«Come stai?». È da qui che continua a tessersi il filo con l’attrice Ivana Lotito. Al nostro primo incontro, nel 2016, era in attesa del primo figlio; oggi ne ha due e il 9 settembre sarà alla Mostra del Cinema di Venezia con Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis. Nel frattempo è Lucia, sorella di Erica (Vanessa Incontrada), nella fiction ora su Canale 5 Erica – Una detective per caso, diretta da Ciro D’Emilio.
In Erica tutto comincia con un ritorno. Quanto ti appartiene la dinamica tra chi va via e chi rimane?
«Io sono stata quella che è sempre partita. Per Lucia, invece, trattenere la sorella è quasi una richiesta d’aiuto: dopo la scomparsa dei genitori significa ritrovare un approdo sicuro. Io ho due sorelle e oggi tra noi c’è una sorellanza vera: sappiamo di poter fare affidamento l’una sull’altra, senza morbosità. C’è sempre stata una grandissima libertà».
E non è così scontato…
«Assolutamente. I miei genitori non hanno mai esercitato ricatti morali, anzi hanno favorito la nostra emancipazione. E hanno sempre incoraggiato la nostra realizzazione personale».
Lucia nasconde la violenza del marito. Quanto è stato difficile dare voce anche alla sua vergogna?
«È stato un pensiero faticoso, che ho dovuto stratificare. Anche una donna che si sente forte e sicura può cercare di nascondere o modificare la realtà quando la violenza arriva dalla persona sulla quale ha investito i propri sentimenti, con cui magari ha avuto dei figli. Si tende a giustificare chi si ha accanto. La violenza è tale fin dall’inizio, anche dal primo insulto verbale. La vergogna spesso nasce dalla sensazione di non essere riuscita a vedere, fermare o denunciare ciò che stava accadendo, fino ad arrivare a pensare di aver alimentato un processo che poi è cresciuto».
E quando ci sono dei figli diventa ancora più profonda?
«Sì, perché sai che quello che accade può riflettersi anche su di loro. È una materia che si insinua nelle vene, nelle cellule, nei neuroni a specchio. La vergogna diventa ancora più profonda perché ti senti, allo stesso tempo, una causa e di aver creato qualcosa che non ha trovato un freno».
Avevi già affrontato la violenza di genere con Teresa ne Il grande spirito di Sergio Rubini. Che cosa distingue lei da Lucia?
«Intanto il contesto: quello di Teresa è degradato e degradante, quello di Lucia borghese. Smettere di essere bambine e figlie è difficile e a volte questo passaggio avviene attraverso dei traumi: devi imparare a fare da sola e a difenderti».
Come avete costruito con Vanessa Incontrada questa complicità?
«Non la conoscevo personalmente. Vanessa è molto fisica: ti abbraccia, ti stringe le mani, ti guarda negli occhi. È stato facile trovare un’intimità: mi sono sentita guardata da lei con empatia, l’ho sentita vicina».
In Erica si dice che tutte le famiglie nascondono qualcosa. Un tema che ritorna ne Il fuoco che ti porti dentro, tratto dal libro di Antonio Franchini.
«La disfunzionalità ce la ritroviamo da adulti, quasi come un’eredità: l’incomunicabilità e la fatica a esprimere i sentimenti lasciano conseguenze. Nelle generazioni precedenti i genitori facevano fatica a dire “ti amo”, “ti voglio bene”, a manifestare l’amore in maniera sana. È il perno di lettura del libro e in parte del film, anche se Edoardo De Angelis ha ricollocato quei personaggi in maniera inedita».
Nel film interpreti la figlia di Vanessa Scalera e la sorella di Lino Musella. Che cos’è per te il “fuoco” del titolo?
«È tutto quello che è ma anche quello che non è: quello che avrebbe potuto essere e non è stato, ciò che nella madre non si è sviluppato. È qualcosa che si riversa nei figli e, anche se soffocato, continua a esistere e a ripercuotersi su ciò con cui entra in relazione. Mi sono riconosciuta molto in questo processo».
In che senso?
«Ho anch’io un fuoco che vibra e si espande. Nelle relazioni intime posso esplodere perché non voglio tenermi dentro quello che penso. Nel lavoro o con gli amici sono più pacata».
E qual è, invece, il lato bello di questo fuoco?
«La grande curiosità. La voglia di osservare gli altri con un sentimento ardente, quasi d’amore, cercare di descriverli, avere uno sguardo capace di entrare nell’altro e vedere che cosa c’è dentro».
Ti sei sentita guardata così artisticamente?
«Sì, assolutamente. Ci sono colleghi e colleghe, registi e registe che hanno questa cosa. Edoardo, con discrezione, eleganza e un senso amorevole verso i suoi attori, ci ha permesso di esplorare il lavoro, non solo di eseguirlo. Ci ha animati da dentro e ci ha fornito le condizioni per essere».
Che valore ha andare in concorso a Venezia con questo film?
«Sono felicissima. È tratto da un libro che ho amato molto. Il film potrebbe essere divisivo: o lo ami moltissimo o non ti piace, perché ha un modo di raccontare molto specifico. È anche sensoriale: durante le riprese eravamo immersi in quella materia. È un lavoro forte, che vale la pena vedere».
Venezia ci riporta al 2016, quando eri in attesa del tuo primo figlio e presentavi Il più grande sogno di Michele Vannucci. Che cosa è cambiato?
«Avevo tante paure legate all’ignoto della maternità: mi chiedevo come avrei conciliato il lavoro con quella nuova identità, che cosa avrei perso e guadagnato. Adesso guardo questi dieci anni e mi sento più forte dell’esperienza accumulata, abbastanza orgogliosa di quello che ho fatto, anche con l’arrivo di due figli».
Nelle nostre conversazioni sei passata dal “gustodi scegliere” alla ricerca di un tuo “peso specifico” come attrice. Che cosa è cambiato oggi?
«Sono felice che i registi abbiano visto in me uno strumento per raccontare personaggi con una forte valenza contemporanea. Non mi interessano le supereroine: dovrebbe essere scontato che una donna possa essere forte e autonoma, ma anche fallibile, soffrire per amore o non desiderare di essere madre».
Accade anche in In Utero, disponibile su HBO Max: Penelope e Sofia (Marianna Fontana) sono una coppia, ma non è quello il vero conflitto.
«Il fatto che due donne stiano insieme e vogliano un figlio è la normalità. Il conflitto è individuale: voglio diventare genitore oppure no? Me la sento di vedere cambiare il mio corpo? Cerco di trasferire nei personaggi possibilità diverse, compresa quella di fallire. Mi interessa umanizzare in una maniera nuova queste donne».
Che cosa si può fare perché progetti così trovino spazio?
«Osare. Non perdere il coraggio. Bisogna rompere le righe, raccontare l’essere umano nelle sue contraddizioni più profonde e nella libertàdi essere ciò che vuole».
Mi fa pensare alla ricerca della verità di cui mi hai sempre parlato, a partire dal teatro.
«Quella è la condizione primaria, poi entrano il linguaggio, lo stile e lo sguardo del regista. Vorrei andare oltre il puro realismo, verso qualcosa di più dilatato, quasi onirico, fino a un deragliamento dei sensi e del linguaggio. Superare i confini che ho già esplorato. Chloé Zhao o Damien Chazelle, per esempio, sarebbero un sogno».
E a te che cosa ha insegnato questo mestiere sulle emozioni?
«Non mi sottraggo mai alla manifestazione di un sentimento, anche rabbioso, né a ciò che accade dentro di me: mi piace assistere a questo processo. Ne riconosco gli effetti, i cambiamenti del corpo e non cerco di bloccarli. Ho imparato a stare nelle emozioni più che a governarle. Per questo tante volte ho bisogno di solitudine, di piangere, stare stesa a contatto con il pavimento, saltare, ballare, urlare».
E il palcoscenico? Hai voglia di tornarci?
«Tantissimo. Mi piacerebbe riprendere anche Riccardo e Lucia con Claudia Lerro, siamo come sorelle (lo spettacolo è ispirato alla storia vera dei suoi nonni, ndr), e capire come è cambiato oggi il linguaggio teatrale, come approccerei questa forma di comunicazione così diversa da un set. Vorrei mettermi nuovamente alla prova».
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