Il sole di luglio picchiava spietato sull’asfalto di Positano, trasformando l’aria in una massa liquida e tremolante. Fissavo il parabrezza della mia utilitaria cercando di non cedere alla disperazione e all’odio tecnologico.
Il navigatore satellitare, a cui avevo dato il nome Gertrude per via della sua voce gracchiante e indisponente, continuava a ripetere con flemma robotica: «Tra 100 metri gira a destra».
Il problema era che a destra non c’era una strada, ma una scalinata di pietra, affollata da una comitiva di turisti completamente scottati dal sole. Colpii ripetutamente il volante con la mano, mentre il sudore iniziava a imperlarmi la fronte. Il viaggio era iniziato sotto i peggiori auspici.
Mia cugina Beatrice mi aveva implorata di raggiungerla per aiutarla a gestire l’inaugurazione del suo nuovo b&b di lusso, un antico casale appartenuto ai nostri nonni di cui eravamo entrate in possesso dopo la loro morte, avvenuta tre anni prima, e che lei aveva deciso di rilevare come unica proprietaria.
Ero stata ben felice di venderle la mia parte e con quei soldidi potermi permettere l’acquisto di un appartamento più grande a Milano, città sempre più cosmopolita e dai prezziin rapida ascesa.
Mia cugina è una donna molto particolare, diciamo un po’ eccentrica. Il tipo di persona che, per intenderci, organizza eventi basandosi principalmente sull’astrologia, sull’allineamento dei pianeti e sull’energia dei cristalli, il che spiega perché si trovasse a tre giorni esatti dall’apertura ufficiale della sua struttura senza lenzuola, senza chef e con l’impianto idraulico che emetteva suoni inquietanti, simili a quelli di un traghetto in fase di manovra.
Io, invece, sono il suo esatto opposto. Sono una project manager vecchio stampo, vivo immersa tra fogli Excel, agende ben definite, orari rigidi, caffè espresso doppio e rigorosamente senza zucchero. Insomma, la quintessenza della razionalità contro il caos dell’universo.
Un colpo secco sul finestrino mi fece sussultare, strappandomi ai miei pensieri. Alzai gli occhi e vidi davanti a me una figura che sembrava uscita direttamente da una pubblicità di alta moda: un giovane dalla pelle olivastra, i capelli scuri, gli occhi schermati da un paio di occhiali a specchio, una camicia bianca di lino che metteva in mostra gli avambracci muscolosi e un sorriso che trasudava una fastidiosa e innata sicurezza.
Bello il tentativo di fare le scale in macchina
ma di solito i turisti preferiscono camminare» disse l’uomo. La sua voce era una combinazione calda e profonda, arricchita da una leggera inflessione locale.
Abbassai il finestrino e m’investì all’istante una ventata di aria rovente. «Non sto cercando di fare le scale, simpaticone, ma di sopravvivere alle indicazioni di questo navigatore impazzito» replicai con una certa stizza. «E non sono una turista, sono qui per lavoro» aggiunsi con tono professionale.
Il modello comparso dal nulla si tolse gli occhiali da sole, rivelando occhi color smeraldo incorniciati da folte ciglia. Appoggiò un braccio sul tetto dell’auto e si lasciò sfuggire un sorriso divertito. «Lavoro? A Positano? A luglio? Signorina, lei ha un concetto di lavoro molto punitivo. Comunque, sono Leo. E se non fa retromarcia entro 30 secondi, il pullman di linea che sta salendo da Amalfi centrerà in pieno lei e la sua auto».
Il panico, unito al suono improvviso e assordante di un clacson alle mie spalle, mi diede la spinta necessaria per ingranare la marcia alla velocità della luce e infilare l’auto in un minuscolo anfratto tra una roccia e un motorino.
Quando spensi il motore, mi accorsi che mi tremavano le mani. Leo si avvicinò di nuovo, porgendomi una bottiglietta di acqua gelata presa chissà dove.
«Grazie» dissi.
Dove deve andare di preciso?
«Al b&b che aprirà tra poco qui. È di mia cugina Beatrice. Per caso la conosce?».
L’espressione di Leo mutò immediatamente, passando dal divertimento a una smorfia di pura rassegnazione. «Ah, la villa dove nulla si muove senza prima aver scomodato l’astrologia. Certo che la conosco. Sono l’architetto che ha curato la ristrutturazione. O meglio sono colui che ha cercato di salvare la struttura dal crollo strutturale mentre sua cugina studiava l’allineamento dei pianeti».
Scoppiai a ridere, una risata liberatoria che mi sciolse la tensione accumulata sulle spalle.
«Lasci qui la macchina. Le do una mano con la valigia. Alla villa si arriva solo a piedi, almeno percorrendo questa strada».
«E pensare che ho trascorso qui intere estati, conosco il percorso alternativo per arrivarci, ma questo maledetto navigatore mi ha fatto sbagliare ripetutamente strada» dissi scendendo dalla macchina.
Mi squadrò dalla testa ai piedi, soffermandosi sulle mie scarpe tacco 12 e questa volta fu lui a scoppiare a ridere. «Questo dev’essere proprio il suo giorno fortunato. Con quelle scarpe, senza di me, le scale di Positano le avrebbero ricordato ogni singolo peccato commesso in questa vita e, se crede nella reincarnazione, anche in tutte quelle passate».
Il casolare dei nonni e la sfida dell’inaugurazione
L’arrivo alla villa confermò le mie peggiori previsioni. La struttura era oggettivamente splendida e il lavoro fatto per migliorarla davvero incredibile.
Il casolare dei miei ricordi si era trasformato in una dimora affascinante con terrazze a picco sul mare blu cobalto, pergolati di limoni carichi di frutti enormi e buganvillee di un colore fucsia accecante.
Il problema risiedeva nella gestione umana, evidentemente.
Conoscendo mia cugina, la cosa non mi meravigliava affatto. L’avrei vista decisamente meglio nelle vesti di un’insegnante yoga che in quelle d’imprenditrice, ma lei, probabilmente, non era dello stesso avviso, o forse sperava di poter fare entrambe le cose.
Appena ci vide, Beatrice ci corse incontro fluttuando dentro al suo caftano di seta.
Elena, sia lodato l’universo
Sapevo che saresti arrivata, i pianeti sono perfettamente allineati per accoglierti».
«Veramente sono qui oggi come pianificato, dopo che mi hai implorata con ben 26 messaggi su WhatsApp» risposi un po’ pedante, prima di essere travolta dal suo abbraccio profumato di vaniglia.
Alle nostre spalle, Leo si gustava la scena divertito. Posò la mia valigia sul pavimento di maiolica e rimase a guardarci in silenzio.
«E tu cosa fai qui?» domandò mia cugina quando si accorse della sua presenza.
Le raccontai brevemente della mia disavventura.
«Nulla accade per caso. Infatti, caro Leo, avevo proprio bisogno del tuo aiuto. L’impianto del secondo piano ha qualcosa che non va: se gli ospiti aprono tre rubinetti contemporaneamente, l’idromassaggio sul terrazzo inizia a sputare acqua a ritmo di tarantella».
Leo alzò gli occhi prima al cielo e poi li piazzò dentro ai miei. «Non ti invidio, Elena. Buona fortuna e buon lavoro. Io vengo domani a controllare cosa c’è che non va, sempre che sia il giorno giusto per l’universo» disse ridacchiando.
«Oh, Leo è davvero un bravissimo ragazzo, ma manca completamente di spiritualità. Per questo ho chiamato te, sono certa che mi saprai aiutare» disse mia cugina, accompagnandomi nella mia stanza.
Il giorno seguente, dopo una bella dormita e una buona colazione, decisi che era tempo di mettermi al lavoro. Scelsi un tavolo appartato sotto il pergolato.
«Ottima scelta, Elena. Qui l’energia positiva fluttua divinamente» disse mia cugina, prendendo posto davanti a me.
«Bene, ma lasciamo stare l’universo e i flussi quantici per i prossimi giorni. Per cominciare, mi servono la lista dei fornitori e la planimetria aggiornata con lo stato dei collaudi. Abbiamo meno di 72 ore prima che arrivino i giornalisti della stampa locale e i primi clienti. Da questo momento l’unica divinità a cui ci affideremo sarà il mio programma di Excel» dissi, portandomi dietro l’orecchio una ciocca di capelli sfuggita allo chignon.
«Una donna che sa quello che vuole e usa termini tecnici mentre si muore di caldo. Molto affascinante. Sono ai suoi ordini, capo» disse una voce alle mie spalle.
Mi voltai e vidi Leo che sorrideva.
Nei suoi occhi verdi c’era una scintilla di ammirazione mista a una sfida evidente. Il modo in cui aveva pronunciato la parola “capo”, con un tono basso e deliberatamente provocatorio, mi fece correre un brivido lungo la schiena, ma cercai di non prestare troppa attenzione alle mie emozioni e tornai a concentrarmi sullo schermo, liquidando Leo con un vago cenno della mano.
Le ore seguenti si trasformarono in una maratona di pura follia organizzativa. Scoprii, per esempio, che mia cugina aveva rinunciato a uno chef stellato molto stimato dopo aver scoperto un’incompatibilità astrologica con la struttura (che lei riteneva essere Scorpione ascendente Leone), così ora ci trovavamo a non saper dove sbattere la testa.
Inoltre, le 300 lenzuola di lino ordinate per le stanze erano bloccate in un deposito a Salerno per un conflitto tra corriere e fornitore.
Niente panico
ripetevo a me stessa ad alta voce, mentre era già scesa la notte e in cielo brillavano le stelle.
Limoncello al chiaro di luna: innamorarsi a Positano
«Dovresti staccare gli occhi da quello schermo» disse una voce nell’oscurità. Leo si avvicinò camminando a piedi scalzi sulle maioliche fresche. Aveva due bicchieri in una mano e una bottiglia di limoncello nell’altra. Si sedette sulla sedia di fronte alla mia.
«Non posso smettere» risposi, tornando poi a fissare il monitor. «Se non trovo uno chef entro domani mattina, all’inaugurazione dovremo servire pane e acqua. A proposito, l’impianto idraulico?».
«Riparato» rispose Leo, versando il liquido dorato nei bicchieri. «Ho passato l’intero pomeriggio a litigare con i tubi, ma ora l’acqua è a posto. Ho persino convinto Beatrice che il nuovo pezzo di ricambio in ottone ha proprietà purificanti».
Scoppiai a ridere e afferrai il bicchiere che mi porgeva. In quel momento, le nostre dita si sfiorarono. Al chiaro di luna, i lineamenti di Leo sembravano ancora più netti, quasi scolpiti nel marmo.
«Grazie» dissi avvicinando il mio bicchiere al suo. Il limoncello, dolce e potentissimo, mi bruciò piacevolmente la gola. «Sei più utile di quanto volessi credere» ammisi.
«Sono un uomo pieno di risorse, Elena. Solo che qui in Costiera preferiamo non avere fretta. Voi milanesi invece correte anche quando siete fermi. Guarda il tuo respiro: è accelerato, trattenuto. E “senti” le tue spalle: sono tese come corde di violino».
Prima che potessi protestare, Leo mi posò le mani sul trapezio dolorante. Le sue dita esercitavano una pressione ferma e molto piacevole. Chiusi gli occhi e tirai un lungo sospiro di sollievo. Il massaggio proseguì per qualche minuto in un silenzio carico di tensione. Riuscivo a sentire il battito del mio cuore tamburellare dentro al petto, il respiro farsi spazio tra le costole.
Quando mi fece girare delicatamente il viso verso di lui, il divertimento era svanito dal suo sguardo, sostituito da una serietà nuova. Si avvicinò lentamente, lasciandomi tutto il tempo di tirarmi indietro. Ma non lo feci.
Il bacio fu inizialmente esitante, un leggero assaggio che sapeva di limone e zucchero.
Poi, mentre la mano di Leo saliva ad accarezzarmi la nuca, il bacio si fece profondo, esigente e incredibilmente caldo, specchio perfetto dell’estate che ci circondava.
Quando le nostre labbra si staccarono, ero senza fiato. Mi sentivo le guance rosse per la vergogna. Non sono quel tipo di donna che si lascia andare con il primo sconosciuto di passaggio. Leo mi scrutò a lungo, sul suo viso non vi era traccia di vergogna.
Mi rivolse, invece, un altro sorriso, questa volta dolce e privo di ogni sfrontatezza.
«Tua cugina, a questo punto, direbbe che l’allineamento dei pianeti è perfetto. Torna a lavorare, se proprio devi. Ma domani ti strapperò a questo computer per almeno un paio d’ore».
La catena umana e la magia dell’inaugurazione
Il giorno seguente, il destino decise di testare ulteriormente la mia resistenza psicologica.
Alle 11 del mattino, un furgone si fermò con una frenata brusca nella piazzetta sottostante la villa. Dalla vettura uscì un uomo di mezza età, il viso madido di sudore, urlando in un dialetto strettissimo e del tutto incomprensibile.
Era il corriere con le lenzuola, ma si rifiutava di trasportare i 30 scatoloni su e giù per la lunga rampa di scale.
«La mia schiena non è un montacarichi. Sotto questo sole, poi! Scarico tutto qui, in mezzo alla piazza, se vi va bene. Oppure riporto tutto a Salerno» mi disse porgendomi la bolla da firmare.
Beatrice guardò il cielo a mani giunte.
È un segno
Le lenzuola devono assorbire l’energia della terra prima di entrare nella struttura».
«Se restano lì, in mezzo alla piazza, l’unica cosa che assorbiranno sarà lo scarico dei motorini» sbottai, sul punto di una vera crisi di nervi.
Leo, che stava supervisionando alcuni lavori, venne in mio aiuto. «Ricordi quando ti ho detto che sono un uomo pieno di risorse? Non stavo scherzando».
Sfilò dalla tasca il cellulare e iniziò a fare un giro di telefonate. Circa 20 minuti dopo la piazza si trasformò in un scenario degno di un film d’azione. Una squadra composta da quattro pescatori locali e tre giovani camerieri di un ristorante vicino si prese in carico gli scatoloni e in pochissimo tempo, grazie a una catena umana perfettamente sincronizzata, le lenzuola arrivarono alla villa.
L’ultimo scatolone venne portato personalmente da Leo, che arrivò in cima alla terrazza con la camicia completamente bagnata, i capelli scompigliati e l’aria trionfante.
Lo guardai e gli sorrisi grata: «Davvero notevole da parte tua. E così appena schiocchi le dita arrivano tutti in tuo soccorso» dissi, canzonandolo.
«Solo merito delle mie buone relazioni di vicinato. E adesso, mi devi un pranzo. Ti porto a mangiare una vera pasta con le vongole».
Il pranzo si svolse in una piccola trattoria nascosta in una caletta che raggiungemmo a bordo della piccola imbarcazione di Leo. Seduti a un tavolo di legno grezzo, a pochi centimetri dall’acqua cristallina, mi concessi il lusso di dimenticare il telefono nella borsa e tutti i grattacapi che mi stava procurando quella matta di mia cugina.
«Quindi, dopo l’inaugurazione torni subito nella nebbia di Milano» disse Leo, portandosi alle labbra un sorso di fresco vino bianco.
«A Milano non c’è la nebbia d’estate» scherzai. Però il pensiero di tornare in città mi provocò una stretta allo stomaco. «Ma comunque sì, lunedì riparto. Devo occuparmi di un importante progetto di riqualificazione urbana. La mia vita è lì».
E sei felice?
Quando è stata l’ultima volta che hai guardato il mare senza fretta, come stai facendo adesso? Quando è stata l’ultima volta che hai lasciato che le cose accadessero e basta, senza pianificarle su un calendario?».
La domanda, seppur retorica, mi colpì al cuore. Guardai l’orizzonte: solo azzurro a perdita d’occhio. Avrei sentito la mancanza di quel senso di libertà, di spazio infinito. Avevo passato gli ultimi anni a costruire barriere, ad allenarmi per proteggermi da ogni possibile imprevisto, delusione, fallimento. Come la mia ultima storia d’amore con Roberto, rampante bancario incapace di amare. E adesso, in pochissimi giorni, un architetto di mare con la camicia stropicciata stava facendo vacillare le mie certezze.
«Se anche volessi cambiare vita, alla mia età non sarebbe così semplice» mi lasciai sfuggire a labbra strette. «Nulla è semplice. Ma a volte, basta un granello di sabbia per fermare l’ingranaggio più preciso» rispose Leo, lasciando vagare lo sguardo nella mia stessa direzione, verso l’infinito.
Il giorno dell’inaugurazione del b&b arrivò con la precisione inesorabile del tempo che scorre. La villa era semplicemente uno spettacolo. Le luci soffuse delle candele si riflettevano sulle pareti bianche e sulle maioliche, la musica jazz creava un’atmosfera sofisticata, il nuovo chef (trovato miracolosamente grazie a un contatto di Leo) stava deliziando gli ospiti con bignè al limone e crudi di pesce che sembravano opere d’arte. Beatrice, vestita con un abito color smeraldo che la faceva apparire una dea, volteggiava tra gli invitati come sospesa tra cielo e terra.
«Guarda questo posto! L’energia è incredibile, incredibile! Cugina, ammettilo, il merito è tutto dei miei cristalli purificatori. Stavo scherzando: tutto questo è stato possibile grazie a te» disse stringendomi a sé.
«No, il merito è anche tuo. Hai avuto una visione. Hai trasformato il vecchio casolare dei nonni in un posto incantevole, così le nostre radici non andranno perdute. Te ne sono grata» replicai, commossa.
«E non dimentichiamo Leo. Senza di lui sarebbe stato impossibile arrivare a questo punto» aggiunse Beatrice, prima di allontanarsi per salutare un noto critico enogastronomico.
Rimasta sola, mi guardai intorno in cerca di Leo. Alzai gli occhi verso il terrazzo più alto e lo vidi, isolato dal resto della festa, mentre guardava il mare scuro punteggiato dalle luci delle barche lontane. Indossava una giacca sopra la solita camicia di lino. Era bello da togliere il fiato.
Lo raggiunsi camminando lentamente, godendomi il rumore dei miei passi sulla pietra. Sentendo una presenza, Leo si voltò.
Direi che ce l’abbiamo fatta
disse, attirandomi a sé. «Gli ospiti sono felici e tua cugina non si è ancora messa a parlare di allineamento di pianeti».
«Senza di te mi sarebbe venuto un esaurimento nervoso» ammisi.
«A dirla tutta, senza di me nemmeno ci saresti arrivata, qui» replicò lui con una risata. «Ricordi quando ti ho detto che vorrei essere il tuo granello di sabbia? È la verità. Ma non voglio rompere il tuo ingranaggio, solo renderlo migliore». Leo mi sollevò il mento con due dita. «Non tornare a Milano. Resta qui fino al termine dell’estate. Ho un sacco di cantieri da gestire e mi serve una project manager come te».
Il bacio che seguì fu una promessa densa di futuro.
«Devo rientrare a Milano per forza, ma ti prometto che tornerò qui a fine agosto. A una condizione, però: la prima cosa che faremo lunedì mattina sarà disinstallare Gertrude» dissi con tono serio.
Scoppiammo a ridere, poi Leo mi baciò. Intorno a noi, la festa continuava, ma sulla terrazza il tempo pareva essersi fermato, lasciando spazio solo al rumore della risacca e a un sentimento appena nato che brillava come le stelle del cielo sopra le nostre teste.
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