananza l’odore del tabacco trinciato, dalla pipa di zio Mario. Luca viene a sedersi accanto a me e le pietre vive scricchiolano sotto il suo peso. Agito il mio calice vuoto, senza guardare Luca negli occhi. «Perché non mi hai mai cercata in questi anni?».

Una confessione dopo anni

Si schiarisce la voce. «Ti ho pensata spesso ma io sono un uomo di campagna e tu una ragazza di città. Il tuo lavoro è là e io in città sarei un pesce fuor d’acqua». Alzo lo sguardo. Il suo profilo stagliato contro la luna, i suoi occhi che guardano un punto indefinito all’orizzonte.

«Ti ricordi la grandinata di tre anni fa?». Incrocio le braccia al petto e mi faccio piccola. «Volevo chiamarti, ma sui social ti vedevo così perfetta, lanciata nella tua carriera… Lontana da questo ambiente». La sua voce si abbassa di un’ottava e diventa un sussurro roco, che vibra nel mio petto.

Io fuggivo dalle mie radici e loro, le mie radici, rispettavano la mia scelta, in silenzio. Questa terra non è più una minaccia a quello che sono diventata con tanto sacrificio: è un legame prezioso.

Il successo è un muro

«Il mio successo è stato un muro che ha tenuto fuori le persone che mi amano. Perdonami, se puoi». Mi fermo con il calice tra le mani e lo poso sulla pietra grezza del muretto. Appoggio una mano sulla pietra e lui me la copre con la sua. «Non hai nulla da farti perdonare. Tua nonna ti ha trasmesso la passione per questo mestiere». Con il pollice mi traccia piccoli cerchi distratti sul dorso della mano. «Hai realizzato un sogno anche per lei, che non è mai diventata sommelier. Sono orgoglioso di te».

La rigidità alle mie spalle si scioglie e anch’io cerco la sua mano, con una carezza lenta. Tra noi cala un silenzio che colma ogni altra parola non detta. Se torno in città, perdo la parte più autentica di me, che qui riesco a mostrare.

Una lunga tavolata di legno grezzo si snoda tra i filari, illuminata da file di lampadine appese ai tralci e dalle fiammelle tremolanti delle candele. L’odore del mosto in fermentazione si mischia a quello del pane caldo. I primi invitati si siedono e io stringo tra le mani il decanter. «È un vino robusto, non piacerà a tutti» borbotto. Luca mi passa accanto con un vassoio di affettati e mi sfiora la schiena. Un tepore mi si diffonde in tutto il corpo. «Tu versalo e basta, Patty. Non ti preoccupare».

Mi avvicino a un gruppo di anziani e verso il vino a Beppe, un contadino con la pelle rugosa come la corteccia della vite. Lui osserva il bicchiere in controluce, lo avvicina alle labbra, ne beve un sorso e fa una smorfia. «Eh, se si sente la grandine di luglio».

Sulla tavolata cade un silenzio teso e io alzo gli occhi al cielo facendo un respiro profondo.

È un vino che mostra tutto il carattere della vecchia vigna di zio Mario, che non si arrende a un po’ d’acqua

Gli strizzo l’occhio, complice. «E Luca ci ha aggiunto l’innovazione della cantina». Beppe scoppia in una risata fragorosa, alzando il calice. «Alla tua salute, Patty. Brava, che hai imparato a parlare come mangi!».

Passo lungo la tavolata a servire gli amici e i lavoranti, porto loro altro pane e lo spezzo a mani nude, verso l’ultimo goccio di vino a zio Mario, abbraccio una vicina e accetto le pacche sulle spalle. Buon segno, mi hanno accettata, non sono più la sommelier di città ma parte del borgo. Un chicco dello stesso grappolo. Sul mio calice, sempre immacolato, ora ci sono le impronte dei miei polpastrelli, spolverati di farina. Una goccia di vino rosso scuro scivola lungo il vetro. Chiudo gli occhi, lo annuso ma quello che voglio sentire è il profumo della mia famiglia.

Un colpo di scena

La musica della fisarmonica e del violino rallenta. Luca mi appare da dietro, mi prende il decanter dalle mani e lo appoggia sul tavolo. «Mi concedi questo ballo, sommelier?». Mi attira a sé e mi stringe al suo corpo un po’ più del necessario. Appoggio la fronte alla sua spalla e mi lascio inebriare dal profumo della sua pelle, misto a quello del vino. Il mondo intorno a noi scompare: rimane il battito sincronizzato dei nostri cuori e la brezza che mi spettina i capelli. Le luci si spengono verso la vallata e tra poche ore è lunedì: la città, il lavoro mi aspettano. Devo tornare a casa.

Le lanterne appese ai rami di un vecchio ulivo oscillano proiettando ombre sulla tavola, cosparsa di avanzi della cena. In fondo al viale la sagoma della mia auto è parcheggiata, pronta a partire per la città domani mattina. Zio Mario si alza dalla sedia e il brusio della tavolata lascia il posto a un silenzio denso come il mosto che fermenta nelle botti. «Non venderò». La sua voce è roca. «Ho trovato l’erede».

Ho una stretta allo stomaco e il mio sguardo scivola verso Luca, seduto di fronte a me. È lui che ha scelto come socio? Zio Mario mi guarda con due occhi lucidi e fermi. Luca non parla ma mi porge una bottiglia con l’etichetta bianca. «È il nuovo vino, Patty. Scrivici tu sopra il nome».

Afferro il mio calice di cristallo, non più uno scudo ma un’estensione della mia mano. Sollevo il braccio fino a far tintinnare il calice con il vetro pesante della bottiglia che lui tiene ancora in mano. La sommelier e il mastro di vigna. «A noi!» sussurro.

Più tardi, la festa è finita. Rimaniamo Luca e io tra i primi filari della vigna, con il cielo che si tinge del rosa pallido dell’alba. Il palmo caldo di Luca che preme contro la mia schiena, massaggiandomela, si ferma. Lui mi si para davanti. Le nostre labbra sono a un soffio di distanza ed è lui a rompere il silenzio. «Mi piacerebbe avere un sommelier accanto a me. Io faccio il vino, tu gestisci il business. Ogni decisione la prendiamo insieme».

La nuova vendemmia

Gli sorrido, intrecciando le mie dita alle sue. «Una casa è un luogo ma anche le sensazioni che ti trasmette e le persone che la abitano. Per me tu sei la mia casa, Luca».

Lui colma la distanza che ci separa. «Hai una cosa tra i capelli». M’insinua la mano tra le ciocche, ma le sue dita scivolano più giù, sulla mia guancia e vi indugiano in una carezza. Si china verso di me e ci baciamo. Il sole sorge sulla vigna e io ho appena piantato le mie nuove radici. La nuova vendemmia è già iniziata.

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