Puntata 1
Invincibile
Cammino a passo svelto verso l’ospedale di Madrid. Il sole sta sorgendo, e nella capitale spagnola anche oggi si preannuncia una splendida giornata di primavera. Peccato che, quando metterò piede fuori dall’ospedale, il sole sarà già pronto ad andarsene a dormire.
«Lavi! Hola». La mia collega e specializzanda come me, Pilar, mi saluta mentre mi avvio verso gli spogliatoi di noi matricole. «Pronta per un’altra giornata infernale?».
«Pronta come non mai. Amo il mio lavoro» sorrido, posando lo zaino.
«Io invece oggi pensavo che ho sbagliato carriera. Avrei dovuto inventarmi qualcosa che avesse a che fare con una spiaggia. E magari con un mojito!» sospira.
«E dove la lasci la possibilità di aiutare le persone? Di fare del bene? Non ha prezzo».
«Ehi, hai lo sguardo sognante! Sei proprio fregata».
È vero. Ho sempre sognato di fare il medico, fin da piccola. E anche di viaggiare, per ampliare le mie esperienze. Quando è arrivata la proposta per una borsa di studio in questo grande ospedale spagnolo, all’avanguardia nella cura degli infortuni sportivi, l’ho colta al volo.
Sono veramente entusiasta di quanto sto imparando, ma mentirei se dicessi che l’ambiente non è tosto e competitivo. Senza contare il trasferimento e la vita in un nuovo Paese, per quanto la Spagna mi stia piacendo moltissimo.
Non fosse per questa stanchezza. A volte sono così esausta da avere l’impressione di perdermi ogni pensiero, e soprattutto ogni altra cosa che non sia la medicina. Ho a malapena l’energia per crollare a letto, che sia quello del mio appartamento o quello della stanzetta dei medici di guardia.
«Che cos’hai fatto ieri?».
«Ho dormito, semplice» sorrido a Pilar, che mi risponde con una smorfia.
«Io sono andata a correre con il mio ragazzo, invece».
«Beata te, che hai ancora energie» sospiro.
«È l’amore! Fa miracoli».
«Sai, vorrei poterti dare ragione. Invece, l’amore fa solo disastri» infilo la casacca della mia divisa blu con un tono drammatico. Dire queste frasi in spagnolo mi fa sentire come se fossi finita dentro una delle telenovela sudamericane che amava tanto mia nonna.
«Quanto pessimismo».
«Sarò ben felice di provare il contrario».
«È solo che non hai ancora incontrato il ragazzo giusto» insiste Pilar «Un giorno arriverà e cambierai idea, vedrai».
«Un principe azzurro non è contemplato. A meno che non abbia le ossa rotte».
Lei scoppia a ridere, mentre io vengo distratta da una notifica sul mio cellulare.
«Tutto a posto?» chiede Pilar, attenta. «Sei diventata pallida».
«No, è che… la borsa di studio grazie alla quale sono qui. Tra tre mesi sarà scaduta, e io… spero di essere riconfermata, ecco».
«Potresti essere assunta dall’ospedale e ottenere una borsa di studio diretta».
Annuisco, mentre il mio cervello lavora freneticamente.
Non voglio tornare a casa, accidenti. Non adesso. Sto imparando molto, e mi trovo molto bene qui.
«Lavinia? Troveremo una soluzione. Ma adesso dobbiamo andare, o faremo tardi».
Pilar mi prende per le spalle, e io respiro a fondo, cercando di calmarmi.
Mi sembra tutto così insormontabile, adesso. La mia solitudine. La paura di non farcela. Il mio futuro.
Nei miei sogni sono una ragazza indipendente, un medico esperto senza paure.
Ma, nella realtà, mi sento solo un pulcino spaventato.
L’ombra del passato: Daniel Ortega
Cerco di convincermi che non è il momento di farmi prendere dal panico. Ho lavorato troppo per arrivare fin qui e non posso permettermi di perdere la concentrazione proprio adesso. Eppure, mentre entro nella sala già piena di specializzandi assonnati, sento lo stomaco stringersi di nuovo in una morsa sgradevole.
Basta l’odore forte di un’acqua di colonia speziata a risvegliarmi come uno schiaffo in pieno viso.
Daniel è già arrivato. Lo vedo appoggiato alla scrivania in fondo alla stanza mentre scorre qualcosa sul tablet. Sta parlando con due specializzande del primo anno e una di loro ride a una battuta che non riesco a sentire.
Per un istante mi torna in mente il pensiero che mi accompagna da mesi: probabilmente ridevano tutte così, quando era il loro turno.
Daniel alza gli occhi. Il suo sguardo si sofferma su di me, severo, e di colpo mi sento piccola. Messa a nudo.
Parla con due specializzande del primo anno e una di loro ride a una battuta che non riesco a sentire. Mi torna in mente una cosa
«Buongiorno a tutti».
Comincia a distribuire i turni con la consueta efficienza. Sala operatoria, pronto soccorso, visite specialistiche. Alcuni nomi vengono assegnati ai casi più interessanti della giornata e io mi ritrovo ad ascoltare con attenzione.
Ho studiato il caso Morales fino a tardi, ieri. Una frattura complessa, un intervento delicato. Pensavo di assistere il professor Sanchez, e so che lui mi stima molto, quindi ero certa di avere ottime chance di finire in sala operatoria oggi. Quando Daniel arriva al mio nome, però, capisco immediatamente che non succederà.
«Moretti. Oggi ti occupi delle visite di controllo al terzo piano».
Alzo la testa. «Pensavo di seguire il caso Morales».
Lui continua a guardare il tablet, indifferente. «Lo so».
«E quindi?» chiedo. Vorrei essere sicura di me, ma la voce mi trema appena.
«E quindi ho preferito assegnarlo a qualcun altro». La risposta è semplice. Educata, perfino. Peccato che io conosca Daniel abbastanza bene da sentire tutto quello che non dice. «Sono sicuro che saprai cavartela benissimo anche con delle semplici visite di controllo».
Questa non è la prima volta.
Da quando ci siamo lasciati, ogni occasione sembra buona per ricordarmi chi ha il potere e chi no. La riunione prosegue, ma ormai faccio fatica a seguire. Mi limito a prendere appunti e a fissare il foglio davanti a me, mentre il ricordo di quella sera torna a galla nonostante tutti i miei tentativi di respingerlo.
La cosa peggiore non è nemmeno il tradimento.
È il modo in cui mi sono sentita dopo.
Ridicola. Come se non valessi niente. Una sciocca ragazzina ingenua.
Quando la riunione termina, raccolgo le mie cose e mi alzo in fretta.
Ho già perso abbastanza dignità per una sola mattina, e mi sento già stremata e umiliata.
La cosa peggiore non è il tradimento. È il modo in cui mi sono sentita dopo. Ridicola. Come se non valessi niente
Sto raggiungendo la porta quando Daniel mi supera nel corridoio. Mi sfiora una spalla, in modo indifferente. Abbastanza da farmi irrigidire.
«Non fare quella faccia, Moretti» sussurra.
«Quale faccia?».
Lui accenna un sorriso. «Quella di chi pensa che il mondo ce l’abbia con lei».
Per un momento mi passa davvero per la testa di dirgli quello che penso. Di ricordargli che è stato lui a tradirmi, lui a comportarsi come uno stronzo.
«Non è niente di personale» prosegue, mellifluo. «È la vita».
Daniel è sempre stato bravissimo a farmi passare per quella esagerata.
E se parlassi ora, mostrerei quanto mi ha colpita. Non voglio che succeda.
«Buona giornata, Daniel».
«Anche a te».
Il sostegno di Pilar
Resto a guardarlo sparire dietro l’angolo del corridoio.
«Che idiota».
La voce di Pilar mi fa sobbalzare. Non mi ero accorta che fosse rimasta indietro.
«Hai sentito?».
«Abbastanza» mi regala una smorfia disgustata, poi mi prende sottobraccio e mi trascina verso gli ascensori.
«Non sei tu che ti devi vergognare».
Sospiro. Vorrei che fosse così semplice.
«Lo so».
«Lavinia, sei stata tu quella tradita. Non quella che andava a letto con mezza ortopedia».
Una risata amara mi sfugge prima che riesca a trattenerla.
Le porte dell’ascensore si aprono davanti a noi.
«Allora perché mi sento così umiliata?». La domanda mi esce prima che possa fermarla.
Pilar non risponde subito. Aspetta che entriamo nell’ascensore e che le porte si richiudano.
«Perché finiamo sempre col crederci, accidenti». La sua voce è più dolce adesso.
«A cosa?».
«Alla favola. È quella che ci frega sempre».
Le porte si riaprono al terzo piano e io faccio un respiro profondo.
I pazienti non possono aspettare che io rimetta insieme i pezzi della mia vita.
Il caos del reparto e una chiamata inaspettata
Quando le porte si aprono al terzo piano, il reparto è già in piena attività. Infermieri che si muovono da una stanza all’altra, telefoni che squillano, parenti che fanno domande, monitor che emettono segnali acustici. Il caos ordinato che ormai conosco bene e che, nonostante tutto, riesce sempre a tranquillizzarmi.
Perché qui so cosa fare.
Sono le persone fuori dalle cartelle cliniche a mandarmi in crisi.
«Ti offro un caffè dopo il giro visite. Tieni duro» mi incoraggia Pilar prima di allontanarsi verso gli spogliatoi della sala operatoria.
«Mi stai forse corteggiando?».
«Sì, ma solo perché il mio ragazzo non apprezza abbastanza il mio fascino».
Pilar ride e, prima che possa protestare, è già sparita dietro una porta automatica.
Entro nella prima stanza con il tablet sottobraccio e un sorriso professionale stampato sul viso.
Per le tre ore successive m’immergo nel lavoro. Controllo radiografie, aggiorno cartelle cliniche, visito pazienti in modo scrupoloso. Rispondo alle stesse domande almeno 50 volte.
Dottoressa, quando arriverò a camminare senza stampelle? Quando potrò tornare a correre? Quando potrò tornare a giocare?
La verità è che gran parte del nostro lavoro consiste nel gestire la paura.
Le fratture guariscono, prima o poi. I tendini si riparano. Le ossa si saldano. La paura, invece… beh, è un’altra storia.
Verso le 11 sto uscendo dalla stanza di un ragazzo che si è rotto il polso giocando a basket quando sento qualcuno chiamarmi.
«Dottoressa Moretti». È Carmen, una delle infermiere più esperte del reparto.
«Dimmi».
«Ti stanno cercando in accettazione traumatologica».
«Io?».
«Ordine del dottor Daniel Ortega».
«Ha detto perché?».
«No, ma sembrava di pessimo umore».
«Perché, di solito è un raggio di sole?».
«In effetti» Carmen fa una risata complice, gli occhi scuri e intelligenti che scintillano.
Ringrazio e m’incammino verso l’ascensore.
«Sarà per una consulenza» mi dico. «O forse un altro modo per ricordarmi chi decide cosa».
L’arrivo di una superstar in ospedale
Quando arrivo al piano terra, però, capisco subito che c’è qualcosa di diverso. La sala visita è immersa in una confusione a dir poco frenetica. Due addetti alla sicurezza stanno parlando vicino all’ingresso principale, comunicando concitati alle ricetrasmittenti e ai cellulari. Alcuni giornalisti cercano di convincere una receptionist a lasciarli passare, mentre un altro viene accompagnato gentilmente ma con fermezza verso l’uscita.
«Che succede?» blocco una giovane infermiera che conosco, alla ricerca di delucidazioni.
«È arrivato lui».
Resto in attesa.
«Lui chi?».
«Lui. La superstar… insomma, lui!».
L’infermiera mi guarda come se avessi confessato di non sapere chi è il re di Spagna.
«Alejandro Ruiz».
Per un breve istante, il nome non mi dice assolutamente nulla. Poi il mio cervello unisce i puntini.
«Vuoi dire…».
«Oh, sì, doc. Proprio quello». Fa una smorfia sognante, poi inizia a snocciolare il suo curriculum come se fosse una preghiera.
«Numero uno del tennis mondiale. Tre volte campione a Wimbledon, medaglia d’oro olimpica. E una collezione invidiabile di tornei del grande Slam. Copertine, sponsor, fan adoranti. Un mito!».
«Praticamente una idolo nazionale, e non solo».
Quando arrivo al piano terra, capisco subito che c’è qualcosa di diverso. La sala visite è immersa nella confusione
Mi sento gelare. Il mio tono è piatto e monocorde. Una personalità così, per me significa una cosa sola: rogne.
«Dimentichi: bello come un Dio».
«Non seguo molto il tennis».
L’infermiera sembra sinceramente scandalizzata.
«Peggio per te. Comunque, stai per conoscerlo».
Ride e si allontana.
Daniel affida il caso a Lavinia
Daniel è vicino al banco infermieri e sta parlando con il professor Sanchez. Appena mi vede arrivare, il suo sguardo si fa penetrante, e qualcosa dentro di me s’irrigidisce immediatamente.
«Moretti».
«Mi hai cercata?».
«Sì» replica brusco, mentre mi porge il suo tablet, aperto su una cartella clinica.
«E quindi?».
«E quindi te ne occupi tu».
Alzo gli occhi. «Io?».
«Hai un problema con i pazienti famosi?».
Naturalmente non è quella la questione.
«Credevo che fosse un caso da assegnare a uno degli specializzandi senior. Tu…».
“Faresti di tutto per mettermi in difficoltà” sto per dire. E la cosa mi spaventa non poco.
«Lo è».
Daniel sorride appena, mentre il nostro primario si avvicina.
«Per questo l’ho assegnato a te».
Per un istante resto a fissarlo. Non so se sia un complimento o una trappola. Con Daniel non è mai semplice distinguere.
«Grazie».
«Non ringraziarmi ancora».
«Molto incoraggiante».
«Diciamo che il signor Ruiz non è famoso soltanto per il suo servizio imbattibile».
«Ha un brutto carattere?».
Il professor Sanchez sbuffa una risata. «Mettiamola così».
«Buon divertimento» conclude Daniel.
Ecco spiegata l’improvvisa iniezione di fiducia, Lavinia. Sei carne da macello.
Stringo la cartella contro il petto. «Se il tuo obiettivo era spaventarmi, sappi che hai fallito» sibilo piano, guardandolo negli occhi.
«Lo vedremo».
Lui sorride, come se avesse appena fatto un’osservazione innocente.
Per fortuna il professor Sanchez si gira verso di me prima che io possa rispondergli qualcosa di cui mi pentirei.
«Andiamo, Moretti. Vediamo se riesci a sopravvivere ad Alejandro Ruiz. Devi prendere i suoi dati per gli esami preliminari e cercare di metterlo a suo agio. Mi raccomando, pazienza».
«Quella ne ho da vendere» mi scappa, guardando Daniel. Poi mi volto e mi avvio lungo il corridoio, la cartella stretta contro il petto e lo stomaco stretto in una morsa.
La mia giornata, già infernale, è appena diventata un cataclisma di proporzioni bibliche.
Il primo incontro con Alejandro Ruiz
La stanza è luminosa e silenziosa, e sembrerebbe deserta se non fosse per qualcuno sprofondato in una poltroncina. Non sul lettino, ma fermo lì, come un visitatore qualsiasi. Lo sguardo perso nel vuoto, e la luce morbida che filtra dai vetri che disegna il suo profilo da Dio greco.
Per un istante, resto pietrificata. I capelli scuri e ribelli gli incorniciano il viso dalla pelle olivastra. La mascella decisa, il naso disegnato. È così perfetto da sembrare finto.
Alejandro Ruiz è un vero eroe nazionale. Deglutisco, presa dall’ansia di dovermi occupare proprio di lui.
Sono convinta che sia un maledetto scherzo di Daniel per rovinarmi la carriera sul nascere. Non c’è il minimo dubbio.
So che sbaglierò. Me lo sento fin nelle ossa, quelle che sto imparando a curare.
È in arrivo la tempesta.
Un brivido gelido mi percorre la schiena. Un brivido che diventa bollente, immediatamente, quando Ruiz volta piano la testa verso di me, prendendo finalmente atto della mia presenza.
Nessuna fotografia gli rende giustizia. Non che io passi il tempo a guardare fotografie di Alejandro Ruiz, sia chiaro. Ma vivendo in Spagna è praticamente impossibile evitarlo. È sulle copertine delle riviste, nelle pubblicità degli orologi, delle automobili e probabilmente anche dei cereali per la colazione.
«Buongiorno» dico, sperando di sembrare più sicura di quanto mi senta. «Sono la dottoressa Lavinia Moretti».
Il suo sguardo scende sul mio cartellino. Poi torna sul mio viso.
«Dottoressa?».
Cominciamo bene.
«Sì».
«Dimostri 12 anni. Hanno finito i medici veri?».
«Molto educato».
«Sto facendo del mio meglio».
«Tutto qui?».
È in arrivo la tempesta. Un brivido gelido mi percorre la schiena. Un brivido che diventa bollente quando Ruiz si volta
Per un attimo ho l’impressione che stia trattenendo una risata.
Non che abbia intenzione di ammetterlo.
Battibecchi e prima diagnosi
Apro il tablet prima che riesca a inventarsi un’altra osservazione sulla mia età.
«Dunque. Ha dolore al ginocchio destro, limitazione del movimento e una possibile lesione legamentosa. Dovremo fare alcuni esami per capire l’entità del problema».
«Non c’è nessun problema».
«Scusi?».
«È una distorsione».
«Peccato che non sia lei il medico».
«Peccato che io conosca il mio corpo meglio di chiunque altro».
Su questo non posso nemmeno dargli torto. Gli sportivi professionisti hanno una consapevolezza fisica quasi spaventosa.
«Eppure è qui».
«Perché il mio allenatore si è spaventato».
«E lei no?».
Alejandro incrocia le braccia. «No.»
È una bugia bella e buona, lo capisco immediatamente. Forse perché ne ho sentite tante, di bugie, negli ultimi mesi. Forse perché dietro la sicurezza che ostenta vedo qualcosa che stride, lontano dal personaggio che vuole mostrare.
«Comunque dovrà fare una risonanza».
Lui sospira come se gli avessi appena comunicato una condanna all’ergastolo.
«Fantastico».
«Non è niente di che. Prima facciamo, prima ci togliamo il pensiero». Mi sforzo di sembrare incoraggiante.
«Sei troppo giovane per dirmi se smetterò di giocare».
La sua voce trema appena, così in contrasto con la sua aria sicura e sprezzante.
«E tu sei troppo vecchio per comportarti da adolescente». Mi sfugge senza pensarci.
Alejandro sbatte le palpebre.
Molto bene. Probabilmente non avrei dovuto dare dell’adolescente all’atleta più famoso del Paese.
Poi lui si appoggia meglio allo schienale e mi studia come se fossi diventata improvvisamente interessante. «Fai sempre così con i tuoi pazienti?».
«Solo con quelli che fanno i capricci».
«Io non faccio i capricci».
«Perfetto. Allora la risonanza non sarà un problema».
«Sei italiana».
«Come ha fatto a capirlo?».
«Ho avuto una fidanzata italiana». Come no. «Una modella». Non aggiungo niente, fingendomi assorta nella sua cartella clinica. «Era una vera lagna».
«Peccato per lei. Io comunque non faccio la modella».
Poi lui si appoggia meglio allo schienale e mi studia come se fossi diventata improvvisamente interessante
Mi scruta con una specie di rinnovato interesse. Forse non è abituato ad avere donne che gli rispondono per le rime, e forse non dovrei farlo nemmeno io, ma la mia esasperazione sta raggiungendo il limite molto prima del previsto.
«Va bene, dottoressa».
Il modo in cui pronuncia la parola è quasi una presa in giro.
«Andiamo a fare questa benedetta risonanza.»
La risonanza magnetica e un momento di vulnerabilità
Mentre lo accompagno fuori dalla stanza, Alejandro continua a borbottare qualcosa in spagnolo. Non afferro tutte le parole, ma sono abbastanza sicura che almeno metà non siano ripetibili.
L’ospedale dispone di un percorso riservato per i pazienti più esposti mediaticamente, eppure la sua presenza non passa inosservata. Infermieri, tecnici e specializzandi cercano tutti di mantenere un contegno professionale, ma gli sguardi curiosi si moltiplicano al nostro passaggio.
Quando arriviamo davanti alla sala della risonanza, però, qualcosa cambia.
Lo osservo mentre si sdraia sul lettino. Per essere uno che fino a cinque minuti fa si lamentava di tutto, è diventato improvvisamente silenzioso.
Io rimango nella sala di controllo insieme al tecnico, osservando le immagini che iniziano a comparire sugli schermi.
Poi noto qualcosa che non mi piace.
Alejandro tiene gli occhi serrati, le mani chiuse a pugno lungo i fianchi.
Il torace si alza e si abbassa sempre più velocemente.
«Fermiamo un attimo» dico.
Il tecnico mi guarda sorpreso, ma interrompe l’esame. Quando il lettino scorre all’esterno del macchinario, Alejandro apre gli occhi di scatto. È pallidissimo. Per un momento ho l’impressione che non riesca nemmeno a mettere a fuoco ciò che ha davanti.
«Ruiz?».
Nessuna risposta.
Il suo respiro è corto, spezzato. Come se l’aria non gli fosse sufficiente.
«Alejandro» mormoro, facendomi più vicina.
Gli prendo una mano. Cavoli, è gelida.
«Ehi. Guardi me. Guardami». Lui deglutisce. «Respiri».
Inspiro lentamente e aspetto. Dopo un istante che sembra interminabile, prova a imitarmi.
«Così. Ancora».
Un altro respiro. Poi un altro. Piano piano, il colore torna sul suo viso. Per qualche secondo resta in silenzio, come se avesse dimenticato dove si trova. Poi sbatte le palpebre e si ritrae all’improvviso.
Abbassa lo sguardo, imbarazzato, togliendo la sua mano dalla mia.
Caspita. Questa è di sicuro la cosa più sorprendente che io abbia visto oggi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA