Quando il treno rallentò in prossimità della stazione, la riconobbi subito. Indossava il vestito leggero e rosso, Aurora, come aveva promesso al telefono, i capelli legati bassi e una borsa di paglia. Le borse così le avevo viste solo nelle serie tivù americane.
Il tempo passato e l’arrivo alla stazione
Anche lei mi cercava, facendo scorrere lo sguardo sui vetri luridi. Io ero stato evasivo sui vestiti: ho sempre avuto questa caratteristica del non dire, in generale. In più non avevo idea di cosa poter indossare. Avevo conquistato uno stile ordinario, un mio senso della pulizia, indossavo sempre le stesse cose per giorni finché mi parevano buone, non consunte.
Da quando ci eravamo rimessi in contatto avevamo parlato per molte notti di seguito ma, in fin dei conti, era un’emerita sconosciuta.
Che ne sapevo di lei? E lei di me? Mi premeva sui nervi e sul fiato che m’avesse trovato dopo tutti questi anni. Adesso che il cuore s’era dato pace. Perché poi.
Hai fatto buon viaggio?
chiese ancora prima di dirmi ciao.
Le dissi di no a voce bassa. Avrei preferito non toccarla, neanche per sbaglio, perché ero sudato fin nelle ossa, avevo sudato anche il plasma forse, e durante il viaggio avevo maturato uno strano malumore verso di lei.
No, il viaggio era stato pessimo. Albergava costantemente dentro di me la voce narrante della mia esistenza che risuonava tipo che cavolo stai facendo, dove stai andando, questa polo grigia è abbastanza fresca, hai messo su anche quell’orribile pancia da birra e carboidrato.
Avrei voluto fumare e poi masticare una delle mie compresse per il bruciore di stomaco.
«Non sei cambiato molto, sai?».
Puttanate. Avevo controllato per ore la mia faccia riflessa nel vetro del treno, per cui avevo la sensazione e la prova che quella frase fosse una presa in giro. Eppure, nonostante i pensieri si trasformassero agilmente in parole nella testa, queste là restavano.
La mia bocca era serrata.
Temevo anche di avere l’alito pesante da reflusso gastroesofageo. La mia gastroenterologa dice che è solo stress. Ormai quando non sanno cosa dirti, dicono che è stress. Devo ricordarmi di cambiare specialista.
«A casa c’è mia zia Carla, vorrebbe rivederti. Si ricorda perfettamente di te, e tieni presente che ora si ricorda davvero solo di una manciata di persone».
E… come sta?
mi sforzai di chiedere.
«Va un po’ a giornate» rispose seria, guardandosi intorno, quasi cercasse la maniera di affrontare tutti i discorsi.
A essere onesto io di sua zia Carla mi ricordavo bene soltanto due cose: le sue tette enormi e di quella volta in cui ci beccò a limonare sotto il gelso, vicino a quella casa al mare abitata solo nel mese di luglio e poi, per tutto il resto dell’anno, sempre sfitta, sempre vuota, sempre chiusa.
Quella volta ci sbattemmo contro il portone d’ingresso. Avrei voluto fare l’amore lì, in piedi, con la luce piena e calda del pomeriggio, fottendomene dei passanti.
Per fortuna tu no, e avevi ragione.
Un’estate poi, non mi ricordo se prima o dopo questa cosa del portone, tua zia Carla preparò anche quel sorbetto che a dire il vero sapeva solo di ghiaccio e zucchero. Il sorbetto e le tue labbra. E le tue mani, le stesse che ora stringono assurde borsette di paglia e che anni fa invece non sapevano dove andare, non avevano direzione eppure ogni strada sembrava essere quella giusta. Ma io che mi ricordo tutte queste cose non voglio proprio fartelo sapere.
Carla era amica di mia madre, un po’. Dico un po’ perché nessuna era davvero amica di mia madre. Era una mezza stronza. Di mia madre, contrariamente ai pareri di famiglia, avevo sempre pensato che fosse un’artista. Anche quando passarono gli anni senza che la cosa mi venisse sotto gli occhi. Anche quando alla fine andò a lavorare alla fabbrica dei polli. Era sempre nervosa e severa. Si ammorbidiva soltanto bevendo.
E poi d’estate sì, in quell’assurdo accrocchio di case vecchie e giganti, a Bussana Vecchia, in cui reiteravamo quel primordiale concetto di serenità.
Da ragazza aveva fatto un corso di pittura per corrispondenza che era costato quanto un corredo e alla fine le era arrivato per posta un diploma che sembrava promettere parecchio, tanti erano i ghirigori, gli svolazzi e gli arabeschi con cui le avevano incorniciato nome e cognome.
Dormiva poco, come me.
Questa cosa del dormire poco ce l’ho da quel litigio.
Mia madre minacciò mio padre di sgozzarlo come un pollo, tenendo il coltello tra le mani, e mio padre sparì. Senza morire. Credo.
Avevo cinque anni e per almeno altri due ho creduto davvero che si fosse trasformato in un pollo. Ho smesso di mangiare polli e brodi e derivati.
Credo che mia madre non si fosse mai rassegnata al lavoro in fabbrica, anche se alla fine era riuscita a cavarsela. A sventrare, strappare le piume, disossare all’occorrenza o appendere i volatili per l’unico buco che gli si trovasse in tutto il corpo, scoprendolo di eccezionale elasticità.
Dopo i primi minuti di silenzio mi era venuta voglia di toccarla. Aurora, intendo.Non mi ricordavo più tanto bene cosa le piacesse, ma pensai che sfiorarle la spalla potesse essere un buon inizio.
Lasciai scivolare a terra il bagaglio, che appunto aveva le ruote e non aveva senso che lo tenessi su, e le sfiorai un braccio. Lei impallidì, mi parve.
Hai sentito di Giovanni?
disse di botto.
Io non sapevo niente. Di nessuno. Feci no con la testa.
«È morto» disse frettolosa, lapidaria.
La notizia non mi toccò neppure un po’. Giovanni, del resto, per anni aveva detto a tutti che era certo che mio padre si fosse risposato ad Arma di Taggia con una ragazza giovane di origine senegalese e come dargli torto, mia madre era pazza e violenta.Ora questa cosa magari poteva pure essere vera, ma comunque non erano affari suoi. Quindi ciao Giovanni.
La mia mano restò penzolante tra il suo avambraccio e il suo gomito, facevo uno strano su e giù, con il consenso del suo corpo.
Eravamo quasi giunti a casa di lei, aveva insistito per ospitarmi quella notte.
«Io dormo nella stanza e tu sul divano, o viceversa, come vuoi».
«A me il divano va benissimo».
«Il divano non è nuovo, ma è comodo, esclusa la parte centrale in cui si sente un po’ il legno sotto».
«Troverò un modo».
Io dormivo pure seduto, non ho mai avuto né il senso del bello né del lusso. Mi possedevano solo l’abitudine e la necessità.
Sulla strada di casa l’occhio mi cadde su un ulivo enorme e, passando lì sotto, affinai per la prima volta, quel giorno, la vista su di lei.
Aveva ancora i capelli rossi ed erano legati bene, stretti da una quantità di mollette color ferro, e gli occhi erano identici a sempre, neri come l’anima d’un comignolo. Vivi e neri. Si poggiavano veloci sulle cose. Credo anche furtivi su di me, di tanto in tanto. Le lentiggini mi sembravano di meno, ora. Per anni le avevo memorizzate come fossero crusca d’avena galleggiante in una tazza di latte.
All’inizio, quando la conobbi, stavo in soggezione persino a mangiarmi un panino sotto i suoi occhi, ma poi le mie lune erano cambiate e avevo cominciato a cercarla ogni ora, perché il tempo senza vederla mi pareva buttato, perché con lei il mio carattere stava sempre dal lato giusto.
La mischia d’amaro e cattivo cominciò a risalirmi appena varcata la porta di casa sua.
I ricordi di zia Carla e il peso del passato
Carla era lì e profumava di talco mentolato. La prima foto sulla credenza ritraeva Aurora bambina, poi qualche lavoretto, un vecchio svuotatasche di Madrid e poi una foto con Dario. Lui era scarso di capelli da sempre. Persino il matrimonio non lo aveva abbellito. Eppure Aurora se n’era innamorata, in una domenica che era ancora di vacanza, ma in cui lei decise di ripartire. In anticipo. Lui era più grande, avrebbe ripreso i corsi all’università. E lei voleva andare con lui. L’aveva conquistata con una pizza sulla spiaggia, una toccata di culo e un libro di poesie di Nazim Hikmet. Il tutto sotto i miei occhi.
Carla sfiorava i gerani che erano sul tavolo. Erano anni che non la vedevo e, quando spiegai chi fossi, le notai salire il colore in faccia. Ringiovanì. Mi squadrò dalla testa ai piedi per un paio di volte, mi fece segno di chinarmi, mi toccò il petto e disse solo: «Sei ancora forte». Sorrisi con solo un lato del labbro.
Bottiglie vuote e cruciverba
«E quella malcreata di tua madre?» chiese.
Sono stato in silenzio, ascoltandolo quel vuoto in modo inutile e spinoso per qualche minuto, prima di elaborare la risposta.
«Non mi riconosce più, non riconosce più nessuno. Non parla più e neppure si muove. È in una Rsa da 18 mesi. Non vado neppure a trovarla, tanto non sa chi sono. Vado solo per portarle qualche cambio e pagare la retta».
«Era la più brava nelle parole crociate».
Di tutte quelle estati, Carla si ricordava questo di mia madre. Di tutte quelle urla, quelle bottiglie vuote, quelle cene improvvisate perché nessuno ci aveva pensato per tempo, di tutte le bruschette bagnate sotto l’acqua corrente e condite con due pomodori e un cucchiaio di olio, si ricordava la settimana enigmistica.
E dove?
domandò. «Dove?».
«A Torino, ma non in città, un po’ fuori. Si vede il verde. Ma tanto lei non si muove».
Il giorno prima di partire era entrata da lei la parrucchiera che fa servizio nelle case di riposo. Occorre prenotarla per tempo e segnarsi su un foglio di carta affisso all’ingresso. Era riuscita a farsi tagliarsi i capelli.
Carla mi chiese ancora se avessi una sua foto, ma io ho un vecchio Nokia che riceve solo chiamate e messaggi, non fa foto, non m’interessa fare foto. Va bene così. Le foto rubano le anime e con i cellulari si fanno foto orrende. Se devo rubare l’anima, che siano almeno foto degne.
Ecco, io credevo che forse tutte quelle domande non avessero senso, che quello spezzatino della mia vita ingoiato in quel modo perdesse gusto. Ma orami ero lì.
Aurora preparò il caffè. Si ricordava che lo prendevo amaro e macchiato freddo. Chiese conferma mentre già si accingeva a versare il latte in una brocca piccola. Riprese in mano la borsa di paglia, la portò con sé nella stanza a fianco, la poggiò sul tavolino e mi mostrò il divano.
Durante il tragitto aveva provato più volte a levarmi di mano la valigia, per ospitalità e per quella sua smania di essere sempre d’aiuto. O per quel senso di colpa del passato.
E Dario?
Giuro che mi è scappato dalla bocca senza riflettere, come un impeto, un movimento involontario. Che se avessi potuto rimangiarmi quelle due parole l’avrei fatto. Non avrei davvero voluto chiederglielo. Mi ero trattenuto dal farlo nella chat su Facebook sia nelle successive telefonate. Lei non aveva affrontato l’argomento, io mi ero comportato come il mio animale guida, l’opossum: dinnanzi al pericolo, fingiti morto. Facevo così da sempre, da quando avevo cinque anni almeno.
«Il matrimonio è durato tre anni. Poi ognuno ha preso la sua strada. Io sono rimasta qui con zia Carla, lui è andato a Milano, portandosi anche tutti i libri e svuotando il conto comune».
«Hai fatto proprio un affare, tu».
I suoi occhi neri e piccoli diventarono enormi e pieni di lacrime. Deglutì in fretta e, digrignando i denti, disse un «non mi pare che nessuno mi abbia trattenuta, mai» che mi si ficcò nella gabbia toracica, creando un vero dolore intercostale.
Ritrovare Aurora: il coraggio di ricominciare
Pensavo che non avrei chiuso occhio durante la nottata, che a ogni mezzo rumore sarei diventato più vispo d’un ragazzino. Bevvi tutta l’acqua possibile. Le mie fauci erano secche come se non bevessi da anni. Pisciai tutta la notte. Forse in una delle ultime volte la porta del bagno fece un rumore più sordo.
«Mi hai fatto paura» disse col tono del rimprovero Aurora, che mi raggiunse in corridoio. Aveva i capelli sciolti, le occhiaie, forse anche lei aveva dormito poco come me. Andammo in cucina zitti e a piedi scalzi. Carla dormiva ancora. Il pensiero volò a mia madre. «Tua madre è una donna buona ma infelice, come tutte le persone sfortunate». Era la prima volta che qualcuno la dipingeva così. Ma Aurora aveva sempre un suo modo di poggiare gli occhi sulle cose. «È stata una campionessa di boxe con la vita» chiarì, «avrebbe voluto dipingere e invece ha squartato polli. Non è facile vivere così. Non è semplice restare chi sei quando niente della te adulta somiglia ai sogni della te bambina».
La pregai di star zitta perché sentivo uno strano e odioso tremore alle gambe.
Parli di lei o parli di te?
si intromise la mia voce.
«Parlo di lei, di me e anche di te. E pure di Carla» concluse.
«La gente muore di continuo e vivere senza vivere è come morire da un’altra parte, in un angolo del cervello e del corpo. È allora che inizi a scordare le cose e le persone, a non parlare più, a non muoverti. Sei viva ma sei morta insieme» diceva con le labbra sempre più vicine alle mie ossa.
La gente che non muore, ma che non vive, muore in qualche altro angolo di sé. Spostai le tovagliette della colazione, la marmellata, le fette biscottate. Presi Aurora in braccio e la poggiai lì sopra. E con lei c’erano il sorbetto allo zucchero, il portone, il tempo passato.
«Non ce la faccio» le ho detto coi polmoni che bruciavano a furia di trattenere il fiato.
«E se invece, questa volta, ce la facessi?».
Ho stretto forte i pugni nelle tasche mentre ricominciavo a respirare.
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