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Le tre estati

Una calda notte di luglio. Una mamma che sveglia le sue due figlie, le carica in auto. E scappa lontano da casa e dal marito, rifugiandosi dalla persona più fidata

macchina su strada tra le montagne
CREDITS: Alban Mehmeti / Pexels

Puntata 1

L'estate del sacrificio

La voce di mia madre chiamò i nostri nomi nel buio. Era la prima domenica di luglio, ma già il caldo pesava, insostenibile. Dormivamo senza lenzuola, con le finestre aperte. Il sudore ristagnava negli incavi delle ginocchia e tra le clavicole, lasciava aloni sui cuscini. Bisognava tenere le tapparelle abbassate perché a Olivia davano fastidio la luce dei lampioni e i neon delle insegne. A me piaceva ascoltare le conversazioni e le risate che venivano dal pub sotto casa. Le canzoni stonate degli ubriachi, invece, mi facevano paura. Il chiarore che filtrava dalle asole delle persiane bucherellava i poster di mia sorella presi da Cioè, i manuali di latino, i dvd, gli smalti colorati, i trofei delle gare di atletica. La mia parte di camera, il mio disordine, erano nell’ombra.

«Nora, Olivia. È ora» sussurrò nostra madre avanzando a tentoni. Calciò il libro che avevo lasciato a faccia in giù: ero arrivata al punto in cui Katniss si offre come tributo per salvare la sorella. Anche se ero la più piccola, immaginavo di essere io a fare una cosa così; Olivia mi avrebbe ammirata e avrebbe smesso di considerarmi una bambina.

Dal letto di sopra, lei fece pendere i piedi nel vuoto: «Ma è notte ancora». Aveva gambe lunghe e lisce, devastate da ponfi di zanzara. Una voce assonnata, pastosa.

Mi alzai sui gomiti, sfregando le nocche sulle palpebre: «Che succede?».

«È ora». Si limitò a ripetere nostra madre. Non avevamo in programma né una festa né un viaggio promesso, ma alle sue incursioni improvvise eravamo abituate. A volte le prendeva il bisogno di andar via, scomparire. Piano e di nascosto. Non durava che poche ore. Tornavamo la mattina dopo o, al massimo, nel pomeriggio. Ci fermavamo al primo Autogrill in autostrada, mangiavamo panini con la cotoletta e la maionese, aspettavamo che Ma’ si pentisse e, con la stessa fretta con cui eravamo scappate, ci dicesse che bisognava tornare. Si tornava sempre. Pa’ dormiva ancora, annebbiato, pesante: non si era mai accorto di niente. La vita ricominciava, invariata e testarda. Noi incastrate nel mezzo.

«Non possiamo uscire in pigiama» protestò mia sorella. «Ho le vostre cose nel bagagliaio. Vi cambiate poi là»

«Non possiamo uscire in pigiama» protestò mia sorella.

«Ho le vostre cose nel bagagliaio. Vi cambiate poi là».

«Là dove?».

«Prendete solo quello che vi serve. E non fate rumore».

Olivia raccolse il suo Eastpack pieno delle firme con l’Uniposca dei compagni di scuola. Ci buttò l’iPod, le riviste, il diario e i trucchi. Nel dormiveglia, io presi solo i miei libri, gli elastici per capelli, i calzini.

La Opel di Ma’ odorava di tabacco e profumatore al pino. Lei guidava zitta, concentrata, le mani sul volante, il fumo della sigaretta che teneva tra indice e medio svaporava dal finestrino aperto. Aveva un segno rosso e gonfio sullo zigomo, sotto gli occhi le ombre scure di chi ha pianto a lungo. Tenevo la testa sulle cosce di mia sorella, fingevo di dormire perché sapevo che senza di me lei e Ma’ facevano i loro discorsi da grandi. A 17 anni e mezzo, Olivia si sentiva già donna fatta e si offendeva se la trattavano da bambina. Mi passava le dita tra i capelli con gli stessi gesti con cui carezzava il nostro gatto: «Hai dimenticato Pascal» disse.

Nelle sue fughe da niente, Ma’ lo portava sempre. Restava ai nostri piedi chiuso nel trasportino e per tutta la giornata successiva faceva sentire il suo disappunto soffiando da sotto gli armadi.

«In campagna si perderebbe. Si farebbe mangiare da qualche randagio o chissà che».

Olivia restò in silenzio per un po’. Sentivo la paura che aveva nella pancia, la sentivo contro la nuca dai respiri lunghi che faceva. «Dobbiamo tornare indietro» disse, serissima. «Dobbiamo tornare indietro a prenderlo».

La città era una bestia addormentata. Dai davanzali spuntavano i tubi dei Pinguino, pendevano, tristi, i tricolori per i mondiali: l’Italia era stata eliminata al primo turno. I lampioni sfrecciavano contro la notte, parevano pesci che lasciavano scie. «Stavolta indietro non ci torniamo» rispose Ma’.

Dopo un po’ accese la radio per non sentire Olivia che piangeva. Nel lettore c’era uno dei suoi cd: Edith Piaf cantava che non rimpiangeva niente. Milano era una selva di luci che si allontanava all’orizzonte, una Madonnina dorata che non aveva mai pregato per noi.

La cascina, Rosaria, e il figlio della serva

Mi svegliai allo stridore delle cicale. Olivia aveva pianto per tutto il viaggio e adesso teneva il muso, nelle orecchie le cuffie.

Mi svegliai allo stridore delle cicale. Olivia aveva pianto per tutto il viaggio e adesso teneva il muso, nelle orecchie le cuffie dell’iPod, la musica altissima: Kesha le gridava addosso che dovevamo prendere la notte come dovessimo morire giovani. Mi tirai su, sul sedile, guardai fuori. Intorno a noi il cielo pulito dell’alba, tantissimo spazio come in città non si vedeva mai. L’erba era bruciata e gialla, il sole scottava. Eravamo nel mezzo di un cortile: galline razzolavano libere, un albero storto spuntava dal tetto sfondato, dall’ombra del portico venne correndo un enorme cane grigio che abbaiò forte prima di fermarsi nella polvere a grattarsi; pareva uno spazzolone, non gli si vedevano gli occhi.

Ma’ era in cima alle scale di fronte a una porta aperta. Parlava con una donna alta e grossa di cui, nascosta ancora dall’uscio, si notava solo lo sgargiante arancione della vestaglia, i bigodini tra i capelli. Ma’ si girò, indicò la macchina, noi. La donna si fece avanti, si sporse dal muretto e agitò una mano per salutare.

«Guarda, Olivia» la strattonai per una manica. «È Rosaria, guarda!».

Lei diede un’occhiata dal finestrino, sbuffò, affondò ancora di più nel sedile: «Io non scendo. Di’ a mamma che non scendo».

Rosaria scese le scale con una grazia che non le ricordavo. Aveva l’espressione affannata e piena di timore di chi cerca di nascondere lo sconcerto. Ma di vederci dopo tanti anni sembrava felice: «Quanto siete diventate belle. Due signorine».

Ma’ ci raggiunse. Accanto a lei sembrava rimpicciolita, contrita e sofferente; in castigo: «Devi proprio scusarmi il disturbo, Rosaria».

«Ma che disturbo e disturbo, signora. Lei non deve scusarsi di niente. Se non ci si aiuta tra noi». Sbrigativa, ciabattò dietro la macchina, spalancò il bagagliaio, iniziò a scaricare.

«Chiamami Letizia. Non servono i convenevoli. È passato tanto tempo» disse nostra madre. Si sporse dalla lunetta, ci chiamò: «Avanti. Non state lì così. Non è educazione».

Spalancai la portiera, saltai giù. Rimpiangevo di aver portato poche cose. Ma quella era una situazione nuova e non sapevo che pensare. Avevo lasciato a casa i compiti delle vacanze, il NintendoDS con l’isola di Animal Crossing. Salutai Rosaria con ritrosia e vergogna; ricordavo come mio padre l’aveva cacciata lasciandole i soldi sotto lo zerbino, vietandole di entrare, a noi di incontrarla.

Mi abbracciò, affondai nei suoi seni morbidi come pane. Mi mise una mano sulla guancia, sorrise: «Sono proprio contenta».

I nostri vestiti erano dentro buste di plastica gialle del supermercato. Olivia si lamentò che mamma aveva preso le cose sbagliate, magliette vecchie che non metteva più.

Rosaria diede una voce verso la rimessa. Vi usciva un ragazzo che portava a mano una bicicletta da corsa con il manubrio all’ingiù.

Rosaria diede una voce verso la rimessa. Vi usciva un ragazzo che portava a mano una bicicletta da corsa con il manubrio all’ingiù, riparato con nastro adesivo. Aveva un groviglio di capelli scurissimi e lunghi, jeans strappati sulle ginocchia, una t-shirt con il logo The X-files.

«Dài, Enea. Aiutale un po’. Fai il padrone di casa».

«Ma poi arrivo in ritardo».

«Mi aiuti a portare le loro cose in camera di nonna e vai. Se ritardi glielo spiego io al Tagliabue, tu non ti crucciare».

Lasciò la bicicletta contro il muro e, senza guardarci, raggiunse Rosaria, prese dalle sue braccia le buste della spesa, sollevò il trolley di mamma. Ci diede le spalle, salendo le scale. Io e Olivia aspettammo giù, sedute sull’ultimo gradino. Carezzavo la pancia del cane che agitava la zampa di dietro. Ma’ parlottava con Rosaria sotto il pergolato con il glicine e l’uva. Lei le teneva una mano sulla spalla, ripeteva: «Va tutto bene, adesso. Va tutto bene».

Enea tornò saltando i gradini a due a due, una sigaretta spenta tra i denti.

«Ciao» gli dissi. «Grazie».

Lui si portò l’accendino alle labbra, la fiamma gli disegnò ombre lunghe sulle guance, sotto al naso affilato. «Ciao» rispose senza sorridere. Lo riconobbi per via del neo a forma di isola che aveva sulla tempia. L’ultima volta che l’avevamo visto era un ragazzino magro e intimidito, con le croste sui gomiti e la maglietta dei supereroi presa al mercato. Se passava da noi dopo la scuola per aspettare sua madre restava in piedi in cucina, educato e serio. Olivia, sul divano con le amiche rideva di lui, lo chiamava figlio della serva. Si era fatto bello. Si era fatto grande.

«Enea? Sei tu?» chiese Olivia, la voce gentile, nascondendosi dietro di me perché del suo pigiama con Snoopy si vergognava.

Lui fece uscire fumo dalla bocca, recuperò la bicicletta, si mise in sella. Con un piede sul pedale si voltò: «Io i vostri nomi non me li ricordo. Per me eravate solo le figlie della padrona».

«Un posto in cui il tempo non esiste»

«Finiremo per morire di noia» disse Olivia il mattino dopo. Eravamo nel prato incolto dietro la cascina, dove c’erano solo cicale, barbe d’avena e terra smossa per le buche che scavava Karl Marx, il vecchio Bearded Collie, divertendosi a cacciare talpe. Olivia aveva rubato le sigarette dalla borsa di Ma’, le fumava una dietro l’altra tossendo. Le piaceva fumare; la faceva sentire grande, ma non era buona.

«Moriremo come è morta la vecchia. In quella camera che pare una chiesa e puzza di rancido». Chiuse gli occhi contro il sole che filtrava tra le foglie di un gelso. Rosaria ci aveva lasciato la camera di sua madre, morta quell’inverno proprio lì. Si scusava, ma era l’unica che non avesse buchi nel soffitto. L’aveva lasciata com’era: piena di icone di santi, acquasantiere, un enorme Cristo di legno sulla testata del letto. Mi piaceva pensare che i cigolii che avevamo sentito quella notte, i lamenti dei gufi, fossero la voce della donna che vi aveva vissuto. L’avevo detto a Olivia e lei mi aveva derisa; di Dio, della morte, dei fantasmi, rideva, sosteneva fossero sciocchezze.

«Fa’ finta che siamo in vacanza» le dissi.

«In questo posto da schifo?».

«Credi che mamma sta facendo sul serio?».

«E Pascal? Papà non se ne prende cura per bene. Non è capace».

Volevo dirle che papà non si prendeva cura di niente, ma restai zitta, mi abbracciai le ginocchia.

«Andiamo, dài». Si alzò. «Vediamo se troviamo qualcosa da fare prima di consumarci di noia».

Camminammo sul bordo della strada, lei davanti, io dietro. L’ortica mi bruciava i polpacci. Olivia schiacciava le formiche sotto i talloni. Il paese non era che una piazza assolata con il monumento ai caduti, una chiesa, l’osteria Garibaldi, una dozzina di case con le imposte chiuse, sparse e bianche come dadi gettati a casaccio dal pugno di Dio. «Posto da schifo». Olivia si lasciò cadere sotto l’alpino di bronzo e la donna che piangeva. Prese un’altra sigaretta, l’accendino era scarico. Girai intorno al monumento, lessi ad alta voce i nomi dei morti: «Questo qui aveva solo un anno più di te».

«E almeno se ne sta in pace». Quando era irritata Olivia diventava insensibile e cattiva. «Ci sarà pure un autobus o un treno da queste parti. Vado a chiedere» disse, ostinata, indicando l’osteria. C’era, accanto all’ingresso, appoggiata alla bacheca degli avvisi funebri, la bicicletta di Enea con una borsa frigo legata al portapacchi.

Presi Olivia per un polso, la trattenni. A me, di tornare a casa, non andava granché. «Che ti prende?».

Aprii la bocca per rispondere, ma boccheggiai. Una familiare ondata di calore mi attraversò la testa. Mi portai un palmo alle narici un attimo prima di avvertire il sapore del sangue. Olivia imprecò, si cercò un fazzoletto in tasca, mi disse di guardare in alto. Sapevo che era un’idea stupida e che bastava tenersi forte il naso.

Fu allora che Enea uscì dall’osteria. Ci guardò, venne verso di noi. Senza parlare poggiò la bici contro il monumento, aprì la borsa frigo, vi rovistò. Ne estrasse un pacchetto con scritto Macelleria Tagliabue, me lo porse: «Mettila in fronte e ti passa».

«Che schifo» sputò Olivia vedendo il tocco congelato di carne.

«Non è niente» dissi io. «È il sole. Mi capita sempre». Ma la carne la presi. Era gelida contro la fronte, mi ristorò.

«Sei come i vampiri» fece Enea.

«Ai vampiri non può venire l’epistassi. Non ce l’hanno il sangue».

«È che non sopportano il sole. I vampiri seri al sole ci bruciano. Mica scherzi».

Ci pensai un po’ su: «Ti piace di più Bram Stoker o Anne Rice?».

«Li hai letti?». S’illuminò, gli si slargarono gli occhi: «E Salem’s Lot? Stephen King è un mito. Lui sì che li sa fare, i vampiri».

Stavo per chiedergli se riteneva più efficace un paletto nel cuore o il taglio della testa, quando Olivia saltò su, agitò la testa per sbattersi sulle guance gli orecchini d’argento: «Che si fa qui per non annoiarsi?».

«Niente» rispose lui alzando le spalle. «Ci si annoia e basta».

«Lo immaginavo».

Enea si guardò intorno, tornò a rivolgersi a noi: «Se volete vi porto in un posto». «E che ha di speciale?»

Enea si guardò intorno, tornò a rivolgersi a noi: «Se volete vi porto in un posto».

«E che ha di speciale?» chiese Olivia.

«È un posto in cui il tempo non esiste. Si vive per sempre, lì. Puoi essere chi ti pare».

Le chiuse

Dal pomeriggio, quell’angolo segreto di fiume divenne il nostro rifugio. Si chiamava Le chiuse, Enea diceva che era suo.

Ci andava a fare ciò che da qualsiasi altra parte non si sarebbe concesso: leggere fumetti sugli alieni e libri dell’orrore, ballare ascoltando Kate Bush, lui che era l’apprendista del macellaio. Lo fece diventare nostro. Ci raccontò le storie che aveva inventato: sui mostri che lo abitavano, le voci tra i salici. Ci sfidò a tuffarci dal ponte «del diavolo», che si era preso l’anima di chi lo costruì. Ci spogliammo senza vergogna, ci lanciammo gridando. Olivia aveva il ventre piatto, peli scuri sotto le ascelle. Quando nuotava la massa nera e gonfia dei suoi capelli si confondeva con i muschi del fondale, faceva luccicare la sua pelle nuda. Enea la guardava.

Io continuai a tuffarmi mentre loro, sulla riva, si stendevano al sole. A mollo nell’acqua li ascoltai in segreto. Olivia si levò un’alga dalle dita dei piedi, senza guardarlo gli chiese scusa: «Ero una scema. A volte lo sono ancora».

Tornarono nel fiume.

Mi prese sulle spalle, mi sfidò a stare in equilibrio. Le sue ossa erano affilate. Mi venne da ridere e gridare prima di cadere

Enea mi prese sulle spalle, mi sfidò a stare in equilibrio; le ossa delle sue spalle erano affilate. Mi venne da ridere e gridare un istante prima di cadere. Non sapevo nuotare bene, Enea mi insegnava. Corse fuori dall’acqua perché lo aspettavano al macello. Promettemmo di ritrovarci l’indomani.

Tornare bambini

In quei giorni, a poco a poco, concordammo che, se il tempo non esisteva, potevamo anche tornare bambini: nel cortile giocavamo a cercarci, a inseguirci con palloncini d’acqua. Persino Olivia si scrollava di dosso la vergogna di farsi vedere giocare. Ci nascondevamo, io e lei, nella rimessa o nella soffitta dove una volta, raccontò Rosaria, si allevavano i cavalé, i bachi da seta. Quando Enea ci trovava, chiamandoci per nome, il cuore mi andava più veloce.

Al Garibaldi facevo merenda con il Cucciolone staccando con i denti il biscotto, Olivia con il ghiacciolo alla menta. Enea prendeva la birra anche se gli mancavano due mesi a fare i 18, ce la fece provare.

I vecchi giocavano a carte, parlavano dell’ondata di caldo, delle raccomandazioni al TG, del Tour de France, dell’immensa nave da crociera che da due anni era arenata all’Isola del Giglio e che in quei giorni si recuperava.

Ci sfidavamo a finire “i Bartezzaghi” lasciati a metà nelle Settimana Enigmistica abbandonate. Olivia usava la penna; di sbagliare non le importava. Facevamo le gare a biliardino e a freccette. Tra una partita e l’altra lei si divertiva a sottoporci a eterne gare di Obbligo o verità che mi facevano vergognare e fumava sigarette arrotolate; glielo aveva insegnato Enea. Lui aveva il fiato che sapeva di tabacco e di fiume. Anche i suoi baci dovevano avere quel sapore lì.

La sera, sotto il pergolato con il glicine, fremente di vespe, mangiavamo spaghetti al sugo dei pomodori dell’orto, sfregavamo aglio sul pane e facevamo scarpetta. Rosaria accendeva la radio, si ballava. Ma’ era un’incapace, si faceva guidare da lei. Io tenevo i piedi su quelli di Olivia; era aggraziata, elastica. Enea ballava a occhi chiusi, agitando la testa, cantava che eravamo sulla cima del mondo. Forse anche lì, dimenticate e lontane, si poteva essere felici.

Il tradimento nella rimessa

Il 27 luglio tornai con i capelli bagnati di fiume, il fiato che mancava. Mi piaceva andarci da sola, a Le chiuse, nuotare senza essere vista da nessuno.

La tavola era apparecchiata sotto il pergolato, gli insetti si affollavano alla luce delle lampade. Ma’ e Rosaria spuntarono in cima alle scale. Trasportavano l’enorme crocifisso, una di piedi e una di testa; Ma’ aveva detto di riposare male, sentirsi osservata.

Cercai Karl Marx, che a quell’ora dormiva nella rimessa. Nel buio, in piedi contro la cantinetta dei vini, c’erano Enea e Olivia. Lei gli si premeva addosso e lo baciava, gli sollevava la maglietta snudandogli le costole che sembravano radici sotto la neve, lui stava a occhi chiusi.

Mi voltai di scatto, feci cadere i rastrelli ammucchiati, svegliai il cane che ululò.

Olivia mi vide, le si deformò il viso; il giorno prima mi aveva derisa perché le avevo confessato che l’apprendista del macellaio mi faceva battere più forte il cuore. Si mise a correre chiamandomi. Nel mezzo dell’aia mi prese per un polso, mi fece voltare. La odiai con un’intensità che mi spaventò: «Ti prendi sempre le cose più belle».

«Sei ancora una bambina».

«La bambina sei tu, che a casa non ti sei accorta di niente».

D’un tratto il viso le si accartocciò. Negli occhi di mia sorella riconobbi uno spavento che non le avevo mai visto, una rabbia feroce: «Lo so meglio di te, invece».

Il miracolo e il Cristo con un braccio solo

Da lontano, risuonò il grido di Ma’. Ci voltammo, io e Olivia, strattonate da un filo: mamma e Rosaria caddero per un tempo eterno nel vuoto. Serrai gli occhi con la certezza di sentire lo schianto delle ossa. Accorremmo, Karl Marx abbaiava furioso, sul fondo della scala dov’erano riverse. Il Cristo aveva un braccio tranciato, schegge dappertutto. Loro, senza un graffio, si rialzavano incolumi e incredule. Il nostro miracolo. Il braccio mozzato lo lasciammo in cortile; un obelisco che spuntava dalla polvere.

Dopo cena Ma’ e Rosaria inondate dalla luce della tivù, parlavano di Dio. Al TG il relitto della Costa Concordia veniva traghettato nel porto di Genova. Mi accucciai a guardare in silenzio insieme a loro quel gigante annegato che andava a morire. Olivia si mise al mio fianco, sussurrò: «Mi dispiace».

Quella notte dormimmo pigiate come larve. Olivia aveva il lato fresco contro il muro. Io, nel mezzo, sentivo contro la schiena il respiro di mia madre che le gonfiava e sgonfiava la pancia, il naso nei capelli di mia sorella; sapeva di fiume e di pioppi. Scalciava come un cane che sogna, i campanelli della sua cavigliera mi sfioravano i polpacci. C’era l’aria quieta e remota di una chiesa, mi venne voglia di pregare. Al Cristo con il braccio spezzato, che Ma’ aveva riappeso, chiesi che ci desse la grazia di non separarci mai.

Il ritorno del padre

Nostro padre ci trovò la mattina del primo sabato d’agosto.

Stavamo sotto il portico, la mia testa sulle sue gambe. Lei mi pettinava i capelli, leggeva ad alta voce.

Io e Olivia stavamo sotto al portico, la mia testa sulle sue gambe. Lei mi pettinava i capelli, leggeva ad alta voce un racconto di Poe. Si stava appassionando, non mi derideva più.

Il cane fu il primo a sentirlo arrivare. Gli ringhiò. Lui gli sbatté contro la portiera dell’Audi, gridò i nostri nomi: «Non ha il diritto di portarvi via così. Giuro che la faccio arrestare». Aveva una voce strascicata, incattivita e sconcia, che mi paralizzò.

Olivia mi prese per mano. Mi condusse su per le scale chiamando Ma’, i campanelli della cavigliera strepitavano. Inciampò sugli ultimi gradini, trascinandomi. Si rialzò, ci rialzammo. Sapevo che avrei dovuto sentire dolore. Non sentivo niente. Nostro padre barcollò per l’aia, si aggrappò al muretto. Le galline gli starnazzavano intorno. Cominciò a salire, un passo alla volta.

Enea usciva dalla rimessa. Lasciò cadere la bici che fracassò, corse per raggiungerci. Ma’ e Rosaria si scapicollarono dalla cucina. Avevano i grembiuli in vita, il succo dei pomodori schizzato fino agli avambracci.

«A casa ci tornate. Adesso, ci tornate. Con me».

«No» disse Olivia. Mi parve di colpo cresciuta.

Nostro padre si fermò, la guardò a lungo. Di colpo scoppiò a ridere. Dal nulla tirò fuori un coltello. Olivia mi strinse a sé, mi spinse dietro di lei.

Con quel coltello ci tagliavamo il pane, era un peccato se si rovinava; una cosa stupida da pensare in un momento così.

Ma’ gridò con una voce che non le avevo sentito mai. Enea gli fu alle spalle, lo afferrò per il collo. Pa’, senza sforzo, lo colpì in viso con una gomitata; l’osso del naso scoppiò e lui cadde, rovinando.

Rosaria lo soccorse, i palmi gli si riempirono di sangue. Olivia mi afferrò le mani, io afferrai le sue. Un’assurda gara a proteggerci, chiamarci l’un l’altra. Ma’ si arrampicò per le scale con furia e spavento. Tra le mani serrava il braccio mozzato di Cristo, lo sollevò. Colpì nostro padre sulla schiena, sul cranio. Lui bestemmiò, si voltò per affrontarla. Lei lo tirò su come pesasse niente: «Indietro non ci torniamo». Senza esitare, lo spinse giù oltre il muretto.

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