Era rimasta chiusa per anni, quella casa. Se ne stava abbandonata sulla collina, poco dopo la stradina piena di terra polverosa, in balìa del vento, del tempo e della dimenticanza, interamente ricoperta dai rovi e dai rampicanti.
La casetta gialla e i ricordi d’infanzia
Avevo poco più di dieci anni, quando ci andai l’ultima volta. Non c’erano rampicanti. Non c’erano rovi. Il giallo vivo della facciata era così luminoso che da sotto la collina, a guardarla, quella casa pareva il sole.
Era il regno di nonna Mina insieme al giardino sul retro pieno di margherite, un quadrato di terra dove Sam, una tartaruga di terra dall’età incalcolabile, zampettava libera e padrona di uno spazio che doveva sembrarle infinito, proprio come io credevo che fosse il tempo di quelle estati passate laggiù, piene di sole e di verde, di vento e di farfalle.
Una lunga tavola di legno rettangolare ci teneva tutti: papà, mamma, nonna, e le gemelle, zia Emma e zia Elsa, sorelle di mamma, che mai s’erano sposate e mai vidi sorridere.
Era nonna il collante di quelle estati insieme. Lei, l’unica capace di reggere la perenne ostilità di quelle due figlie uguali come due gocce d’acqua contro la sorella più piccola, mia madre, arrivata spaiata e da loro mai voluta. Non si sopportavano, quelle tre.
Papà sopravviveva isolandosi in giardino. E mentre mamma e le zie passavano le giornate a odiarsi e ad evitarsi, e mentre nonna fingeva che andasse tutto bene, io assorbivo come una spugna quei malumori, insieme a qualcosa che, l’avrei capito solo dopo molti anni, di quell’odio e di quel malumore era la radice, un segreto di cui nessuno aveva mai parlato, ma la cui eco rimbombava tra una stanza e l’altra della casa.
Mai più sulla collina
Nonna reggeva tutto. Sulle sue spalle c’era l’astio ingiustificato delle gemelle, c’era l’insofferenza di mia madre, c’era l’indifferenza di mio padre che mai s’era curato veramente di me. E c’ero io, che andavo protetta da tutto questo. Quando nonna se ne andò, tutti finimmo come inghiottiti da un buco nero. La casetta gialla sulla collina, passata a mia madre e alle sorelle, fu contesa e poi condannata all’indifferenza. Venne chiusa e abbandonata, insieme al giardino di margherite e al povero Sam.
Non tornai più sulla collina e quasi mi dimenticai della casetta gialla.
Passò il tempo. Passò nell’unico modo che conosce. Veloce. E fece la sola cosa che sa fare. Fece razzia.
Prima papà. Un malore improvviso se lo portò via in un attimo. Lo piansi, e tanto. Ma non per quello che mi aveva dato o lasciato. Piuttosto, per tutto quello che non mi aveva né dato né lasciato. Piansi i suoi silenzi. Piansi la sua noncuranza nei miei confronti. Poi, dopo qualche anno da papà e a distanza di un mese l’una dall’altra, le gemelle. Nessuno si stupì. Erano nate insieme, avevano vissuto quasi 70 anni in simbiosi. Nessuna delle due sarebbe riuscita a sopravvivere senza l’altra. Quando si ammalò mamma, capii che presto sarei rimasta sola.
La rivelazione
Era la fine di maggio. Le stringevo la mano mentre lei, stesa sul letto d’ospedale, delirava: «C’è qualcosa di molto importante che devi sapere, Dalila» mi disse tra un respiro affannato e l’altro. «Avrei dovuto farlo in passato, lo capisco solo ora. Ma non ne sono mai stata capace. E non lo sono nemmeno ora…».
Di che si tratta?
le chiesi, stringendole la mano tutta ossa.
«Il passato li custodisce bene, i segreti…».
Pensai che stesse delirando. Che stesse parlando di niente. Che fosse l’effetto dei farmaci. Invece, no. Sbagliavo. Ma lo avrei capito dopo.
«Un segreto chiuso in una scatola, là dove un tempo c’era la vita, una vita che ora non c’è più…». Furono le sue ultime parole. Un quarto d’ora dopo, mamma entrò in coma. Se ne andò quella sera stessa, liberata dalla morte.
Venne sepolta accanto a papà, nella cappella di famiglia. Per quanto asettico e atipico fosse stato quel loro matrimonio, decisi ugualmente di farli riposare insieme. Di fronte a loro, zia Emma e zia Elsa li osservavano dalle foto, con sorrisi sghembi e sguardi rancorosi.
Nonna Mina, poco più in alto, avrebbe tenuto ancora una volta tutti e tutto a bada.
Un lungo viaggio
Fu un anno dopo, in una notte insonne e senza sogni, che le frasi deliranti di mamma presero a poco a poco un senso e mi tolsero il fiato. Mi misi a sedere, dalla finestra arrivava leggerissimo un soffio di vento e sudata e agitata capii che mamma non stava vaneggiando, che aveva davvero qualcosa da dirmi.
Quel segreto di cui mamma non mi aveva mai resa partecipe stava in un posto che io, in un tempo lontanissimo, avevo amato: la casetta gialla sulla collina lo custodiva gelosamente. A me, il compito di riportarlo alla luce.
Percorsi i 240 chilometri che separano Milano dal paese nelle colline bolognesi a bordo della mia auto. Avevo compiuto da poco 40 anni, l’ennesimo agosto era al suo capolinea.
La casetta gialla era quasi irriconoscibile. Dalla morte di mamma, era passata a me. Più volte avevo pensato di venderla. Fino a quella notte insonne: quell’abitazione custodiva qualcosa che io dovevo (volevo) sapere.
Tra le ragnatele
La casetta era in uno stato di dimenticanza così triste da chiudere il cuore. Entrai. Tutti i mobili erano ricoperti da ampie lenzuola. Lunghe ragnatele pendevano dai soffitti e il pavimento, un tempo sempre tirato a lucido, era ora ostaggio della polvere.
Aprii le finestre, tolsi via le lenzuola e riportai alla luce cose che avevo scordato, oggetti che erano sopravvissuti a tutti, immobili ed eterni. Pulii tutte le stanze con un accanimento maniacale, strofinai, lucidai, spolverai. Solo quando tutto fu perfetto, solo dopo che le stanze e le cose e gli spazi tornarono alla vita, entrai in quella che era stata la camera di mia madre da ragazza. Lo feci accompagnata, quasi spinta, dalla flebile voce di mamma che parlava del segreto.
Aprii il suo armadio e venni investita da un pesante odore di muffa e naftalina. Era vuoto, se non per qualche vecchio abito infeltrito e ruvido ancora appeso alle grucce.
Una latta di biscotti
Sul fondo, però, c’era una scatola di latta, che un tempo aveva contenuto frollini al burro. Sulla confezione c’era ancora la data di scadenza, maggio 1974. Io sarei nata due anni dopo.
Aprii la scatola. C’era un bellissimo diario scritto con una grafia fitta e nervosa che avrei riconosciuto fra mille: quella di mia madre. Fu allora che le vidi: due fotografie. In una, mamma sorrideva all’obiettivo e, accanto a lei, un ragazzo le stringeva la mano. Non lo riconobbi. Entrambi erano seduti su un muretto di pietra, davano le spalle al mare della Riviera Romagnola, uno squarcio che conoscevo benissimo perché era la spiaggia in cui mamma mi aveva portata durante la nostra prima e unica vacanza insieme, quando avevo più o meno 16 anni.
Eppure, non fu questa foto a lasciarmi interdetta.
Fu l’altra.
Mamma poteva avere circa 15 anni ed era seduta sul prato di casa stretta tra le due sorelle, che l’abbracciavano con affetto. Sorridevano, tutte e tre. Mai, in tutti quegli anni, le avevo viste toccarsi, sfiorarsi o, ancor meno, abbracciarsi.
Girai la foto. “Luglio 1973” la data segnata con un pennarello nero. L’altra invece era datata 1975. Chi era quel giovane uomo stretto a mia madre? E, soprattutto, cos’era successo tra le sorelle, perché quei sorrisi e quegli abbracci venissero cancellati?
Il segreto viene a galla
Il mio sguardo cadde sul diario. Tutte le risposte, senza dubbio, le avrei trovate in quelle pagine. Ma non era ancora il momento.
Lo riposi nella scatola, poi mi alzai e uscii, alla ricerca di qualcuno che riuscisse a far tornare il giardino come un tempo. Per fortuna, il giardiniere dei vicini si offrì di passare il giorno dopo. Comprai qualcosa da mangiare e feci una doccia lunga e rilassante.
Il tardo pomeriggio del giorno successivo decisi di aprire di nuovo la scatola di latta. Qualcosa, fino a quel momento, mi aveva bloccata. Forse la paura. Forse il disagio. Forse un bisogno inconscio di lasciare tutto com’era. Alla fine, però, la aprii.
Presi in mano il diario e, mentre iniziai a sfogliarlo, uno strano presentimento mi attorcigliò lo stomaco. Quando il giardiniere mi chiamò per dirmi che aveva finito il suo lavoro, avevo già terminato di leggere. Una dopo l’altra, quelle pagine mi riportarono indietro, a un tempo a me inaccessibile, dal settembre del 1973 al marzo del 1976, una settimana dopo la mia nascita. Rivelandomi qualcosa che mai avrei potuto immaginare. Ora, sapevo. Ora, riuscivo a dare un senso a tutto.
Il ritorno di un fantasma
Con le gambe che tremavano, pallida e sconvolta, scesi le scale e raggiunsi il giardiniere.
«Accidenti, signorina» mi disse, appena sbucai in giardino.
Ha per caso visto un fantasma?
Sì. L’avevo visto. E ne avevo visto più di uno. Fantasmi chiusi in una latta di biscotti, messi a tacere.Sorrisi debolmente.
«Be’…» fece lui, un po’ confuso dal mio atteggiamento. «Ho qui una sorpresa per lei» si piegò e da un sacco prese qualcosa avvolto in uno straccio.
Allungò il braccio e quando sollevò lo stracciò capii che i fantasmi, a volte, possono davvero tornare a vivere.
La verità sul passato
La casa di Sebastiano era a un isolato di distanza da quella della nonna. Fu la vecchia proprietaria della bottega a indicarmela, a dirmi che il signor Sebastiano era tornato in paese dopo aver lavorato come professore universitario a Bologna. Fu sempre lei a dirmi quanto fosse stimato e conosciuto in paese. Insomma, fu una sconosciuta a dirmi dov’era il mio vero padre, ma furono le lettere a parlarmi per la prima volta di lui, il ragazzo nella foto, il primo fidanzato di zia Emma che, nonostante all’epoca frequentasse già quello che per anni ho creduto essere mio padre, mia mamma aveva sedotto e conquistato.
Ecco la causa dell’odio tra le zie e mia madre. La notizia della gravidanza sconvolse tutti. Zia Emma, zia Elsa, nonna, mamma, tutte avevano capito che quel bambino in arrivo era di Sebastiano.
Mia madre negò.
Emma non perdonò mai la sorella. Ed Elsa, che per la gemella avrebbe dato la vita, alimentò quell’odio cieco alzando muri su muri.
Nonna aveva insabbiato prove, rancori, dissapori, nascondendo sotto a mille tappeti tutta la polvere che nella sua casa si era accumulata. Nonna sapeva chi era mio padre. Eppure, preferì la menzogna alla verità pur di proteggere la sua famiglia. Mamma si sposò, Sebastiano lasciò il paese, Emma sprofondò nella depressione e la casetta gialla sulla collina smise di essere un luogo d’amore.
L’incontro con Sebastiano
Aspettai due settimane prima di trovare il coraggio di avvicinarmi.
Lo feci una domenica, quando finsi d’incrociare Sebastiano per caso mentre portava a passeggio il suo cane.
Ma che bel cucciolotto
dissi piegandomi ad accarezzare il cucciolo. Mi tremavano le mani. «Come si chiama?» chiesi poi, incontrando per la prima volta gli occhi di mio padre. Che avevano la mia stessa forma, il mio stesso colore.
«Maya». Continuai ad accarezzare il cane, nervosa. «Si è trasferita in paese da poco? Sa, qui ci conosciamo un po’ tutti e non mi sembra di averla mai vista, anche se il suo viso mi è familiare».
Fu come se mi avesse colpita in piena faccia.
«Sì. Vivo nella casetta gialla che un tempo era di mia nonna. Sono la figlia di Elena».
Lo vidi deglutire.
«Capisco» disse in fretta. «Ora, mi perdoni, ma devo tornare a casa. Piacere di averla conosciuta…».
«Dalila, mi chiamo Dalila».
«Dalila. Benvenuta in paese».
Non mi bastò quello scambio di parole. Sebastiano divenne come un’ossessione. Ne studiai i movimenti, iniziai a spiarlo con discrezione. E quando lo vidi in giardino con la moglie, una bellissima donna elegante e distinta, insieme ai due figli e ai nipotini, capii che non c’era (non poteva esserci) posto per me nella sua vita. Né per lui nella mia.
Avrei potuto raccontargli tutto. Avrei potuto fare il test del Dna. Avrei potuto chiedergli il riconoscimento.
Non ho fatto nulla di tutto questo.Ero una donna adulta, cresciuta in mezzo a legami fragili, a equilibri instabili, a silenzi e segreti pesanti come macigni. Ne avevo abbastanza.
Decisi, quindi, di tacere.
La fine dei segreti
Sono passati dieci anni da allora. La casetta gialla sulla collina è mia, mi sono trasferita lì qualche mese dopo quegli eventi e non me ne sono più andata. Sebastiano ho continuato a incontrarlo nelle sue passeggiate con Maya.
La nostra è stata un’amicizia discreta, da buon vicinato. Eppure, ogni volta che i nostri occhi s’incontravano, sentivo come una vibrazione, come se avessi la certezza che Sebastiano in fondo al cuore sapesse chi ero veramente. Andai al suo funerale, una mattina di ottobre, con la pioggia che cadeva giù fitta e fredda.
“Nulla ci rende così soli come i nostri segreti” ho letto qualche giorno fa da qualche parte.
Eppure, so di aver fatto la cosa giusta.Lo penso anche adesso, alla soglia dei 50 anni, mentre poto le margherite di nonna Mina e mentre Sam arriva zampettando.
L’ha ritrovato il giardiniere in quel pomeriggio, mentre io, al piano di sopra, seduta sul letto, scoprivo la verità. Sam è il fantasma che è tornato in vita.
Per anni ha custodito i segreti della casetta gialla sulla collina. Ne ha sentito i bisbigli, i rancori, le colpe. Oggi Sam vive con me. Probabilmente mi sopravvivrà, chi può dirlo? È la nostra casa, questa. Ci sono i nostri ricordi, qui dentro. Alcuni fantasmi sono ancora chiusi nel fondo degli armadi. Ma il peso dei loro segreti non ci schiaccia più.
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