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Paolo e Francesco si conoscono, si vivono e si amano fino a quando è possibile. La storia di un grande amore di gioventù, purissimo, brillante, tragico. Un assaggio di un romanzo intenso, destinato a diventare un bestseller

due ragazzi su tavole da surf in mezzo al mare
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Puntata 1

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L’estate ci era strisciata addosso segnando la pelle, schiarendo i capelli, definendo geografie fisiche di un vivere lento, l’attesa dell’ultimo raggio di ogni tramonto, il primo di ogni alba.

Franci mi dormiva accanto mentre si manifestava guardinga, disegnando in sordina il profilo del mondo, con la grana grossolana dei film in pellicola e la lentezza dei montaggi dei film in bianco e nero. Uno alla volta venivano svelati nuovi dettagli, srotolando un panorama senza necessità di colpi di scena, senza quella paura dannatamente moderna di annoiare il pubblico.

La soglia dell’attenzione ormai ridotta a pochi secondi, i pensieri che scivolano dalle mani come acqua, lasciandoci l’umido e ancora la sete.

Ci aggrappiamo sfiniti al secondo che fugge. Tutto veloce, troppo veloce.

Tutto diverso, quel giorno, invece.

Quel giorno ci prendemmo il tempo di vivere a fondo, di ripeterci le frasi più volte, il lusso di non capire al primo accenno, di posare lo sguardo sui particolari. Il tempo della distrazione dall’obiettivo finale. L’assenza di progetto.

Uno guardava l’alba, l’altro dormiva.

E io prendevo nota: lo slancio costante di un’estate scardinata, l’inseguire sconsiderato l’evoluzione di un desiderio, la danza a piedi nudi sulla sabbia di un falò di Ferragosto, lo spremere focoso di agrumi nella pressa a manovella, gli scogli, il sale da leccarsi via.

Liberi da un programma, una meta o una coreografia.

Annotavo tutto, conservando ogni dettaglio.

Vidi il suo occhio, solo uno, il destro, affacciarsi al nuovo giorno. Il lento ritorno allo stato di coscienza, dopo il sicuro abbandono di un sonno a due.

«Dove andiamo questa volta?» fu il suo buongiorno.

«Chi lo sa?» fu la risposta.

«E chi lo vuole sapere?» fu la chiusa di quel risveglio.

Il programma era non avere programmi

Il programma era racchiuso nel sintetico postulato di non avere programmi. Fu l’estate di quello che capitava.

Tutto il nostro programma era racchiuso nel sintetico postulato di non avere programmi.

Fu l’estate di quello che capitava, perché noi per primi ci eravamo capitati. Senza programmi e senza progetti.

Decidemmo di accogliere l’incertezza, di stupirci dell’imprevisto, di abolire il calcolo, di viversi così, come capitava.

Capitarsi a volte è un progetto di vita.

E così l’estate fu un lungo capitarsi: dapprima finimmo in un bed and breakfast senza nome, incastrato tra gli strappi verdi di una collina complice. Prenotammo lì, senza pensarci, due notti forse tre, dipende dalla disponibilità. La colazione si componeva di installazioni di fichi e marmellate su fette di pane grosso, casereccio. Sotto fronde tremolanti, un caffè bollente disperdeva aroma fumante su una vista senza ostacoli.

Qui cominciammo a rallentare.

La connessione scarsa ostacolò anche la telefonata di Maiki, ma non il messaggio inaspettato dell’amico. Senza troppi giri di parole, con la sua proverbiale avversione al ricamo, ci informò di un dammuso a Pantelleria che la zia del suo compagno aveva reso disponibile. Maiki e Gabriele sarebbero dunque partiti nel pomeriggio e ci informavano che le stanze da letto erano due.

«Come la vedi?» chiesi fingendo indifferenza mentre Franci già controllava la disponibilità dei voli.

Capitammo su un volo, il primo disponibile, fortunatamente non troppo caro ma a comprensibili orari improbabili. La mia rinomata avversione per le levatacce non fu un ostacolo insormontabile. Me lo feci andare bene.

Pantelleria

Bagaglio a mano, ovviamente, di quelli intelligenti e leggeri, con poco di tutto, ma tutto quello che serve. Cosa vuoi che serva? Serve poco, lo sai?

L’esigenza vacanziera annotava lino e ciabatte, qualche maglietta, pareo, un costume da bagno, un paio di Superga, quel girocollo di cotone per quelle sere, rare ma presenti, di venticello estivo.

Gli Arrivi all’aeroporto di Pantelleria sono una piccola stanza blu, che se guardi fuori si confonde col mare. Affittammo una Méhari, verde pisello, dal motore capriccioso e comodamente sprovvista di sportelli. «Ci toccherà spingerla uno di questi giorni, lo sai?».

Fu profetico.

Guidai senza fatica seguendo i cartelli, come succedeva da ragazzi, con la cartina riposta nel cruscotto, supporto morale.

Guidai senza fatica seguendo i cartelli, come succedeva da ragazzi, con la cartina riposta nel cruscotto, supporto morale, che non si sa mai. Nel breve tragitto i nostri occhi lessero l’isola, la lingua salata delle onde che ne avevano disegnato le forme, il vento costante scultore di arbusti, imponendo le altezze, le curve. Rocce affilate come parole non dette e vortici di bolle sulfuree.

«È un’isola feroce» dissi e in questo Franci si riconobbe.

Ci sistemammo nella camera al piano di sopra. La porta era una tenda sdrucita che danzava al vento con insolita allegria, mi parlò di un’antica malinconia che non seppi decifrare.

La dispensa, il tetto, il tramonto

Andai a fare la spesa con Maiki, quella delle vacanze ha il connotato dell’emergenza. La sensazione di dover fare provviste perché non è detto che si debba tornare a casa. Magari si rimane qui per sempre. Si compra di tutto e quasi sempre di troppo.

Riempimmo la dispensa mentre Franci e Gabriele ci aspettavano sul tetto a cupola, con un calice di bianco ghiacciato.

Riempimmo la dispensa mentre Franci e Gabriele ci aspettavano sul tetto a cupola, con un calice di bianco ghiacciato che non ho mai capito dove avessero rimediato, dei capperi grossi come noci acquistati da una vecchina lungo la strada e un formaggio poco stagionato a cui avevano scoperchiato la sommità. Il coltello scavava ricavando scaglie morbide e salate.

Aspettammo il tramonto lì, sedendo su stuoie di paglia colorate di rosso.

Il tramonto è sempre stato parte integrante della mia religione, un rituale preciso al quale era impossibile sottrarsi. Soffrivo nel pensare a quanti ne avevo persi nella mia vita. A quante volte mentre stavo in città chiuso fra grattacieli, da qualche parte nel mondo era capitato quel miracolo e io me l’ero perso.

L’ultimo raggio e il desiderio

Il silenzio contemplativo combatteva con una cassa portatile e qualche canzone struggente. La versione di Anema e core cantata da Ornella Vanoni e Toquinho era la mia preferita, di conseguenza la più suonata. Era d’obbligo avere un desiderio pronto da esprimere. E per desiderare qualcosa devi essere a conoscenza di quello che vuoi, nella maggior parte dei casi c’è grande confusione su questo tema. Sorseggiando quel bianco rigorosamente fermo, di provenienza incerta, aspettavo quell’attimo di sospensione fra giorno e sera, attendevo in apnea l’ultimo raggio, quello importante, quello che avrebbe reso reale il desiderio.

Ci credevo tantissimo. Ci credo anche oggi.

A Pantelleria imparammo a lasciarci accadere, fluendo armoniosamente nelle nostre giornate. Fu in quel ristorante di piatti tramandati di cui a malincuore non ricordo il nome che Maiki ci scattò la foto sfocata.

Maiki ci scattò la foto sfocata. La nostra foto. Sei tu che ti appoggi alla mia spalla, con la maglietta a righe e la riga nei capelli.

La nostra foto. Sei tu che ti appoggi alla mia spalla, con la maglietta a righe e la riga nei capelli, quelle labbra grosse e l’occhio furbo.

Gabri e Maiki proseguirono il loro ritiro pantesco, noi decidemmo di perderci per Palermo fra i marmi di un tempo decaduto, che proprio nella decadenza esplode la sua eleganza millenaria, il retrogusto agrodolce di un impero che fu, abbandonato al tempo, al fascino del cadere riassemblato dal vento, dal suo popolo, dai suoi aggiustamenti in corso d’opera.

Palermo

Anch’io come Palermo mi sentii vecchissimo e appena nato. Le sue contraddizioni disegnavano il mio sentire, un groviglio di storie concatenate perfettamente armoniche, di popoli lontani mischiati nel sangue, di stridenti controsensi.

Arancini e spremute d’arancia. Una birra al tramonto. Tutto era rovente.

Ti guardai passeggiare, ti guardai voltarti. Mi guardasti ed ebbi la percezione singolare di essere guardato e poi visto. Franci mi vedeva. Forse era quello che stavo cercando?

Volevo semplicemente essere visto?

Di Palermo ricordo la colazione in un piccolo B&B. La facemmo in stanza, con un vassoio che prevedeva la sintesi di tutta la tradizione siciliana, sul terrazzo affacciato sui Quattro Canti. La gente passeggiava fornendo lo spettacolo della vita.

Estasiati ci immaginavamo quelle degli altri, tirando a indovinare connessioni, parentele, tradimenti, riconciliazioni, discussioni e amori segreti. Inserii nel mosaico di momenti altissimi questo attimo, ancora oggi lo conservo, come quella foto sfocata, noi due appoggiati alle esistenze l’uno dell’altro.

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