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Carrie Leighton: «Dovremmo ringraziare i romance»

Carrie Leighton, autrice di "Better" ora in libreria con la conclusione dello spin-off della trilogia, parla di scrittura “a braccio”, personaggi unici e del rapporto speciale con i suoi lettori. Ma anche di perché certe storie possono fare molto più che intrattenerci

La scrittrice Carrie Leighton

Ci sono interviste che hanno il profumo di una chiacchierata di fine estate tra amiche: una confidenza e un cocktail, l’ultimo gossip e una fetta di torta. Così è con la famosa (e italianissima) scrittrice Carrie Leighton, che ha fatto sognare, piangere ed emozionare milioni di lettori e lettrici prima con la trilogia Better e poi con Unfair play. Perché, ancora prima di parlare del suo avvincente Unfair play. Ultimo tempo (Magazzini Salani, 18 euro), che conclude la storia di Leila Collins e Vincent Rise, ci raccontiamo le vacanze, tra Croazia e Danimarca, ridiamo (molto), ci lamentiamo del caldo che ci tormenta ancora un po’, malgrado l’autunno siaalle porte. Poi, la mia curiosità su questa autrice dal grande talento e dagli innumerevoli follower ha la meglio e svuoto il sacco con le mie infinite domande per lei.

Per cominciare, hai sempre avuto la passione per la scrittura?

«No, la scrittura non ha sempre fatto parte della mia vita, ma ricordo benissimo quando ho deciso di mettermi in gioco. Era il periodo del Covid ed eravamo tutti chiusi in casa, tra pane da impastare e varie attività domestiche. A un certo punto, ho trovato sul mio cellulare la app Wattpad (che avevo scaricato per curiosità) e, dando un’occhiata, mi sono detta: “Quasi quasi provo a scrivere anch’io”. Così, ho iniziato a pubblicare Better, la mia prima opera, capitolo dopo capitolo».

Che cosa rappresenta la scrittura per te nel tuo percorso personale?

«Grazie ai miei testi, sono riuscita volontariamente o involontariamente a trasmettere emozioni che prima non riuscivo a esprimere. La scrittura mi ha aiutata ad aprirmi, dal momento che di carattere sono chiusa e introversa».

Hai scelto di firmare con uno pseudonimo…

«Sì, non tanto per tutelare me stessa, perché a un certo punto mi è stato chiaro che avrei dovuto espormi nelle librerie e agli eventi, ma per proteggere la mia famiglia. Soprattutto online, dove a volte gli attacchi diventano particolarmente spiacevoli».

E così sei diventata Carrie Leighton…

«In quel periodo guardavo Sex and the City, una delle serie che ho adorato nell’adolescenza, e Carrie Bradshaw era sicuramente il personaggio che sentivo più vicino a me. In primo luogo perché era una scrittrice e poi per via delle sue tormentatissime e appassionanti vicende sentimentali, molto simili a quelle che racconto nei miei romanzi. Quanto al cognome Leighton, l’ho scelto solo perché suona bene accanto al nome Carrie».

Dicevi che a volte online si ricevono attacchi pesanti: è capitato qualcosa di sgradevole anche a te?

«Il mio primo libro è stato recensito da uno YouTuber la cui community si è scatenata contro di me. Questo episodio ha lasciato “crepe” dentro di me e in quel frangente mi sono allontanata un po’ dai social».

Con la tua community, invece, che rapporto hai?

«Bellissimo, per me è come una seconda famiglia: anche se spesso il legame è esclusivamente virtuale, lo sento come vicino e molto “reale”. Chi mi segue mi apprezza e rispetta. E, soprattutto, sa che ho un rapporto “alternato” con i social, a volte scrivo di più, altre di meno».

Nei tuoi romanzi affronti temi forti e importanti, come per esempio la violenza e la dipendenza affettiva.

«Credo sia la forza dei romance, che spesso introducono argomenti delicati che a volte i lettori (nella maggior parte giovani) non riescono ad affrontare in famiglia, magari perché hanno paura di fare preoccupare i genitori o perché, semplicemente, non sanno come parlarne. I romance, dunque, permettono ai ragazzi di avvicinarsi e affrontare queste tematiche senza “metterci la faccia”. Per questo, alcuni genitori mi hanno ringraziata».

Vero: i romance possono anche aiutare molto i lettori. Eppure, talvolta sono vittime di antipatici cliché che li raccontano come superficiali.

«Sì, ma si tratta solo di un equivoco. Mi spiego: una caratteristica dei romance è la semplicità, che si rivela una carta vincente. Voglio infatti sfatare un luogo comune: un libro impegnativo non è necessariamente migliore di un testo più immediato. C’è di più. A mio avviso, dovremmo essere grati ai romance, perché avvicinano i giovani alla lettura. Spesso sottovalutiamo questo aspetto, ma i ragazzi sono curiosi, hanno voglia di scoprire e di sapere. Io, per esempio, da adolescente non leggevo, ma ero appassionata di serie tivù, che mi facevano sentire capita. Come succede adesso con i romance, immagino».

Come nascono le tue storie?

«Nel caso di Better, di tanto in tanto mi venivano idee in testa ma, non avendo mai scritto, mi chiedevo: “Ma che me ne faccio di questi pensieri?”. Diciamo, però, che Vanessa e Thomas, i protagonisti, li sentivo dentro di me, perché condivido moltissimo con loro. Ancora adesso, quando scrivo vado a braccio, ma vorrei organizzarmi un po’ meglio. Il mio approccio alla scrittura è simile a quello che ho nella vita: se mi viene in mente una cosa, la dico. Sono un po’ disordinata e molto spontanea (non ho ancora capito se sia un talento o un limite)».   

Com’è nato il tuo bellissimo Unfair play. Ultimo tempo?

«Devo partire dalla fine di Better, quando mi dicevo che avrei dovuto scrivere il pov (punto di vista, ndr) del personaggio maschile della trilogia. Molti lettori, però, mi chiedevano uno spin-off: alla fine ho capito che due personaggi di Better avevano molto da raccontarmi e ho provato a unirli in un’unica storia. Si è trattato di un esperimento importante, che mi ha consentito di uscire dalla mia comfort-zone, perché in questo caso il protagonista è un bravo ragazzo (mentre prima avevo sempre scritto di ribelli) ed è la ragazza a essere la classica bad girl. Il contrario di Better, insomma».

Mentre scrivevi è andato tutto come prevedevi?

«No, soprattutto nel secondo volume sono successe cose che non avevo previsto. Diciamo che ho dovuto assecondare i personaggi, che certe volte sembrano avere vita propria e “obbligare” noi autori a fare determinate scelte di trama».

Come affronti la scrittura dei tuoi romanzi, c’è un momento che ti piace e ti godi in maniera particolare?

«Il mio momento preferito è quando inizio un romanzo. Poi, mentre scrivo, a volte ho dei blocchi. Anche la fine delle mie opere rappresenta un attimo cruciale, in cui provo emozioni forti, devastanti. Ma credo che sarà peggio quando terminerò il romanzo dedicato a Thomas, perché a quel punto sarà davvero la chiusura di un cerchio».

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