Puntata 1
Invincibile
Cammino a passo svelto verso l’ospedale di Madrid. Il sole sta sorgendo, e nella capitale spagnola anche oggi si preannuncia una splendida giornata di primavera. Peccato che, quando metterò piede fuori dall’ospedale, il sole sarà già pronto ad andarsene a dormire.
«Lavi! Hola». La mia collega e specializzanda come me, Pilar, mi saluta mentre mi avvio verso gli spogliatoi di noi matricole. «Pronta per un’altra giornata infernale?».
«Pronta come non mai. Amo il mio lavoro» sorrido, posando lo zaino.
«Io invece oggi pensavo che ho sbagliato carriera. Avrei dovuto inventarmi qualcosa che avesse a che fare con una spiaggia. E magari con un mojito!» sospira.
«E dove la lasci la possibilità di aiutare le persone? Di fare del bene? Non ha prezzo».
«Ehi, hai lo sguardo sognante! Sei proprio fregata».
È vero. Ho sempre sognato di fare il medico, fin da piccola. E anche di viaggiare, per ampliare le mie esperienze. Quando è arrivata la proposta per una borsa di studio in questo grande ospedale spagnolo, all’avanguardia nella cura degli infortuni sportivi, l’ho colta al volo.
Sono veramente entusiasta di quanto sto imparando, ma mentirei se dicessi che l’ambiente non è tosto e competitivo. Senza contare il trasferimento e la vita in un nuovo Paese, per quanto la Spagna mi stia piacendo moltissimo.
Non fosse per questa stanchezza. A volte sono così esausta da avere l’impressione di perdermi ogni pensiero, e soprattutto ogni altra cosa che non sia la medicina. Ho a malapena l’energia per crollare a letto, che sia quello del mio appartamento o quello della stanzetta dei medici di guardia.
«Che cos’hai fatto ieri?».
«Ho dormito, semplice» sorrido a Pilar, che mi risponde con una smorfia.
«Io sono andata a correre con il mio ragazzo, invece».
«Beata te, che hai ancora energie» sospiro.
«È l’amore! Fa miracoli».
«Sai, vorrei poterti dare ragione. Invece, l’amore fa solo disastri» infilo la casacca della mia divisa blu con un tono drammatico. Dire queste frasi in spagnolo mi fa sentire come se fossi finita dentro una delle telenovela sudamericane che amava tanto mia nonna.
«Quanto pessimismo».
«Sarò ben felice di provare il contrario».
«È solo che non hai ancora incontrato il ragazzo giusto» insiste Pilar «Un giorno arriverà e cambierai idea, vedrai».
«Un principe azzurro non è contemplato. A meno che non abbia le ossa rotte».
Lei scoppia a ridere, mentre io vengo distratta da una notifica sul mio cellulare.
«Tutto a posto?» chiede Pilar, attenta. «Sei diventata pallida».
«No, è che… la borsa di studio grazie alla quale sono qui. Tra tre mesi sarà scaduta, e io… spero di essere riconfermata, ecco».
«Potresti essere assunta dall’ospedale e ottenere una borsa di studio diretta».
Annuisco, mentre il mio cervello lavora freneticamente.
Non voglio tornare a casa, accidenti. Non adesso. Sto imparando molto, e mi trovo molto bene qui.
«Lavinia? Troveremo una soluzione. Ma adesso dobbiamo andare, o faremo tardi».
Pilar mi prende per le spalle, e io respiro a fondo, cercando di calmarmi.
Mi sembra tutto così insormontabile, adesso. La mia solitudine. La paura di non farcela. Il mio futuro.
Nei miei sogni sono una ragazza indipendente, un medico esperto senza paure.
Ma, nella realtà, mi sento solo un pulcino spaventato.
L’ombra del passato: Daniel Ortega
Cerco di convincermi che non è il momento di farmi prendere dal panico. Ho lavorato troppo per arrivare fin qui e non posso permettermi di perdere la concentrazione proprio adesso. Eppure, mentre entro nella sala già piena di specializzandi assonnati, sento lo stomaco stringersi di nuovo in una morsa sgradevole.
Basta l’odore forte di un’acqua di colonia speziata a risvegliarmi come uno schiaffo in pieno viso.
Daniel è già arrivato. Lo vedo appoggiato alla scrivania in fondo alla stanza mentre scorre qualcosa sul tablet. Sta parlando con due specializzande del primo anno e una di loro ride a una battuta che non riesco a sentire.
Per un istante mi torna in mente il pensiero che mi accompagna da mesi: probabilmente ridevano tutte così, quando era il loro turno.
Daniel alza gli occhi. Il suo sguardo si sofferma su di me, severo, e di colpo mi sento piccola. Messa a nudo.
Parla con due specializzande del primo anno e una di loro ride a una battuta che non riesco a sentire. Mi torna in mente una cosa
«Buongiorno a tutti».
Comincia a distribuire i turni con la consueta efficienza. Sala operatoria, pronto soccorso, visite specialistiche. Alcuni nomi vengono assegnati ai casi più interessanti della giornata e io mi ritrovo ad ascoltare con attenzione.
Ho studiato il caso Morales fino a tardi, ieri. Una frattura complessa, un intervento delicato. Pensavo di assistere il professor Sanchez, e so che lui mi stima molto, quindi ero certa di avere ottime chance di finire in sala operatoria oggi. Quando Daniel arriva al mio nome, però, capisco immediatamente che non succederà.
«Moretti. Oggi ti occupi delle visite di controllo al terzo piano».
Alzo la testa. «Pensavo di seguire il caso Morales».
Lui continua a guardare il tablet, indifferente. «Lo so».
«E quindi?» chiedo. Vorrei essere sicura di me, ma la voce mi trema appena.
«E quindi ho preferito assegnarlo a qualcun altro». La risposta è semplice. Educata, perfino. Peccato che io conosca Daniel abbastanza bene da sentire tutto quello che non dice. «Sono sicuro che saprai cavartela benissimo anche con delle semplici visite di controllo».
Questa non è la prima volta.
Da quando ci siamo lasciati, ogni occasione sembra buona per ricordarmi chi ha il potere e chi no. La riunione prosegue, ma ormai faccio fatica a seguire. Mi limito a prendere appunti e a fissare il foglio davanti a me, mentre il ricordo di quella sera torna a galla nonostante tutti i miei tentativi di respingerlo.
La cosa peggiore non è nemmeno il tradimento.
È il modo in cui mi sono sentita dopo.
Ridicola. Come se non valessi niente. Una sciocca ragazzina ingenua.
Quando la riunione termina, raccolgo le mie cose e mi alzo in fretta.
Ho già perso abbastanza dignità per una sola mattina, e mi sento già stremata e umiliata.
La cosa peggiore non è il tradimento. È il modo in cui mi sono sentita dopo. Ridicola. Come se non valessi niente
Sto raggiungendo la porta quando Daniel mi supera nel corridoio. Mi sfiora una spalla, in modo indifferente. Abbastanza da farmi irrigidire.
«Non fare quella faccia, Moretti» sussurra.
«Quale faccia?».
Lui accenna un sorriso. «Quella di chi pensa che il mondo ce l’abbia con lei».
Per un momento mi passa davvero per la testa di dirgli quello che penso. Di ricordargli che è stato lui a tradirmi, lui a comportarsi come uno stronzo.
«Non è niente di personale» prosegue, mellifluo. «È la vita».
Daniel è sempre stato bravissimo a farmi passare per quella esagerata.
E se parlassi ora, mostrerei quanto mi ha colpita. Non voglio che succeda.
«Buona giornata, Daniel».
«Anche a te».
Il sostegno di Pilar
Resto a guardarlo sparire dietro l’angolo del corridoio.
«Che idiota».
La voce di Pilar mi fa sobbalzare. Non mi ero accorta che fosse rimasta indietro.
«Hai sentito?».
«Abbastanza» mi regala una smorfia disgustata, poi mi prende sottobraccio e mi trascina verso gli ascensori.
«Non sei tu che ti devi vergognare».
Sospiro. Vorrei che fosse così semplice.
«Lo so».
«Lavinia, sei stata tu quella tradita. Non quella che andava a letto con mezza ortopedia».
Una risata amara mi sfugge prima che riesca a trattenerla.
Le porte dell’ascensore si aprono davanti a noi.
«Allora perché mi sento così umiliata?». La domanda mi esce prima che possa fermarla.
Pilar non risponde subito. Aspetta che entriamo nell’ascensore e che le porte si richiudano.
«Perché finiamo sempre col crederci, accidenti». La sua voce è più dolce adesso.
«A cosa?».
«Alla favola. È quella che ci frega sempre».
Le porte si riaprono al terzo piano e io faccio un respiro profondo.
I pazienti non possono aspettare che io rimetta insieme i pezzi della mia vita.
Il caos del reparto e una chiamata inaspettata
Quando le porte si aprono al terzo piano, il reparto è già in piena attività. Infermieri che si muovono da una stanza all’altra, telefoni che squillano, parenti che fanno domande, monitor che emettono segnali acustici. Il caos ordinato che ormai conosco bene e che, nonostante tutto, riesce sempre a tranquillizzarmi.
Perché qui so cosa fare.
Sono le persone fuori dalle cartelle cliniche a mandarmi in crisi.
«Ti offro un caffè dopo il giro visite. Tieni duro» mi incoraggia Pilar prima di allontanarsi verso gli spogliatoi della sala operatoria.
«Mi stai forse corteggiando?».
«Sì, ma solo perché il mio ragazzo non apprezza abbastanza il mio fascino».
Pilar ride e, prima che possa protestare, è già sparita dietro una porta automatica.
Entro nella prima stanza con il tablet sottobraccio e un sorriso professionale stampato sul viso.
Per le tre ore successive m’immergo nel lavoro. Controllo radiografie, aggiorno cartelle cliniche, visito pazienti in modo scrupoloso. Rispondo alle stesse domande almeno 50 volte.
Dottoressa, quando arriverò a camminare senza stampelle? Quando potrò tornare a correre? Quando potrò tornare a giocare?
La verità è che gran parte del nostro lavoro consiste nel gestire la paura.
Le fratture guariscono, prima o poi. I tendini si riparano. Le ossa si saldano. La paura, invece… beh, è un’altra storia.
Verso le 11 sto uscendo dalla stanza di un ragazzo che si è rotto il polso giocando a basket quando sento qualcuno chiamarmi.
«Dottoressa Moretti». È Carmen, una delle infermiere più esperte del reparto.
«Dimmi».
«Ti stanno cercando in accettazione traumatologica».
«Io?».
«Ordine del dottor Daniel Ortega».
«Ha detto perché?».
«No, ma sembrava di pessimo umore».
«Perché, di solito è un raggio di sole?».
«In effetti» Carmen fa una risata complice, gli occhi scuri e intelligenti che scintillano.
Ringrazio e m’incammino verso l’ascensore.
«Sarà per una consulenza» mi dico. «O forse un altro modo per ricordarmi chi decide cosa».
L’arrivo di una superstar in ospedale
Quando arrivo al piano terra, però, capisco subito che c’è qualcosa di diverso. La sala visita è immersa in una confusione a dir poco frenetica. Due addetti alla sicurezza stanno parlando vicino all’ingresso principale, comunicando concitati alle ricetrasmittenti e ai cellulari. Alcuni giornalisti cercano di convincere una receptionist a lasciarli passare, mentre un altro viene accompagnato gentilmente ma con fermezza verso l’uscita.
«Che succede?» blocco una giovane infermiera che conosco, alla ricerca di delucidazioni.
«È arrivato lui».
Resto in attesa.
«Lui chi?».
«Lui. La superstar… insomma, lui!».
L’infermiera mi guarda come se avessi confessato di non sapere chi è il re di Spagna.
«Alejandro Ruiz».
Per un breve istante, il nome non mi dice assolutamente nulla. Poi il mio cervello unisce i puntini.
«Vuoi dire…».
«Oh, sì, doc. Proprio quello». Fa una smorfia sognante, poi inizia a snocciolare il suo curriculum come se fosse una preghiera.
«Numero uno del tennis mondiale. Tre volte campione a Wimbledon, medaglia d’oro olimpica. E una collezione invidiabile di tornei del grande Slam. Copertine, sponsor, fan adoranti. Un mito!».
«Praticamente una idolo nazionale, e non solo».
Quando arrivo al piano terra, capisco subito che c’è qualcosa di diverso. La sala visite è immersa nella confusione
Mi sento gelare. Il mio tono è piatto e monocorde. Una personalità così, per me significa una cosa sola: rogne.
«Dimentichi: bello come un Dio».
«Non seguo molto il tennis».
L’infermiera sembra sinceramente scandalizzata.
«Peggio per te. Comunque, stai per conoscerlo».
Ride e si allontana.
Daniel affida il caso a Lavinia
Daniel è vicino al banco infermieri e sta parlando con il professor Sanchez. Appena mi vede arrivare, il suo sguardo si fa penetrante, e qualcosa dentro di me s’irrigidisce immediatamente.
«Moretti».
«Mi hai cercata?».
«Sì» replica brusco, mentre mi porge il suo tablet, aperto su una cartella clinica.
«E quindi?».
«E quindi te ne occupi tu».
Alzo gli occhi. «Io?».
«Hai un problema con i pazienti famosi?».
Naturalmente non è quella la questione.
«Credevo che fosse un caso da assegnare a uno degli specializzandi senior. Tu…».
“Faresti di tutto per mettermi in difficoltà” sto per dire. E la cosa mi spaventa non poco.
«Lo è».
Daniel sorride appena, mentre il nostro primario si avvicina.
«Per questo l’ho assegnato a te».
Per un istante resto a fissarlo. Non so se sia un complimento o una trappola. Con Daniel non è mai semplice distinguere.
«Grazie».
«Non ringraziarmi ancora».
«Molto incoraggiante».
«Diciamo che il signor Ruiz non è famoso soltanto per il suo servizio imbattibile».
«Ha un brutto carattere?».
Il professor Sanchez sbuffa una risata. «Mettiamola così».
«Buon divertimento» conclude Daniel.
Ecco spiegata l’improvvisa iniezione di fiducia, Lavinia. Sei carne da macello.
Stringo la cartella contro il petto. «Se il tuo obiettivo era spaventarmi, sappi che hai fallito» sibilo piano, guardandolo negli occhi.
«Lo vedremo».
Lui sorride, come se avesse appena fatto un’osservazione innocente.
Per fortuna il professor Sanchez si gira verso di me prima che io possa rispondergli qualcosa di cui mi pentirei.
«Andiamo, Moretti. Vediamo se riesci a sopravvivere ad Alejandro Ruiz. Devi prendere i suoi dati per gli esami preliminari e cercare di metterlo a suo agio. Mi raccomando, pazienza».
«Quella ne ho da vendere» mi scappa, guardando Daniel. Poi mi volto e mi avvio lungo il corridoio, la cartella stretta contro il petto e lo stomaco stretto in una morsa.
La mia giornata, già infernale, è appena diventata un cataclisma di proporzioni bibliche.
Il primo incontro con Alejandro Ruiz
La stanza è luminosa e silenziosa, e sembrerebbe deserta se non fosse per qualcuno sprofondato in una poltroncina. Non sul lettino, ma fermo lì, come un visitatore qualsiasi. Lo sguardo perso nel vuoto, e la luce morbida che filtra dai vetri che disegna il suo profilo da Dio greco.
Per un istante, resto pietrificata. I capelli scuri e ribelli gli incorniciano il viso dalla pelle olivastra. La mascella decisa, il naso disegnato. È così perfetto da sembrare finto.
Alejandro Ruiz è un vero eroe nazionale. Deglutisco, presa dall’ansia di dovermi occupare proprio di lui.
Sono convinta che sia un maledetto scherzo di Daniel per rovinarmi la carriera sul nascere. Non c’è il minimo dubbio.
So che sbaglierò. Me lo sento fin nelle ossa, quelle che sto imparando a curare.
È in arrivo la tempesta.
Un brivido gelido mi percorre la schiena. Un brivido che diventa bollente, immediatamente, quando Ruiz volta piano la testa verso di me, prendendo finalmente atto della mia presenza.
Nessuna fotografia gli rende giustizia. Non che io passi il tempo a guardare fotografie di Alejandro Ruiz, sia chiaro. Ma vivendo in Spagna è praticamente impossibile evitarlo. È sulle copertine delle riviste, nelle pubblicità degli orologi, delle automobili e probabilmente anche dei cereali per la colazione.
«Buongiorno» dico, sperando di sembrare più sicura di quanto mi senta. «Sono la dottoressa Lavinia Moretti».
Il suo sguardo scende sul mio cartellino. Poi torna sul mio viso.
«Dottoressa?».
Cominciamo bene.
«Sì».
«Dimostri 12 anni. Hanno finito i medici veri?».
«Molto educato».
«Sto facendo del mio meglio».
«Tutto qui?».
È in arrivo la tempesta. Un brivido gelido mi percorre la schiena. Un brivido che diventa bollente quando Ruiz si volta
Per un attimo ho l’impressione che stia trattenendo una risata.
Non che abbia intenzione di ammetterlo.
Battibecchi e prima diagnosi
Apro il tablet prima che riesca a inventarsi un’altra osservazione sulla mia età.
«Dunque. Ha dolore al ginocchio destro, limitazione del movimento e una possibile lesione legamentosa. Dovremo fare alcuni esami per capire l’entità del problema».
«Non c’è nessun problema».
«Scusi?».
«È una distorsione».
«Peccato che non sia lei il medico».
«Peccato che io conosca il mio corpo meglio di chiunque altro».
Su questo non posso nemmeno dargli torto. Gli sportivi professionisti hanno una consapevolezza fisica quasi spaventosa.
«Eppure è qui».
«Perché il mio allenatore si è spaventato».
«E lei no?».
Alejandro incrocia le braccia. «No.»
È una bugia bella e buona, lo capisco immediatamente. Forse perché ne ho sentite tante, di bugie, negli ultimi mesi. Forse perché dietro la sicurezza che ostenta vedo qualcosa che stride, lontano dal personaggio che vuole mostrare.
«Comunque dovrà fare una risonanza».
Lui sospira come se gli avessi appena comunicato una condanna all’ergastolo.
«Fantastico».
«Non è niente di che. Prima facciamo, prima ci togliamo il pensiero». Mi sforzo di sembrare incoraggiante.
«Sei troppo giovane per dirmi se smetterò di giocare».
La sua voce trema appena, così in contrasto con la sua aria sicura e sprezzante.
«E tu sei troppo vecchio per comportarti da adolescente». Mi sfugge senza pensarci.
Alejandro sbatte le palpebre.
Molto bene. Probabilmente non avrei dovuto dare dell’adolescente all’atleta più famoso del Paese.
Poi lui si appoggia meglio allo schienale e mi studia come se fossi diventata improvvisamente interessante. «Fai sempre così con i tuoi pazienti?».
«Solo con quelli che fanno i capricci».
«Io non faccio i capricci».
«Perfetto. Allora la risonanza non sarà un problema».
«Sei italiana».
«Come ha fatto a capirlo?».
«Ho avuto una fidanzata italiana». Come no. «Una modella». Non aggiungo niente, fingendomi assorta nella sua cartella clinica. «Era una vera lagna».
«Peccato per lei. Io comunque non faccio la modella».
Poi lui si appoggia meglio allo schienale e mi studia come se fossi diventata improvvisamente interessante
Mi scruta con una specie di rinnovato interesse. Forse non è abituato ad avere donne che gli rispondono per le rime, e forse non dovrei farlo nemmeno io, ma la mia esasperazione sta raggiungendo il limite molto prima del previsto.
«Va bene, dottoressa».
Il modo in cui pronuncia la parola è quasi una presa in giro.
«Andiamo a fare questa benedetta risonanza.»
La risonanza magnetica e un momento di vulnerabilità
Mentre lo accompagno fuori dalla stanza, Alejandro continua a borbottare qualcosa in spagnolo. Non afferro tutte le parole, ma sono abbastanza sicura che almeno metà non siano ripetibili.
L’ospedale dispone di un percorso riservato per i pazienti più esposti mediaticamente, eppure la sua presenza non passa inosservata. Infermieri, tecnici e specializzandi cercano tutti di mantenere un contegno professionale, ma gli sguardi curiosi si moltiplicano al nostro passaggio.
Quando arriviamo davanti alla sala della risonanza, però, qualcosa cambia.
Lo osservo mentre si sdraia sul lettino. Per essere uno che fino a cinque minuti fa si lamentava di tutto, è diventato improvvisamente silenzioso.
Io rimango nella sala di controllo insieme al tecnico, osservando le immagini che iniziano a comparire sugli schermi.
Poi noto qualcosa che non mi piace.
Alejandro tiene gli occhi serrati, le mani chiuse a pugno lungo i fianchi.
Il torace si alza e si abbassa sempre più velocemente.
«Fermiamo un attimo» dico.
Il tecnico mi guarda sorpreso, ma interrompe l’esame. Quando il lettino scorre all’esterno del macchinario, Alejandro apre gli occhi di scatto. È pallidissimo. Per un momento ho l’impressione che non riesca nemmeno a mettere a fuoco ciò che ha davanti.
«Ruiz?».
Nessuna risposta.
Il suo respiro è corto, spezzato. Come se l’aria non gli fosse sufficiente.
«Alejandro» mormoro, facendomi più vicina.
Gli prendo una mano. Cavoli, è gelida.
«Ehi. Guardi me. Guardami». Lui deglutisce. «Respiri».
Inspiro lentamente e aspetto. Dopo un istante che sembra interminabile, prova a imitarmi.
«Così. Ancora».
Un altro respiro. Poi un altro. Piano piano, il colore torna sul suo viso. Per qualche secondo resta in silenzio, come se avesse dimenticato dove si trova. Poi sbatte le palpebre e si ritrae all’improvviso.
Abbassa lo sguardo, imbarazzato, togliendo la sua mano dalla mia.
Caspita. Questa è di sicuro la cosa più sorprendente che io abbia visto oggi.
Puntata 2
Tutto quello che non diciamo
I risultati sono chiari. E purtroppo non sono quello che ci aspettavamo».
«I risultati sono chiari. E purtroppo non sono quello che ci aspettavamo». Sanchez e Daniel sospirano, osservando lo schermo in sala riunioni.
Del resto, discutere del ginocchio del tennista più importante del mondo è una faccenda che richiede una certa attenzione.
È Daniel a rompere l’imbarazzo.
«Ha familiari?».
«Una sorella, e basta. È l’unico contatto che ci ha dato. E il suo procuratore. Ma per il resto, ha chiesto espressamente di essere l’unico referente di ogni notizia».
Strano. Avrei immaginato uno staff di decine di persone attorno a lui, visto il giro di affari che muove.
Ma mi sono bastate poche ore per capirlo: Alejandro Ruiz non è una persona facile. Per niente. Anzi: è una specie di bellissimo cactus, ricco di maledettissime spine. E adesso, dovremo comunicargli una notizia che manderebbe nel panico chiunque, figuriamoci uno sportivo del suo calibro.
«Dovremo ricoverarlo, quindi».
«Mi sembra ovvio, Moretti» m’interrompe sgarbato Daniel.
«Non gli farà piacere» sospiro, ripensando con un brivido all’attacco di panico di qualche ora fa. Perché quello era un attacco di panico in piena regola, non ci sono proprio dubbi.
Mentirei se dicessi che non sono rimasta sorpresa. Insomma, lui è uno sportivo. Abituato a essere invincibile. E mentirei anche se dicessi che non ho utilizzato la mia pausa per stalkerarlo sui social.
Alejandro Ruiz non è solo un vincente nello sport, ma uno spaccone in piena regola. Arrogante e sicuro di sé, circondato da star e donne bellissime in giro per il mondo. Non il tipo che va nel panico per una risonanza. Anche se… Insomma.
Nel mio lavoro ho scoperto che spesso le persone all’apparenza più forti nascondono le paure più forti. Oltretutto, qui c’è in ballo la sua carriera. Una carriera planetaria.
È del tutto normale che Mister Simpatia sia teso e spaventato. Dopotutto, è un essere umano.
La notizia
Cerco disperatamente di ricordarmelo, mentre il mio cuore batte come un tamburo, camminando verso la sua stanza. Sanchez ha voluto che ci fossi anch’io mentre gli comunichiamo la notizia. Evidentemente, sono stata promossa a pieno titolo nello staff dei suoi medici.
Non so se esserne fiera o presagire la rovina. Forse, entrambe le cose.
Alejandro Ruiz è seduto sul letto. Indossa ancora i costosi abiti sportivi che aveva stamattina. Nessun camice. Lo sguardo si rianima e s’indurisce subito dopo, quando io e i miei colleghi entriamo nella stanza.
Ma non mi sfugge il modo in cui fatica a non tormentarsi le mani, come se essere stoico richiedesse uno sforzo titanico.
Per un breve istante, i nostri occhi s’incrociano. Ma lui fa finta di nulla. Quasi come se condividessimo un oscuro segreto. Probabilmente è in imbarazzo e non gli piace l’idea che io l’abbia visto così esposto e vulnerabile.
«Signor Ruiz, come si sente?» esordisce Sanchez. «Come uno che sta passando una pessima giornata, tante grazie».
«Signor Ruiz, come si sente?» esordisce Sanchez, con fare professionale.
Alejandro incrocia le braccia. Ha una barba scura che gli ombreggia la mascella e un’espressione che definire ostile sarebbe un eufemismo.
«Come uno che sta passando una pessima giornata, tante grazie».
«Capisco».
«No, non credo».
Daniel sbuffa appena, ma Sanchez gli lancia uno sguardo che sembra ricordargli chi comanda. La decisione migliore che possa prendere, per quanto mi riguarda, è restarmene in silenzio.
«Abbiamo esaminato attentamente la risonanza» prosegue Sanchez. «Purtroppo la situazione è più complessa di quanto sperassimo».
Alejandro non si muove. Tutto il suo corpo si tende, e non so se sono impazzita, ma è come se lo avvertissi, sintonizzata sulla sua frequenza. Scommetto che se gli prendessi il polso ora, lo sentirei battere all’impazzata.
Si sta preparando a ricevere brutte notizie, e non sbaglia.
«Parliamo di una lesione importante del legamento crociato anteriore, associata a un danno meniscale. Se vuole recuperare completamente la stabilità del ginocchio, dovremo intervenire chirurgicamente. E prima lo facciamo, prima avremo garanzia di un buon risultato. Anche se…».
Il silenzio che segue la pausa costernata del professore è così fitto da sembrare materia. Fuori dalla finestra, Madrid continua tranquillamente la sua giornata, sotto un sole caldo e brillante. Dentro la stanza, invece, il tempo sembra fermarsi.
«No» sentenzia Alejandro, scuotendo la testa.
«Alejandro…».
«Voglio un altro parere».
«Non posso essere operato adesso»
La sua voce è profonda. Più profonda di quanto sembri quando scherza o provoca. Ha qualcosa che costringe tutti ad ascoltarlo.
«Non è una decisione che può prendere sulla base dell’istinto» replica Sanchez con calma. «Se rimanda troppo a lungo rischia di compromettere il recupero».
«Non posso essere operato adesso».
«Perché?».
«Perché tra due mesi dovrei essere a Wimbledon. Ho giurato che vincerò quel titolo, per mantenere la testa del ranking mondiale».
«Mi sembra che abbia un bel vantaggio» prova a dire Sanchez. Ma lui fa una smorfia.
«La concorrenza è agguerrita».
«Lei non sarà a Londra. È fuori discussione».
Daniel lo dice senza alcuna delicatezza, mentre mi sfugge un sibilo. Alejandro lo fulmina con lo sguardo.
«Grazie per la sensibilità. Era materia di esame?».
«Lo chiamo realismo. Troppa pietà non serve al paziente».
«Nemmeno fare gli stronzi. Soprattutto con i propri collaboratori».
Per un attimo congelo sul posto. Lo ha detto veramente? Sul serio?
I due si fronteggiano come due galli nel pollaio. Se non fossi così tesa, lo troverei anche uno spettacolo divertente. Lo sguardo di Alejandro Ruiz saetta nella mia direzione. Come fa ad aver capito qualcosa?
«Basta». Sanchez interrompe immediatamente il battibecco, voltandosi verso Alejandro. «Nessuno le sta dicendo che la sua carriera è finita. Anzi. Le stiamo dicendo esattamente il contrario. Se vuole tornare a giocare ad altissimi livelli, questo intervento è la strada migliore».
«Non è così semplice»
«Non posso crederci». Le parole mi escono prima che possa fermarle.
Tre paia di occhi si voltano verso di me. Alejandro inarca un sopracciglio.
«A che cosa, dottoressa peluche?» mi provoca.
«Del fatto che fosse pronto ad arrendersi così facilmente».
«E che ne sai tu dell’arrendersi?».
«Guarda che medicina è per tosti. Non sfidarmi» replico. «Credo che sia peggio stare 13 ore in sala operatoria, cercando di far camminare un paziente, che giocare a racchettoni».
Mi accorgo che sono passata al tu solo quando incrocio lo sguardo costernato di Sanchez e della sua assistente.
«Signor Ruiz…» attacca il professore.
Ma Alejandro, a sorpresa, scoppia a ridere. Come se la tensione si fosse stemperata di colpo.
«Non è così semplice» afferma, brusco. Ma sotto ci sento qualcosa che assomiglia disperatamente a una richiesta di aiuto.
A sorpresa, scoppia a ridere. Come se la tensione si fosse stemperata di colpo. «Non è così semplice» afferma.
«Cosa?».
«Essere uno sportivo. Avere tutto il mondo che ti guarda, aspettandosi qualcosa da te».
Per un istante penso alla mia famiglia, a tutti i sacrifici che ha fatto per sostenermi negli studi. Ai voti. Agli esami, alle notti in bianco. E alla dannata borsa di studio. A Daniel, che ogni giorno sembra aspettare il momento giusto per vedermi fallire. E un groppo mi si forma nella gola.
«Può darsi che io non lo sappia». La mia voce è più calma di quanto mi aspettassi. «Ma so cosa significa svegliarsi ogni mattina e dover dimostrare qualcosa a persone che sono convinte che non ce la farai. E senza nemmeno ricevere una medaglia, alla fine».
Gli occhi di Alejandro restano fissi sui miei.
«Non è la stessa cosa».
«No». Annuisco. «Ma alla fine, possiamo aiutare le persone a stare meglio. E questo è un grande traguardo. Ognuno ha il suo. Ognuno può scegliere le proprie battaglie, signor Ruiz».
Per un attimo nessuno parla. La stanza d’ospedale è cristallizzata nel silenzio. Poi Alejandro abbassa gli occhi, e qualcosa nella sua espressione cambia.
«Ci penserò» concede infine.
Ha chiesto di te
Esco dalla stanza di soppiatto, cercando di riprendere fiato.
«Lavinia».
Mi volto. La dottoressa Maria Martinez mi raggiunge con alcune cartelle sotto il braccio.
«Hai un minuto?».
«Certo».
Mi sorride, conciliante. Almeno lei non mi dà l’impressione di considerarmi un fallimento.
«Ruiz non vuole essere operato subito. Faremo altri consulti nei prossimi giorni e continueremo a monitorarlo, sperando che nel frattempo prenda una decisione».
«Più o meno quello che mi aspettavo».
«Va bene. Sei stata brava, lì dentro».
«Non lo so. Spero di non aver esagerato» sospiro, la voce che vibra.
«Alcuni pazienti richiedono misure estreme. E credo proprio che stavolta abbia funzionato».
«Che significa?».
Maria sembra trattenere una risata. «Ha chiesto espressamente che sia tu a seguirlo».
Resto immobile. Pietrificata.
«Come scusa?».
«Ha detto che non vuole parlare con nessun altro, a parte Sanchez… E te».
«Perché?».
«Non ne ho la minima idea» alza le spalle, prima di allontanarsi per il corridoio affollato.
Alejandro Ruiz è irritante. Arrogante come pochi, e dotato di uno stellare super io. Testardo e indisponente. È probabilmente la persona più complicata che abbia mai incontrato.
Sarà un disastro
«Sarà un disastro, me lo sento» gemo, massaggiandomi la tempia. Sto morendo dall’ansia e il mal di testa mi trapana il cranio.
«Ci mancava solo lui. Ma perché gli uomini non mi lasciano in pace? Che cosa ho fatto di male?» mi lagno, mentre Pilar mi porge l’ennesimo caffè della giornata. A volte vorrei iniettarmelo direttamente in vena.
«Riesco a immaginare scenari peggiori, Lavi».
«Perché non lo conosci».
«So che è bellissimo. Ricco. Sexy. Le sue fidanzate modelle non credo si siano mai lamentate».
«Scusa?» indico tutta la mia piccola persona. Compresi lo stetoscopio, gli zoccoli rosa e la matita mangiucchiata che ho usato per raccogliermi i capelli. «Sono un disastro. In ogni senso».
«Io credo di no. È solo che non credi abbastanza in te stessa».
«Pilar, quel tipo è una bomba a orologeria. Tiene in mano la mia carriera, specie visto il rinnovo del contratto. E lo stesso Daniel. Senza contare che la sua carriera stellare è a rischio, se l’intervento non riesce».
«È davvero messo così male?».
«Non dovrei dirlo, ma…».
«Capito».
«Sarà un disastro, me lo sento» gemo, massaggiandomi la tempia. Sto morendo dall’ansia, e il mal di testa mi trapana il cranio in un martellare incessante.
«E tu non permetterglielo». Il cellulare di Pilar inizia a vibrare senza sosta. «Devo scappare. Promettimi che non farai cazzate».
«Più di così?» sbotto, ironica.
«Ricordati… Tutto può diventare una favola!» chiosa, allontanandosi.
«Anche un incubo?».
La terrazza sul tetto
Mi dirigo verso il reparto. Anch’io ho altri pazienti di cui occuparmi, comunque. Ed è solo per caso che gli occhi mi cadono ancora sulla porta della stanza di Alejandro Ruiz. Vedo una donna dai capelli scuri entrare di gran carriera, senza nemmeno chiedere il permesso. Superfluo dire che è bellissima, e sembra anche parecchio preoccupata. Ma questi non sono in ogni caso affari miei.
«Al lavoro, dottoressa Moretti» mi esorto. «Le borse di studio non si vincono da sole».
Diverse ore dopo, sono esausta. Il mio turno è quasi finito, ma non ho quasi la forza di trascinarmi in metropolitana per arrivare a casa. È una serata bellissima. Madrid è avvolta da una luce stupenda, e Pilar dev’essere ancora impegnata in sala operatoria, visto che non mi risponde.
Non lo so perché, ma decido di trascorrere gli ultimi minuti in ospedale nel mio posto preferito.
Decido di trascorrere gli ultimi minuti qui nel mio posto preferito. È una terrazza sul tetto, vicina a ortopedia.
È una terrazza sul tetto, vicina al reparto di ortopedia, che si trova all’ultimo piano. Non ci va quasi mai nessuno e adoro rilassarmi lì dopo una giornata complicata. Si vede quasi tutta Madrid e da lì mi ricordo che le cose possono essere semplici. Basta farle diventare più piccole, esattamente come il traffico e le persone che corrono, minuscole e silenziose, mentre le osservo dall’alto del mio eremo privato.
Oh, ma guarda un po’. Il mio eremo stasera non è privato per niente. Ma occupato dall’ultima persona che mi aspettavo.
Non ti ha vista, Lavi, sei ancora in tempo. Coraggio. Fila via.
Sto per fare marcia indietro, ma Alejandro Ruiz non è il miglior tennista del mondo per caso. Mi capta, girando di scatto la testa. In un attimo, i miei occhi sono annegati nei suoi ed è troppo tardi per scappare.
«Mi dai la caccia, adesso?» mi apostrofa, sgarbato.
«Non direi! Sei tu che hai rubato il mio posto. Ti ho già visto abbastanza per oggi».
«E il premio medico dell’anno va a…» recita, teatrale, facendo un gesto ampio con la mano.
«Molto divertente» bevo un sorso della mia bottiglietta d’acqua, per darmi un tono. Le mani mi tremano appena, non so se per la rabbia o cos’altro. Non è emozione. Neanche per sogno.
«Che cosa resterebbe di me?»
«Hai paura dell’altezza?» domanda, brusco.
«No. Cioè, non verrei quassù per rilassarmi se soffrissi di vertigini. Ti pare?» replico, cercando di attribuire alla mia voce una sicurezza che non ho.
«Quindi?» mi faccio più vicina. Non ho intenzione di farmi intimorire da lui. «Qual è il mistero?».
«Il mistero?».
«Sei uno tosto. Abituato ad avere sangue freddo. Perché tanta paura di un intervento?».
«Puoi immaginare la risposta, doc».
«Già. Ma voglio saperlo da te».
Lui respira a fondo e lentamente, come se portasse sulle spalle tutto il peso del mondo.
«Hai mai pensato di valere qualcosa solo per ciò che sai fare? Le persone… gli altri. Tutti quanti. Vogliono solo una parte di me. E se perdo quella, che cosa resta?».
Fa un sorriso amaro e così triste, guardando Madrid che si estende immensa e bianca davanti a noi, dal tetto dell’ospedale. «Se l’intervento andasse male, io… potrei non poter più giocare».
«Già. Ma nemmeno se lo eviti. Il tuo ginocchio non può più reggere questi ritmi. E la situazione non migliorerà».
«Credi che non lo sappia?» m’interrompe, amaro, voltandosi di scatto. Il suo sguardo mi brucia. «Ma se andasse male, potrei comunque non tornare al livello di prima. Potrebbe essere tardi. E allora? Che cosa resterebbe di me?».
Sembra assurdo sentire tanto dolore nella voce di quest’uomo, l’idolo di milioni di tifosi in tutto il mondo. E sembra strano che abbia scelto proprio me per condividerlo. Ci conosciamo solo da poche ore, ma è come se mi avesse permesso di sbirciare nella sua anima, nel vero se stesso. Forse perché era così vulnerabile da essersi dimenticato di nascondersi.
«Io credo che a chi ti ama non importerà» soffio.
«A chi, mia sorella? Dai per scontato che ci sia qualcun altro di veramente importante?».
«Sul Web… la stampa…» balbetto come una scema.
«Non credere a tutto ciò che vedi, doc. Perderesti la scommessa». Fa una smorfia. «Io… ho sempre pensato solo al tennis. A diventare il migliore. Non ho avuto spazio per nient’altro».
«Nemmeno per tutte quelle ragazze?» mi mordo la lingua. «Scusa, non sono affari miei».
«A chi credi che non piaccia farsi fotografare con il tennista più famoso del mondo? Ma i sentimenti sono un’altra cosa. A nessuno importa quello che provo davvero» replica, amaro.
«Che cosa ti piace di quello che fai? Cosa ami veramente del tennis?» lo interrogo, dopo un lungo silenzio.
Alejandro sorride, adesso. Un sorriso timido e sincero. «La terra rossa è la mia preferita. È come se fosse viva. Ti macchia le mani. Amo vederla spandersi attorno alla palla. Io… amo tutto di quei momenti. La competizione. Persino la fatica e il sole che ti acceca».
«Allora pensa a quello. Alla cosa che ami di più».
«È quello a cui pensi tu quando hai a che fare con i pazienti impossibili, doc?».
«È un modo per scusarti?».
«Forse».
«E tu, invece? Di cosa hai paura?».
«Anch’io di perdere il mio lavoro. La borsa di studio sta per terminare e non so se l’ospedale mi confermerà».
«Allora puoi capirmi».
Tormento la bottiglia d’acqua e poi sfilo l’elastico della mia coda di cavallo oramai spettinata. Devo essere un disastro. Ma non m’importa. «Sì. Per rispondere alla tua domanda, io amo questo lavoro. Amo aiutare le persone a sentirsi meglio, a vivere nella maniera migliore. Che siano sportivi, anziani… So che stanno male. Ma quando tornano a sorridere… Non c’è niente che valga tanto».
«Nemmeno sopportare un tennista stronzo?».
«Nemmeno».
Domani
Stiamo sorridendo, adesso.
«Stai cercando di convincermi, dottoressa Moretti?».
Alzo appena le spalle. «Funziona?».
«Ci penserò stanotte».
«Stanotte vale una carriera?».
«Forse».
«Dovresti parlare con qualcuno di cui ti fidi. Di cui ti fidi davvero, intendo».
«L’ho appena fatto».
Siamo vicini, adesso. Lui mi guarda fisso negli occhi. Posso respirare il suo profumo, posso sentire il suo calore.
Siamo vicini, adesso. Alejandro mi guarda fisso negli occhi. Posso respirare il suo profumo, così buono e speziato, posso sentire il calore che emana. È teso, lo vedo dal modo in cui gli tremano le mani. Ma è magnetico. Una forza della natura. Capisco perché è arrivato a questi livelli.
«Se qualcuno può riuscirci, sei tu. Sei un campione. Ma credo che tu sia anche molto altro».
«Grazie» sussurra. «A quanto pare hai un dono, dottoressa. Calmi le mie crisi di nervi. Anche ieri».
Sono stupita che ne parli. Eppure, lo fa, e senza cedere di un passo. Siamo vicinissimi. Ha invaso il mio spazio, ma non sarò io a fare marcia indietro.
«Quindi? Ci penserai?» chiedo piano.
«Tu… ci sarai? Qualsiasi cosa decida?».
«Non verrei mai meno al mio dovere».
Annuisce. «Allora… domani» prosegue. Non dice altro. Ma so che ci sarò.
«Domani».
E un sorriso nasce sul volto di entrambi.
«Grazie, doc». Mi sfiora la mano, prima con timidezza, come se mi chiedesse il permesso. Ma io non la ritraggo. Lui allora la afferra forte, con la sua mano piena di calli. La stessa che impugna una racchetta dominando il mondo.
Siamo qui, sopra la città impazzita. Entrambi abbiamo paura di perdere ciò che amiamo. Ma entrambi sappiamo che non è finita. E abbiamo voglia di lottare.
Puntata 3
Il punto decisivo
Mi sveglio e scatto a sedere dritta nel letto, come dopo un brutto sogno. Certo, dev’essere stato quello. Per forza. Quello che è successo nei giorni scorsi, i litigi con Daniel, Alejandro Ruiz… Non può essere vero. Di sicuro, ho mangiato piccante ieri sera e mi sono addormentata guardando un torneo del Grande Slam. Il mio cellulare vibra insistente.
Maria: «Ricordati che oggi completiamo il preoperatorio di Ruiz. Non fare tardi!»
L’assistente del professor Sanchez è così precisa da mandare messaggi alle sei del mattino.
Subito sotto, c’è un altro messaggio, da un mittente che mi fa strabuzzare gli occhi.
Alejandro Ruiz: «Dormito bene, doc? Non fare tardi».
Di sicuro mi sta scrivendo nel pieno di un attacco d’ansia e di solitudine, nonostante sia ammirato da mezzo mondo per la sua bellezza e il suo talento.
Non so se sia normale che in questi pochi giorni di tregua abbia già scoperto così tante cose di lui. Innanzitutto, ho scoperto che odia gli ospedali. Che preferisce il dolce al salato. Che è originario proprio di Madrid e che pensa che l’unica cosa che manca alla sua città è il mare. Che la sua maschera da stronzo, forse, è proprio una maschera. Ma non saprei. Mica ci si può fidare più di tanto degli uomini.
Il che mi ricorda che devo correre in reparto. Perché il mio capo, che mi ha tradita e che mi odia da quando mi sono rifiutata di passare sopra alla cosa tornando a letto con lui, non aspetta altro che di farmela pagare. Ah, e forse non verrò riconfermata, e perderò il mio lavoro.
«Lo sai, lo capisco. Ma tu non sei solo questo»
Il mio feed ha già capito che Ruiz mi interessa (chissà come mai) e mi rimanda ogni genere di speculazione sulle sue condizioni.
Carriera a rischio per il fenomeno? Quanto resterà fuori Alejandro Ruiz? Giochi finiti per il numero uno?
La concorrenza è spietata. Praticamente, ho scoperto pure che il tennis di livello mondiale è una specie di Hunger Games, solo un filino meno spietato.
Non so veramente come Alejandro possa resistere a una pressione simile. Ma, per assurdo, posso capire come mai abbia paura di perdere tutto questo. E ho bisogno di dirglielo.
«Lo sai, lo capisco. Ma tu non sei solo questo. Non è la tua identità».
«Buongiorno anche a te».
Entro nella stanza di Alejandro ancora con il fiatone. Pilar mi ha guardata storto per cinque minuti buoni, prima che il suo telefono suonasse per un’urgenza, salvandomi da un interrogatorio che non sarebbe finito bene per la sottoscritta.
«Il fatto è che tu credi che lo sia».
«Hai ingoiato un libro di Freud a colazione? O ti sei persa in qualche reel motivazionale su Instagram? È per questo che sei in ritardo?».
«No, è che…». Cavolo. Dovrei sentirmi una stupida, ma Alejandro mi guarda con un sorriso storto, irresistibile e luminoso. Come se mi stesse davvero aspettando. Non correre con la fantasia, scema. Ha solo paura. Paura di tutto questo. È meglio ascoltare le tue stupidaggini piuttosto che farsi venire un attacco di panico, in fondo. «Lasciami finire. È che ti capisco. So cosa provi. Sei abituato a non credere in niente, se non in te stesso. Ed è questo che devi fare. Anche adesso».
«Non è che abbia capito molto».
«Cosa ti ha portato a essere quello che sei?» mi avvicino, senza smettere di guardarlo.
«Mio padre» risponde, dopo una lunga pausa. «Ma è una lunga storia».
Il peso di un padre
Okay. Non fingerò di non aver notato che i suoi genitori sono assenti da quando è ricoverato. Si sono visti il suo manager, la sorella, che però è molto impegnata e passa quando può, e nessun altro familiare. E so che Alejandro ha bisogno di parlarne con qualcuno.
«Lui… ha visto talento in me fin da bambino. Mi ha spinto in ogni modo possibile. E ho sempre pensato che l’unico modo di guadagnarmi il rispetto degli altri, fosse vincere. “Guarda quanti sacrifici faccio per te. Guarda quanto mi costi. Devi vincere, Ale. Se non vinci, è solo colpa tua”» spiega, il tono triste.
«E tua madre?» chiedo, con un filo di voce.
«Ci ha abbandonati quando io e Irena eravamo bambini. E mio padre… era così triste. E io volevo disperatamente renderlo felice».
«Ma chi rendeva felice te?».
«Io» fa una smorfia amara. «Vincere piace anche a me, cosa credi».
«Ma devi farlo per te. Non per gli altri».
«Lo so. Io e mio padre… non ci parliamo più da quando l’ho licenziato come manager. Il nostro rapporto era diventato impossibile. Sono passati cinque anni. Credi davvero che gli importasse davvero di me o solo di quello che potevo fare? O peggio, dei miei soldi? Non siamo mai stati ricchi, prima. Io ero il suo riscatto. Non parlava d’altro che dei miei risultati, fin da quando ero un bambino. Non era mio padre, soltanto il mio procuratore».
Ha il fiatone e gli occhi lucidi. «Scusa. Non volevo. Ma mi ha fatto bene, sai… parlarne». Allungo una mano e afferro la sua.
Alejandro ha il fiatone e gli occhi lucidi.
«Scusa. Non volevo. Ma mi ha fatto bene, sai… parlarne».
Che cavolo. Il mio corpo deve essere dotato di vita propria, perché allungo una mano e afferro la sua.
«Non devi scusarti. Assolutamente».
«Sai quante confessioni sentirai, doc. Ci sarai abituata».
Sto per rispondere che no, non è così. Che parlare con lui è diverso. Che mi ha fatto piacere, e insieme mi ha spezzato il cuore. Ma l’ingresso di un’infermiera interrompe il momento di confidenza. Ritraggo la mano di colpo, e subito sento freddo. Uno strano freddo che non ha ragione di esistere.
«Sei umano, campione» mormoro con un sorriso timido. Esco di fretta dalla sua stanza, come se stessi scappando. E, in effetti, è proprio così.
«Tu sei la prima»
Quando torno, dopo qualche ora e un intervento complesso in sala operatoria, mi sento esausta e svuotata. Per fortuna almeno non ho incrociato Daniel, oggi. Sto per avvicinarmi alla porta di Alejandro, con la scusa di chiedere come sta, quando praticamente mi scontro con la sua copia al femminile.
«La dottoressa Moretti?» mi chiede, con espressione indecifrabile.
«Io… sì».
«Piacere, sono Irena Ruiz. Non ci siamo presentate ufficialmente, ho sempre parlato con i suoi colleghi…».
«Io sono solo una specializzanda» mi giustifico. La sua aria è seria e inizio a preoccuparmi che possa crearmi grane per la confidenza che mi sono presa con suo fratello.
«Non lo so e non m’interessa» mi blocca, brusca, e io tremo.
Non ho bisogno di dare a Daniel ulteriori motivi per crearmi problemi. Non… Oh.
Irena Ruiz adesso sta sorridendo, con uno sguardo incredibilmente simile a quello del fratello.
«Posso abbracciarla, dottoressa?». È entusiasta. «Grazie di aver parlato con Alejandro. Lui ha accettato di fare l’intervento il prima possibile e a quanto sembra è merito suo. Non so come ringraziarla. Non riuscivo a farlo ragionare».
«Non ho fatto niente di speciale» mi schermisco.
«Sì, invece» scuote la testa. «Alejandro è… molto diverso da come sembra. Il campione sicuro di sé, e tutto il resto. Non dico sia solo una maschera, in campo lui è veramente abituato a essere il migliore. Ha grinta, e coraggio. Ma nella vita… ne ha passate tante. Ed è sempre molto solo. Io ho sempre fatto del mio meglio, ma… per certe cose nemmeno una sorella basta».
«Oh, io sono sicura che…».
«Lui ha preso male la faccenda dell’infortunio, ha trascurato il problema per mesi, perché non voleva curarsi. Ha fatto finta di niente, stringeva i denti e andava avanti. Come ha sempre fatto. Non ascolta nessuno, da troppo tempo. Tu sei la prima».
Non so cosa dire. Resto quasi pietrificata davanti alla sua gratitudine palese.
«Non a me. E poi, chi ha parlato di amore?»
In realtà non è la prima volta che mi capita, anzi: è una delle cose più belle del mio lavoro sapere di aver contribuito a far stare meglio qualcuno, vedere la gioia sul suo viso e su quello dei familiari. E allora perché il cuore mi sale fino in gola e si mette a correre come se fosse impazzito? Perché all’improvviso non riesco a parlare?
Volevo entrare a vedere come sta Alejandro e sentire se aveva deciso qualcosa sull’intervento. Ma ho avuto la mia risposta, e soprattutto adesso non ce la farei a guardarlo negli occhi.
Annuisco piano e poi con la scusa di un consulto scappo via per il corridoio come se fossi una ladra.
«Oh, Lavinia. Non dirmi che ci sei cascata».
Pilar e io stiamo condividendo un panino, fuori nei giardini dell’ospedale. Non avrei voluto raccontarle nulla, ma le è bastato guardarmi in faccia. E poi, avevo troppo bisogno di sfogarmi.
«L’importante è che abbia accettato di farsi operare. Il resto non conta» mugugno, mangiando di malavoglia.
«I tuoi sentimenti non contano?».
«Sentimenti… figurati. Non c’è niente tra noi. Lo conosco da neanche una settimana!».
«Bastano poche ore per innamorarsi». Pilar alza le spalle e io avvampo. «Non a me. E poi, chi ha parlato di amore?»
«Bastano poche ore per innamorarsi». Pilar alza le spalle e io mi sento avvampare.
«Non a me. E poi, che esagerata! Chi ha parlato di amore?».
«Sarà! Guarda che faccia».
«Finiscila. Quello che conta è che lui stia bene. E che io possa fare il mio lavoro senza che Daniel mi metta i bastoni tra le ruote. Almeno avrò acquistato punti con Sanchez. Mi accontenterò di vederlo vincere in televisione» mormoro, già malinconica.
«Ti accontenti di poco, amica mia».
«L’importante è porsi obiettivi realistici. Le favole non sono per me, te l’ho detto».
«E chi dice che hai ragione?».
Il telefono suona. Giusto per ricordare la mia vita pragmatica e incasinata.
«Magari mi dedicherà uno slam!» cerco di sorridere, addentando l’ultimo morso del panino.
«Vai. E salvagli la carriera, eroina» replica Pilar con fare drammatico, portandosi una mano al cuore e guadagnandosi un’occhiataccia.
«Eri ciò che mi ci voleva per vincere le mie paure»
«È in ritardo, signorina Moretti». Daniel è brusco e seccato. E credo che si sia accorto del sorriso che mi ha rivolto Ruiz.
«Dottoressa. Dottoressa Moretti» replico, cercando di tenere ferma la voce. È come se volessi dire a Alejandro che non ho paura, e nemmeno lui deve averne.
«Come crede. Stavamo illustrando al signor Ruiz il dettaglio dell’intervento di domani. Ma se pensa di essere già abbastanza esperta…».
«Non proprio» esclamo, alzando la testa. Vedere Alejandro seduto sul letto con aria tranquilla e lo sguardo puntato su di me mi rende coraggiosa. Io so cosa sto facendo, maledizione. Lo so. «Oh, certo» sorrido. E poi, con una sicurezza invidiabile inizio a sciorinare tutti i dettagli dell’intervento, che studio da giorni con una frenesia che rasenta la devozione. Mi sono procurata un bel mal di testa, e non è nemmeno finita. Ma non hanno prezzo la soddisfazione che leggo sul volto del professor Sanchez e il fastidio che vedo su quello di Daniel.
«Bene, la nostra specializzanda ha riassunto alla perfezione quanto le avevo già spiegato io. Se non ci sono altre domande…».
«Preferirei parlare un attimo con la dottoressa, ma no. Per quanto riguarda la procedura, direi che abbiamo chiarito alla perfezione» ribatte Alejandro, senza smettere di guardarmi.
Di colpo mi sento brutta e sciatta. Ma nel suo sguardo non c’è nulla di tutto questo, e non appena il codazzo di medici titolati sparisce oltre la porta della sua stanza, si lascia andare a un lungo fischio.
«Però, doc. Li hai mandati a stendere!».
«Sì. Se sopravvivo» sospiro.
«In che senso?»
«Lasciamo perdere».
«Ehi, tu mi stai aiutando molto, Lavinia. Lascia che faccia lo stesso con te».
Lavinia. Mi ha chiamata per nome.
Ecco, penso che adesso potrei mettermi a piangere. Ma non posso farlo. Non voglio, e stringo i pugni e trattengo queste lacrime di stanchezza e paura, perché non voglio permettere a tutto questo di abbattermi.
Troppo tardi, forse. Non sto piangendo, ma lo sforzo per non riuscirci è evidente.
«Coraggio, vieni qui» Alejandro si alza in piedi con una smorfia per via del ginocchio malandato. Ecco, adesso mi sento ancora più una stupida.
«Mi vuoi dire che problemi ci sono tra te e quel medico?».
«Come hai fatto a capirlo?».
«Non è difficile. Ti provoca. Ti tratta da stronzo. E non smette un attimo di guardarti».
«Sei perspicace».
Cerco un fazzoletto nella tasca, e ovviamente non lo trovo, così Alejandro ne prende uno di carta dal comodino e me lo porge.
«So osservare. Non sei stata con lui?».
«No, noi…». Che imbarazzo. Vorrei che una voragine si aprisse nel pavimento e m’inghiottisse. «Abbiamo avuto una storia, va bene? Ma quando ho capito che non era la sola, l’ho mollato. Da quel giorno mi odia, ma come posso denunciarlo? Lui… io ero consenziente. È stata una mia scelta, come lo è di tutte. Sa essere gentile e affascinante. Ma invece è uno stronzo. Ed è pure vendicativo. Mi ha messo sul tuo caso perché sperava che combinassi un disastro, dato che…» mi blocco. Ma oramai è tardi.
«Sono un tipo impossibile. Un paziente da incubo. Ma ti ha sottovalutata» conclude lui.
«Potremmo dire così».
«Eri ciò che mi ci voleva per vincere le mie paure». Mi fissa, con i suoi occhi di velluto, e io sono ipnotizzata. «E questo non lo aveva calcolato».
Sorride, e si fa ancora più vicino. Se mi concentro, posso sentire il battito furioso del suo cuore.
«Perché mi ci voleva la sincerità per trovare il coraggio. Ed è merito tuo».
«Non ho fatto niente» sorrido, e lui mi stringe forte la mano.
«Sarai con me, domani?».
«Certo. Tutto il tempo».
«Lo prometti?».
«Non c’è altro posto dove vorrei essere» sussurro.
«E se… perdessi tutto ciò che sono? Che cosa mi resterebbe?».
«Non puoi perdere ciò che sei. E nemmeno quello che hai realizzato. E ci devi credere, Alejandro».
«Ci crederò».
Così dicendo, poggia la sua fronte sulla mia. Trattengo il respiro. Siamo vicini. Troppo vicini. Ed è bellissimo, accidenti.
«Eri ciò che mi ci voleva per vincere le mie paure». Mi fissa con i suoi occhi di velluto, e io sono come ipnotizzata.
La mattina dell’intervento
La mattina dell’intervento sono più tesa di lui. O almeno immagino, perché Alejandro mi ha mandato un messaggio sul telefono con scritto semplicemente: «Stai calma».
Mi sarei anche agitata di più, non fosse che mi sembra ancora surreale ricevere un messaggio sul telefono da Alejandro Ruiz.
Tutto il mondo sa che oggi sarà operato al ginocchio e che questo potrebbe cambiare la sua carriera. Come se non fossi già abbastanza tesa.
«Stai tranquilla. Non lo devi operare tu».
«Ma sarò lì. Sarò parte dell’equipe. Non ce la faccio».
«Sì che ce la fai. Lui crede in te. Sarebbe il caso che cominciassi a crederci anche tu».
«La sua carriera è troppo importante, e…».
«Lavi, ascoltami». Pilar s’inginocchia davanti a me negli spogliatoi, dove tormento la mia cuffietta chirurgica portafortuna, quella con i gattini. Mi balena in testa l’atroce pensiero di quanto sarò ridicola con questa cosa in testa tra poco, davanti ad Alejandro. Non fosse che c’è ben di peggio in ballo.
«Certo che è importante. Molte persone fanno affidamento su di lui. E sono sicura che tutti farete del vostro meglio. Ma ci sono cose più importanti. Vivere, per esempio. E voler bene a una persona. Stargli accanto quando serve, nei momenti difficili. E sono sicura che questo voi lo capiate benissimo».
«Non è reale» alzo le spalle. «Non può esserlo».
«Forse no» conviene Pilar «ma può diventarlo. E tu sei qui, ora. E lui ti aspetta. Corri, dottoressa».
Annuisco, con un groppo in gola. E mi precipito da lui.
«Infrangiamo le regole»
Alejandro non è solo. Con lui ci sono uno stuolo di persone, anche sua sorella Irena, che mi lancia uno sguardo ansioso, seguito da un flebile sorriso. C’è una tensione palpabile nell’aria. Eppure, lui mi scocca un sorriso, che subito ricambio.
Non merita di capire quanto sono spaventata.
E poi restiamo soli per un attimo, prima che lo portino in sala operatoria. Potrei pensare a una coincidenza, ma il modo in cui Irena chiude piano la porta, dopo essersi guardata attorno, mi fa sospettare che non lo sia.
«Allora? Ci siamo, doc?».
«Ci siamo» le nostre mani si cercano, e lui stringe forte la mia.
«Nessun rimpianto. Volevo dirtelo. Comunque vada, sono felice di aver preso questa decisione».
«È colpa mia?».
«Lavinia, hai sentito quello che ti ho detto? Sono felice di essere qui. Con te. Ma c’è una cosa che devo chiederti».
«Cosa?» domando, sentendo lo stomaco farsi di marmo.
«Sappi che non entrerò in quella sala senza un bacio portafortuna».
«Non… non è professionale».
«Infrangiamo le regole, allora».
«Sappi che non entrerò in sala operatoria senza un bacio portafortuna». «Non… non è professionale». «Infrangiamo le regole».
E io lo so che non dovrei. Maledizione, lo so. Ma non posso farne a meno. Così mi chino piano su di lui, e faccio per baciargli una guancia, ma lui gira appena il viso e le mie labbra sfiorano l’angolo della sua bocca.
Resto senza fiato e, quando lo guardo, Alejandro ha gli occhi lucidi.
«Ci vediamo dopo, doc. Io credo in te».
«Io credo in te» replico.
Il punto decisivo
Credo di non essere mai stata così tesa durante un intervento chirurgico. E nemmeno così fiera di me.
Perché, dopo aver tremato al pensiero di tutto quello che stava rappresentando, ho fatto esattamente ciò che mi sono esercitata a fare: il medico. Ho dimostrato a me stessa di essere forte e coraggiosa, e degna di tutta la fiducia che è stata riposta in me. Quella della mia famiglia. Dei miei colleghi, che non sono tutti come Daniel, al contrario. Sanchez e Maria mi hanno chiesto di ripassare insieme la procedura dell’intervento. Io l’ho fatto. E senza che mi tremasse la voce. Anche se non è stato facile.
Quando la procedura termina, sono esausta e carica di aspettative. Ho promesso a Alejandro che sarò accanto a lui quando si sveglierà.
«Allora?» domando al professor Sanchez. So di sembrare ansiosa, ma sono troppo stanca perché me ne importi qualcosa. «Si sa già se l’esito è…».
«Cara la mia dottoressa Moretti» sospira lui, lavandosi le mani con attenzione. La pausa è così lunga che temo di svenire. «La medicina non è una scienza esatta. Ma noi ce l’abbiamo messa tutta. L’intervento è riuscito. Ora dipende da lui. Quanta voglia ha di tornare a giocare».
«È uno tosto» sorrido, e non so perché, quasi mi viene da piangere.
«Non lo metto in dubbio. Fra tosti ci si capisce» mi fa l’occhiolino. «Con la famiglia e il suo manager ci parlo io. Ma scommetto che lui vuole sentirlo da lei. Sbaglio?».
«Può darsi». Credo di essere diventata bordeaux.
«Allora, vada. Si sveglierà tra poco».
Non me lo faccio ripetere due volte. Sono un fulmine e arrivo trafelata in sala di risveglio.
«Sta tornando» mi comunica poco dopo l’anestesista. E io scatto in piedi, nonostante la stanchezza.
«Allora?» domando al professor Sanchez. So di sembrare ansiosa, ma sono troppo stanca perché me ne importi.
Gli prendo la mano.
«Alejandro?».
«Mmmh».
«Come stai?».
«Sto sognando?».
«Io credo di no» gli sorrido. «Non vuoi sapere come è andata?».
Sulle sue labbra nasce un sorriso da mascalzone. E io so che è solo per me.
«Sì. Ma prima, doc… posso avere un altro bacio?».
Un anno dopo
«Oddio. Non credo di riuscirci».
Avevo detto che stare in sala operatoria da chirurgo era la cosa più emozionante della mia vita? Mentivo. Decisamente. Anche dopo che il mio contratto è stato confermato. Perché non ero mai stata a una finale di Grande Slam giocata dal mio fidanzato.
«Respira» mi esortano all’unisono Pilar e Irena, che stanno sedute al mio fianco.
Invece, il padre di Alejandro si lascia andare a una esclamazione in spagnolo molto colorita, che non posso ripetere. È bello che sia qui. Anche se i rapporti tra padre e figlio restano tesi, ci stanno provando. Ale dice che è merito mio. Lo dice anche del resto, ma io non ci credo.
«Non posso guardare» gemo, e quasi mi copro gli occhi, prima di ricordare che siamo la favola dei fotografi e che il panico della fidanzata di Alejandro Ruiz sugli spalti ha già dato spettacolo.
Il ginocchio tiene perfettamente. Lui lo giura, le visite lo confermano e il mio panico da fidanzata si bilancia alla perfezione con la sicurezza da medico. Tutto nella norma. Poi tira il colpo decisivo, e io riapro gli occhi mentre il pubblico della Caja Magica esulta per la vittoria del campione di casa dopo l’infortunio che l’ha tenuto lontano mesi dai campi da gioco.
Alejandro cade in ginocchio sulla terra rossa. La sua preferita.
Ma un attimo dopo eccolo, è da me. E mi abbraccia con le mani sporche di terra, incurante della camicia e dei pantaloni bianchi che indosso.
«Stai piangendo. Avevi promesso che non lo avresti fatto, dottoressa».
«Anche tu».
«Io non avevo promesso».
«Ce l’hai fatta». Lo guardo negli occhi. Splendono di gioia.
«È merito tuo».
«Non lo è, ma grazie».
«Non sottovalutarti, doc. Io non l’ho mai fatto».
E così dicendo mi bacia, davanti al mondo, con orgoglio. Rivendicando l’amore, la vittoria, con le mani sporche di terra rossa. Come i nostri cuori.
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