In controluce sul lungomare vedo la sua figura di spalle, con i lunghi capelli mossi dal vento. Un abbaglio.
Non può essere.
Sono passati dieci, forse 15 anni. E io che mi ero convinto di averla dimenticata.
L’incontro sul lungomare e il ricordo di Verona
Ester, unico amore della mia vita, finito tra le pieghe del destino per un silenzio di troppo, un bacio rimasto in sospeso, senza motivo, nella nebbia della pianura. L’ho accompagnata alla stazione quel pomeriggio, l’ho salutata con la mano, ho inghiottito un “ti amo” che non è mai più uscito dalla mia bocca.
Ester era una ragazza speciale, lo dicevano tutti, ma solo io sapevo in che modo. Una particolarità che partiva dagli occhi celesti e si estendeva nei gesti, rendendola distratta e gioiosa in un mondo tutto suo. Inafferrabile, eppure mia. Impossibile capirla, e io non cercavo di farlo. Le stavo accanto, sostenendo le sue fragilità e imparando da lei più di quanto imparasse da me. Perché Ester aveva due lauree, a 27 anni era già stata in tutti i continenti e aveva ricevuto il titolo di cavaliere della Repubblica per aver salvato una famiglia imprigionata tra le fiamme di un incendio.
Se si perdeva in grigie malinconie, nelle profondità degli oceani, io andavo a cercarla e la riportavo fuori. Non asciugava i capelli, l’avrebbe fatto il sole. Mi ringraziava con i biscotti alle mandorle, i miei preferiti. Dall’altro lato della strada la vedo farsi la coda con disinvoltura, allargare le braccia verso il mare come faceva allora: è lei.
Correrei ad abbracciarla. Invece mi avvicino piano, trattenendo il respiro. Lei si volta, bellissima.
«Ester…» riesco a sussurrare.
Gli occhi sono gli stessi, chiari con riflessi viola, magnetici.
Poi il mio sguardo scivola più in basso. Ha il pancione. Un’onda gigante mi travolge.
Il mare ruggisce, annegherò.
Andrea!
Essere chiamato dalla sua voce mi fa riemergere, ma solo per un istante. In realtà sto affondando.
Ester ha una nuova vita. Se io avevo spento la musica, lei aveva continuato a ballare.
«Sei qui» le dico con un filo di voce. «Sei stupenda» vorrei dirle.
Allunga una mano, stringe forte la mia, come faceva un tempo. Una scossa mi attraversa il corpo e sale fino al cuore.
Non ho provato altro che somigli così all’amore.
Il suo sguardo, però, all’improvviso si fa triste.
«Perché non sei salito sul treno quel giorno?» mi chiede all’improvviso, appoggiando una mano sul pancione.
Faccio un passo indietro, mi gira la testa, ho la nausea. Due gabbiani tagliano il cielo sopra di noi.
Lei stava tornando a Roma dopo una settimana a Verona da me. L’avevo accompagnata alla stazione, convinto che una pausa nella nostra relazione a distanza ci avrebbe fatto bene. Mi ero appena laureato, vivevo con i miei, nessun lavoro e nessun coraggio. Non avevo mai pensato concretamente di trasferirmi nella capitale e lei non avrebbe potuto venire a Verona. L’amara impossibilità di stare insieme aveva messo fine alla nostra storia. Le porte del treno si erano chiuse con un rumore secco, definitivo. L’avevo visto sparire nella galleria, sentendo addosso lo stridore della fine.
«Ho avuto paura di non essere all’altezza di una vita insieme. Non credevo che le cose sarebbero cambiate e che non avremmo più potuto tornare indietro». Scuoto la testa. «Non avrei dovuto lasciarti partire da sola…».
La confessione di Ester e l’ombra del passato
«Aspetto un bambino» mi dice, come solo lei sa fare, senza filtri né protezione.
«Vedo…
Sei bellissima con il pancione
Sei contenta di diventare mamma?».
Le parole mi escono veloci e vorrei riprenderle al volo. Troppo tardi.
Lei abbassa lo sguardo con timidezza e si accarezza la pancia. Onde grosse portano goccioline salate fino a noi. In quel gesto c’è una risposta che ancora non conosco.
Rimane in silenzio, poi mi guarda negli occhi.
Il vento le muove i capelli.
Fa un lungo sospiro: «Non lo so ancora» mormora. «Ma credo di sì».
«Sarete una famiglia» dico più a me stesso che a lei.
Ester accenna un dolce sorriso. Sul suo viso si forma un’espressione strana, la maternità rende le donne incredibili. Sento una fitta allo stomaco al pensiero che avrei potuto essere io il suo compagno.
Il mare si gonfia, un’onda sbatte contro gli scogli e ci bagna all’improvviso. Ridiamo ritrovandoci con i vestiti fradici. Una fresca sensazione ci avvolge in un attimo.
Sono tornata perché…
S’interrompe e guarda l’orizzonte. «… quel treno per me non è mai partito».
Mi manca l’aria, eppure soffia un bel venticello sul lungomare.
«Ester, io…».
Non voglio rovinare tutto, di nuovo. Lei fa un passo verso di me.
«Non ti chiedo spiegazioni né scuse».
Il pancione, come un promemoria crudele, mi ricorda che la sua vita è andata avanti, mentre la mia è rimasta impigliata nei ricordi.
Ci siamo amati?
mi domanda attorcigliando la collanina.
Resto sospeso nel vuoto.
«Sì, tanto» la rassicuro.
Si scioglie la tensione, lei si avvicina e appoggia la sua testa sul mio petto. Sarebbe un momento perfetto, se non ci fosse un bimbo in mezzo a noi.
Sento i suoi respiri profondi, chiudo gli occhi.
«Non ricordo tutto» mi confessa, «ma ricordo che con te stavo bene» mi dice, quasi vergognandosi.
Vorrei dirle che io sono rimasto fermo in quella stazione, ma non posso. Non adesso.
Un racconto d’amore e ritorni: la scelta di restare
Lei si stacca appena per guardarmi.
Ho paura, senza di te
Mi fa sobbalzare.
«Hai un altro uomo al tuo fianco, di cosa hai timore?» chiedo, cercando di essere razionale.
«Questo bimbo, in realtà, non avrà un papà. Enea ha un’altra famiglia, noi siamo il suo sbaglio».
Le sue parole sono così amare.
«Come?». Non capisco. Anzi capisco, ma non posso crederci. Mi si stringe lo stomaco.
Enea, che nome è? Chi cavolo è? Sorseggio un mix di rabbia, senso di colpa e confusione.Vorrei prenderle la mano.
«Non immaginavo che potesse succedere. Non con lui, in quel momento» dice Ester, che si è fatta seria, come se avesse recuperato un briciolo di lucidità. «Quando gliel’ho detto, ha fatto un passo indietro, letteralmente. Come se fosse scoppiata una bomba ai suoi piedi».
La sua confessione mi ferisce.
Odio quel nome senza volto, quell’uomo senza palle. O forse odio più me stesso, per non aver saputo tenere quello che avevo, la persona più importante per me, la mia piccola Ester.
Il mare davanti a noi sembra inghiottire tutto, il nostro passato e le scelte sbagliate.
Sento bruciare la gola.
La guardo e capisco che non è solo la storia con Enea a farle male.
Sono gli anni in cui abbiamo vissuto distanti, convinti di aver chiuso per sempre la nostra storia.
«Non sei tu lo sbaglio». Mi sorprendo per la fermezza con cui lo dico. «Non siete voi» mi correggo, guardando più in basso.
Ester segue il mio sguardo, poi torna su di me.
Per un istante ho l’impressione che voglia dire qualcosa, ma resta in silenzio, come se una parola sbagliata potesse far crollare tutto. Poi con un filo di voce mi dice: «Non volevo che andasse così». Le scendono le lacrime. D’istinto l’abbraccio, sentendo tutto l’amore del mondo. Alza lo sguardo e abbasso il mio, siamo vicinissimi. «Non volevo tornare da te con un peso che non ti appartiene».
«E invece?» le chiedo senza esitare.
E invece sei l’unico posto dove mi sento al sicuro
Quello che mi ha appena detto mi travolge come un’onda che non ho visto arrivare.
L’abbraccio con tenerezza, senza dire più nulla. Rimaniamo così, cuore a cuore, mentre il mare si placa, come se ci stesse ascoltando davvero.
Riconosco il ritmo dei suoi battiti e torno là dove l’avevo lasciata. Le accarezzo una guancia. Ester chiude gli occhi e la tensione si scioglie, la sento di nuovo mia. Ci saranno ferite da curare, una vita da ricostruire, un puzzle da rimettere insieme, pezzo dopo pezzo.
Ma siamo qui, io e lei, finalmente nello stesso respiro. Senza treni che partono, senza scuse dietro cui nascondersi. L’aria di mare mi riempie i polmoni. Questo inaspettato inizio mi spaventa, ma in fondo è stato proprio il bimbo che ha in grembo a riportarla da me. Sembra assurdo ma, per la prima volta, dopo anni, non ho paura di restarle accanto. Mentre la stringo a me, sento che in realtà non l’ho mai lasciata andare.
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