Puntata 1
L'estate del sacrificio
La voce di mia madre chiamò i nostri nomi nel buio. Era la prima domenica di luglio, ma già il caldo pesava, insostenibile. Dormivamo senza lenzuola, con le finestre aperte. Il sudore ristagnava negli incavi delle ginocchia e tra le clavicole, lasciava aloni sui cuscini. Bisognava tenere le tapparelle abbassate perché a Olivia davano fastidio la luce dei lampioni e i neon delle insegne. A me piaceva ascoltare le conversazioni e le risate che venivano dal pub sotto casa. Le canzoni stonate degli ubriachi, invece, mi facevano paura. Il chiarore che filtrava dalle asole delle persiane bucherellava i poster di mia sorella presi da Cioè, i manuali di latino, i dvd, gli smalti colorati, i trofei delle gare di atletica. La mia parte di camera, il mio disordine, erano nell’ombra.
«Nora, Olivia. È ora» sussurrò nostra madre avanzando a tentoni. Calciò il libro che avevo lasciato a faccia in giù: ero arrivata al punto in cui Katniss si offre come tributo per salvare la sorella. Anche se ero la più piccola, immaginavo di essere io a fare una cosa così; Olivia mi avrebbe ammirata e avrebbe smesso di considerarmi una bambina.
Dal letto di sopra, lei fece pendere i piedi nel vuoto: «Ma è notte ancora». Aveva gambe lunghe e lisce, devastate da ponfi di zanzara. Una voce assonnata, pastosa.
Mi alzai sui gomiti, sfregando le nocche sulle palpebre: «Che succede?».
«È ora». Si limitò a ripetere nostra madre. Non avevamo in programma né una festa né un viaggio promesso, ma alle sue incursioni improvvise eravamo abituate. A volte le prendeva il bisogno di andar via, scomparire. Piano e di nascosto. Non durava che poche ore. Tornavamo la mattina dopo o, al massimo, nel pomeriggio. Ci fermavamo al primo Autogrill in autostrada, mangiavamo panini con la cotoletta e la maionese, aspettavamo che Ma’ si pentisse e, con la stessa fretta con cui eravamo scappate, ci dicesse che bisognava tornare. Si tornava sempre. Pa’ dormiva ancora, annebbiato, pesante: non si era mai accorto di niente. La vita ricominciava, invariata e testarda. Noi incastrate nel mezzo.
«Non possiamo uscire in pigiama» protestò mia sorella. «Ho le vostre cose nel bagagliaio. Vi cambiate poi là»
«Non possiamo uscire in pigiama» protestò mia sorella.
«Ho le vostre cose nel bagagliaio. Vi cambiate poi là».
«Là dove?».
«Prendete solo quello che vi serve. E non fate rumore».
Olivia raccolse il suo Eastpack pieno delle firme con l’Uniposca dei compagni di scuola. Ci buttò l’iPod, le riviste, il diario e i trucchi. Nel dormiveglia, io presi solo i miei libri, gli elastici per capelli, i calzini.
La Opel di Ma’ odorava di tabacco e profumatore al pino. Lei guidava zitta, concentrata, le mani sul volante, il fumo della sigaretta che teneva tra indice e medio svaporava dal finestrino aperto. Aveva un segno rosso e gonfio sullo zigomo, sotto gli occhi le ombre scure di chi ha pianto a lungo. Tenevo la testa sulle cosce di mia sorella, fingevo di dormire perché sapevo che senza di me lei e Ma’ facevano i loro discorsi da grandi. A 17 anni e mezzo, Olivia si sentiva già donna fatta e si offendeva se la trattavano da bambina. Mi passava le dita tra i capelli con gli stessi gesti con cui carezzava il nostro gatto: «Hai dimenticato Pascal» disse.
Nelle sue fughe da niente, Ma’ lo portava sempre. Restava ai nostri piedi chiuso nel trasportino e per tutta la giornata successiva faceva sentire il suo disappunto soffiando da sotto gli armadi.
«In campagna si perderebbe. Si farebbe mangiare da qualche randagio o chissà che».
Olivia restò in silenzio per un po’. Sentivo la paura che aveva nella pancia, la sentivo contro la nuca dai respiri lunghi che faceva. «Dobbiamo tornare indietro» disse, serissima. «Dobbiamo tornare indietro a prenderlo».
La città era una bestia addormentata. Dai davanzali spuntavano i tubi dei Pinguino, pendevano, tristi, i tricolori per i mondiali: l’Italia era stata eliminata al primo turno. I lampioni sfrecciavano contro la notte, parevano pesci che lasciavano scie. «Stavolta indietro non ci torniamo» rispose Ma’.
Dopo un po’ accese la radio per non sentire Olivia che piangeva. Nel lettore c’era uno dei suoi cd: Edith Piaf cantava che non rimpiangeva niente. Milano era una selva di luci che si allontanava all’orizzonte, una Madonnina dorata che non aveva mai pregato per noi.
La cascina, Rosaria, e il figlio della serva
Mi svegliai allo stridore delle cicale. Olivia aveva pianto per tutto il viaggio e adesso teneva il muso, nelle orecchie le cuffie.
Mi svegliai allo stridore delle cicale. Olivia aveva pianto per tutto il viaggio e adesso teneva il muso, nelle orecchie le cuffie dell’iPod, la musica altissima: Kesha le gridava addosso che dovevamo prendere la notte come dovessimo morire giovani. Mi tirai su, sul sedile, guardai fuori. Intorno a noi il cielo pulito dell’alba, tantissimo spazio come in città non si vedeva mai. L’erba era bruciata e gialla, il sole scottava. Eravamo nel mezzo di un cortile: galline razzolavano libere, un albero storto spuntava dal tetto sfondato, dall’ombra del portico venne correndo un enorme cane grigio che abbaiò forte prima di fermarsi nella polvere a grattarsi; pareva uno spazzolone, non gli si vedevano gli occhi.
Ma’ era in cima alle scale di fronte a una porta aperta. Parlava con una donna alta e grossa di cui, nascosta ancora dall’uscio, si notava solo lo sgargiante arancione della vestaglia, i bigodini tra i capelli. Ma’ si girò, indicò la macchina, noi. La donna si fece avanti, si sporse dal muretto e agitò una mano per salutare.
«Guarda, Olivia» la strattonai per una manica. «È Rosaria, guarda!».
Lei diede un’occhiata dal finestrino, sbuffò, affondò ancora di più nel sedile: «Io non scendo. Di’ a mamma che non scendo».
Rosaria scese le scale con una grazia che non le ricordavo. Aveva l’espressione affannata e piena di timore di chi cerca di nascondere lo sconcerto. Ma di vederci dopo tanti anni sembrava felice: «Quanto siete diventate belle. Due signorine».
Ma’ ci raggiunse. Accanto a lei sembrava rimpicciolita, contrita e sofferente; in castigo: «Devi proprio scusarmi il disturbo, Rosaria».
«Ma che disturbo e disturbo, signora. Lei non deve scusarsi di niente. Se non ci si aiuta tra noi». Sbrigativa, ciabattò dietro la macchina, spalancò il bagagliaio, iniziò a scaricare.
«Chiamami Letizia. Non servono i convenevoli. È passato tanto tempo» disse nostra madre. Si sporse dalla lunetta, ci chiamò: «Avanti. Non state lì così. Non è educazione».
Spalancai la portiera, saltai giù. Rimpiangevo di aver portato poche cose. Ma quella era una situazione nuova e non sapevo che pensare. Avevo lasciato a casa i compiti delle vacanze, il NintendoDS con l’isola di Animal Crossing. Salutai Rosaria con ritrosia e vergogna; ricordavo come mio padre l’aveva cacciata lasciandole i soldi sotto lo zerbino, vietandole di entrare, a noi di incontrarla.
Mi abbracciò, affondai nei suoi seni morbidi come pane. Mi mise una mano sulla guancia, sorrise: «Sono proprio contenta».
I nostri vestiti erano dentro buste di plastica gialle del supermercato. Olivia si lamentò che mamma aveva preso le cose sbagliate, magliette vecchie che non metteva più.
Rosaria diede una voce verso la rimessa. Vi usciva un ragazzo che portava a mano una bicicletta da corsa con il manubrio all’ingiù.
Rosaria diede una voce verso la rimessa. Vi usciva un ragazzo che portava a mano una bicicletta da corsa con il manubrio all’ingiù, riparato con nastro adesivo. Aveva un groviglio di capelli scurissimi e lunghi, jeans strappati sulle ginocchia, una t-shirt con il logo The X-files.
«Dài, Enea. Aiutale un po’. Fai il padrone di casa».
«Ma poi arrivo in ritardo».
«Mi aiuti a portare le loro cose in camera di nonna e vai. Se ritardi glielo spiego io al Tagliabue, tu non ti crucciare».
Lasciò la bicicletta contro il muro e, senza guardarci, raggiunse Rosaria, prese dalle sue braccia le buste della spesa, sollevò il trolley di mamma. Ci diede le spalle, salendo le scale. Io e Olivia aspettammo giù, sedute sull’ultimo gradino. Carezzavo la pancia del cane che agitava la zampa di dietro. Ma’ parlottava con Rosaria sotto il pergolato con il glicine e l’uva. Lei le teneva una mano sulla spalla, ripeteva: «Va tutto bene, adesso. Va tutto bene».
Enea tornò saltando i gradini a due a due, una sigaretta spenta tra i denti.
«Ciao» gli dissi. «Grazie».
Lui si portò l’accendino alle labbra, la fiamma gli disegnò ombre lunghe sulle guance, sotto al naso affilato. «Ciao» rispose senza sorridere. Lo riconobbi per via del neo a forma di isola che aveva sulla tempia. L’ultima volta che l’avevamo visto era un ragazzino magro e intimidito, con le croste sui gomiti e la maglietta dei supereroi presa al mercato. Se passava da noi dopo la scuola per aspettare sua madre restava in piedi in cucina, educato e serio. Olivia, sul divano con le amiche rideva di lui, lo chiamava figlio della serva. Si era fatto bello. Si era fatto grande.
«Enea? Sei tu?» chiese Olivia, la voce gentile, nascondendosi dietro di me perché del suo pigiama con Snoopy si vergognava.
Lui fece uscire fumo dalla bocca, recuperò la bicicletta, si mise in sella. Con un piede sul pedale si voltò: «Io i vostri nomi non me li ricordo. Per me eravate solo le figlie della padrona».
«Un posto in cui il tempo non esiste»
«Finiremo per morire di noia» disse Olivia il mattino dopo. Eravamo nel prato incolto dietro la cascina, dove c’erano solo cicale, barbe d’avena e terra smossa per le buche che scavava Karl Marx, il vecchio Bearded Collie, divertendosi a cacciare talpe. Olivia aveva rubato le sigarette dalla borsa di Ma’, le fumava una dietro l’altra tossendo. Le piaceva fumare; la faceva sentire grande, ma non era buona.
«Moriremo come è morta la vecchia. In quella camera che pare una chiesa e puzza di rancido». Chiuse gli occhi contro il sole che filtrava tra le foglie di un gelso. Rosaria ci aveva lasciato la camera di sua madre, morta quell’inverno proprio lì. Si scusava, ma era l’unica che non avesse buchi nel soffitto. L’aveva lasciata com’era: piena di icone di santi, acquasantiere, un enorme Cristo di legno sulla testata del letto. Mi piaceva pensare che i cigolii che avevamo sentito quella notte, i lamenti dei gufi, fossero la voce della donna che vi aveva vissuto. L’avevo detto a Olivia e lei mi aveva derisa; di Dio, della morte, dei fantasmi, rideva, sosteneva fossero sciocchezze.
«Fa’ finta che siamo in vacanza» le dissi.
«In questo posto da schifo?».
«Credi che mamma sta facendo sul serio?».
«E Pascal? Papà non se ne prende cura per bene. Non è capace».
Volevo dirle che papà non si prendeva cura di niente, ma restai zitta, mi abbracciai le ginocchia.
«Andiamo, dài». Si alzò. «Vediamo se troviamo qualcosa da fare prima di consumarci di noia».
Camminammo sul bordo della strada, lei davanti, io dietro. L’ortica mi bruciava i polpacci. Olivia schiacciava le formiche sotto i talloni. Il paese non era che una piazza assolata con il monumento ai caduti, una chiesa, l’osteria Garibaldi, una dozzina di case con le imposte chiuse, sparse e bianche come dadi gettati a casaccio dal pugno di Dio. «Posto da schifo». Olivia si lasciò cadere sotto l’alpino di bronzo e la donna che piangeva. Prese un’altra sigaretta, l’accendino era scarico. Girai intorno al monumento, lessi ad alta voce i nomi dei morti: «Questo qui aveva solo un anno più di te».
«E almeno se ne sta in pace». Quando era irritata Olivia diventava insensibile e cattiva. «Ci sarà pure un autobus o un treno da queste parti. Vado a chiedere» disse, ostinata, indicando l’osteria. C’era, accanto all’ingresso, appoggiata alla bacheca degli avvisi funebri, la bicicletta di Enea con una borsa frigo legata al portapacchi.
Presi Olivia per un polso, la trattenni. A me, di tornare a casa, non andava granché. «Che ti prende?».
Aprii la bocca per rispondere, ma boccheggiai. Una familiare ondata di calore mi attraversò la testa. Mi portai un palmo alle narici un attimo prima di avvertire il sapore del sangue. Olivia imprecò, si cercò un fazzoletto in tasca, mi disse di guardare in alto. Sapevo che era un’idea stupida e che bastava tenersi forte il naso.
Fu allora che Enea uscì dall’osteria. Ci guardò, venne verso di noi. Senza parlare poggiò la bici contro il monumento, aprì la borsa frigo, vi rovistò. Ne estrasse un pacchetto con scritto Macelleria Tagliabue, me lo porse: «Mettila in fronte e ti passa».
«Che schifo» sputò Olivia vedendo il tocco congelato di carne.
«Non è niente» dissi io. «È il sole. Mi capita sempre». Ma la carne la presi. Era gelida contro la fronte, mi ristorò.
«Sei come i vampiri» fece Enea.
«Ai vampiri non può venire l’epistassi. Non ce l’hanno il sangue».
«È che non sopportano il sole. I vampiri seri al sole ci bruciano. Mica scherzi».
Ci pensai un po’ su: «Ti piace di più Bram Stoker o Anne Rice?».
«Li hai letti?». S’illuminò, gli si slargarono gli occhi: «E Salem’s Lot? Stephen King è un mito. Lui sì che li sa fare, i vampiri».
Stavo per chiedergli se riteneva più efficace un paletto nel cuore o il taglio della testa, quando Olivia saltò su, agitò la testa per sbattersi sulle guance gli orecchini d’argento: «Che si fa qui per non annoiarsi?».
«Niente» rispose lui alzando le spalle. «Ci si annoia e basta».
«Lo immaginavo».
Enea si guardò intorno, tornò a rivolgersi a noi: «Se volete vi porto in un posto». «E che ha di speciale?»
Enea si guardò intorno, tornò a rivolgersi a noi: «Se volete vi porto in un posto».
«E che ha di speciale?» chiese Olivia.
«È un posto in cui il tempo non esiste. Si vive per sempre, lì. Puoi essere chi ti pare».
Le chiuse
Dal pomeriggio, quell’angolo segreto di fiume divenne il nostro rifugio. Si chiamava Le chiuse, Enea diceva che era suo.
Ci andava a fare ciò che da qualsiasi altra parte non si sarebbe concesso: leggere fumetti sugli alieni e libri dell’orrore, ballare ascoltando Kate Bush, lui che era l’apprendista del macellaio. Lo fece diventare nostro. Ci raccontò le storie che aveva inventato: sui mostri che lo abitavano, le voci tra i salici. Ci sfidò a tuffarci dal ponte «del diavolo», che si era preso l’anima di chi lo costruì. Ci spogliammo senza vergogna, ci lanciammo gridando. Olivia aveva il ventre piatto, peli scuri sotto le ascelle. Quando nuotava la massa nera e gonfia dei suoi capelli si confondeva con i muschi del fondale, faceva luccicare la sua pelle nuda. Enea la guardava.
Io continuai a tuffarmi mentre loro, sulla riva, si stendevano al sole. A mollo nell’acqua li ascoltai in segreto. Olivia si levò un’alga dalle dita dei piedi, senza guardarlo gli chiese scusa: «Ero una scema. A volte lo sono ancora».
Tornarono nel fiume.
Mi prese sulle spalle, mi sfidò a stare in equilibrio. Le sue ossa erano affilate. Mi venne da ridere e gridare prima di cadere
Enea mi prese sulle spalle, mi sfidò a stare in equilibrio; le ossa delle sue spalle erano affilate. Mi venne da ridere e gridare un istante prima di cadere. Non sapevo nuotare bene, Enea mi insegnava. Corse fuori dall’acqua perché lo aspettavano al macello. Promettemmo di ritrovarci l’indomani.
Tornare bambini
In quei giorni, a poco a poco, concordammo che, se il tempo non esisteva, potevamo anche tornare bambini: nel cortile giocavamo a cercarci, a inseguirci con palloncini d’acqua. Persino Olivia si scrollava di dosso la vergogna di farsi vedere giocare. Ci nascondevamo, io e lei, nella rimessa o nella soffitta dove una volta, raccontò Rosaria, si allevavano i cavalé, i bachi da seta. Quando Enea ci trovava, chiamandoci per nome, il cuore mi andava più veloce.
Al Garibaldi facevo merenda con il Cucciolone staccando con i denti il biscotto, Olivia con il ghiacciolo alla menta. Enea prendeva la birra anche se gli mancavano due mesi a fare i 18, ce la fece provare.
I vecchi giocavano a carte, parlavano dell’ondata di caldo, delle raccomandazioni al TG, del Tour de France, dell’immensa nave da crociera che da due anni era arenata all’Isola del Giglio e che in quei giorni si recuperava.
Ci sfidavamo a finire “i Bartezzaghi” lasciati a metà nelle Settimana Enigmistica abbandonate. Olivia usava la penna; di sbagliare non le importava. Facevamo le gare a biliardino e a freccette. Tra una partita e l’altra lei si divertiva a sottoporci a eterne gare di Obbligo o verità che mi facevano vergognare e fumava sigarette arrotolate; glielo aveva insegnato Enea. Lui aveva il fiato che sapeva di tabacco e di fiume. Anche i suoi baci dovevano avere quel sapore lì.
La sera, sotto il pergolato con il glicine, fremente di vespe, mangiavamo spaghetti al sugo dei pomodori dell’orto, sfregavamo aglio sul pane e facevamo scarpetta. Rosaria accendeva la radio, si ballava. Ma’ era un’incapace, si faceva guidare da lei. Io tenevo i piedi su quelli di Olivia; era aggraziata, elastica. Enea ballava a occhi chiusi, agitando la testa, cantava che eravamo sulla cima del mondo. Forse anche lì, dimenticate e lontane, si poteva essere felici.
Il tradimento nella rimessa
Il 27 luglio tornai con i capelli bagnati di fiume, il fiato che mancava. Mi piaceva andarci da sola, a Le chiuse, nuotare senza essere vista da nessuno.
La tavola era apparecchiata sotto il pergolato, gli insetti si affollavano alla luce delle lampade. Ma’ e Rosaria spuntarono in cima alle scale. Trasportavano l’enorme crocifisso, una di piedi e una di testa; Ma’ aveva detto di riposare male, sentirsi osservata.
Cercai Karl Marx, che a quell’ora dormiva nella rimessa. Nel buio, in piedi contro la cantinetta dei vini, c’erano Enea e Olivia. Lei gli si premeva addosso e lo baciava, gli sollevava la maglietta snudandogli le costole che sembravano radici sotto la neve, lui stava a occhi chiusi.
Mi voltai di scatto, feci cadere i rastrelli ammucchiati, svegliai il cane che ululò.
Olivia mi vide, le si deformò il viso; il giorno prima mi aveva derisa perché le avevo confessato che l’apprendista del macellaio mi faceva battere più forte il cuore. Si mise a correre chiamandomi. Nel mezzo dell’aia mi prese per un polso, mi fece voltare. La odiai con un’intensità che mi spaventò: «Ti prendi sempre le cose più belle».
«Sei ancora una bambina».
«La bambina sei tu, che a casa non ti sei accorta di niente».
D’un tratto il viso le si accartocciò. Negli occhi di mia sorella riconobbi uno spavento che non le avevo mai visto, una rabbia feroce: «Lo so meglio di te, invece».
Il miracolo e il Cristo con un braccio solo
Da lontano, risuonò il grido di Ma’. Ci voltammo, io e Olivia, strattonate da un filo: mamma e Rosaria caddero per un tempo eterno nel vuoto. Serrai gli occhi con la certezza di sentire lo schianto delle ossa. Accorremmo, Karl Marx abbaiava furioso, sul fondo della scala dov’erano riverse. Il Cristo aveva un braccio tranciato, schegge dappertutto. Loro, senza un graffio, si rialzavano incolumi e incredule. Il nostro miracolo. Il braccio mozzato lo lasciammo in cortile; un obelisco che spuntava dalla polvere.
Dopo cena Ma’ e Rosaria inondate dalla luce della tivù, parlavano di Dio. Al TG il relitto della Costa Concordia veniva traghettato nel porto di Genova. Mi accucciai a guardare in silenzio insieme a loro quel gigante annegato che andava a morire. Olivia si mise al mio fianco, sussurrò: «Mi dispiace».
Quella notte dormimmo pigiate come larve. Olivia aveva il lato fresco contro il muro. Io, nel mezzo, sentivo contro la schiena il respiro di mia madre che le gonfiava e sgonfiava la pancia, il naso nei capelli di mia sorella; sapeva di fiume e di pioppi. Scalciava come un cane che sogna, i campanelli della sua cavigliera mi sfioravano i polpacci. C’era l’aria quieta e remota di una chiesa, mi venne voglia di pregare. Al Cristo con il braccio spezzato, che Ma’ aveva riappeso, chiesi che ci desse la grazia di non separarci mai.
Il ritorno del padre
Nostro padre ci trovò la mattina del primo sabato d’agosto.
Stavamo sotto il portico, la mia testa sulle sue gambe. Lei mi pettinava i capelli, leggeva ad alta voce.
Io e Olivia stavamo sotto al portico, la mia testa sulle sue gambe. Lei mi pettinava i capelli, leggeva ad alta voce un racconto di Poe. Si stava appassionando, non mi derideva più.
Il cane fu il primo a sentirlo arrivare. Gli ringhiò. Lui gli sbatté contro la portiera dell’Audi, gridò i nostri nomi: «Non ha il diritto di portarvi via così. Giuro che la faccio arrestare». Aveva una voce strascicata, incattivita e sconcia, che mi paralizzò.
Olivia mi prese per mano. Mi condusse su per le scale chiamando Ma’, i campanelli della cavigliera strepitavano. Inciampò sugli ultimi gradini, trascinandomi. Si rialzò, ci rialzammo. Sapevo che avrei dovuto sentire dolore. Non sentivo niente. Nostro padre barcollò per l’aia, si aggrappò al muretto. Le galline gli starnazzavano intorno. Cominciò a salire, un passo alla volta.
Enea usciva dalla rimessa. Lasciò cadere la bici che fracassò, corse per raggiungerci. Ma’ e Rosaria si scapicollarono dalla cucina. Avevano i grembiuli in vita, il succo dei pomodori schizzato fino agli avambracci.
«A casa ci tornate. Adesso, ci tornate. Con me».
«No» disse Olivia. Mi parve di colpo cresciuta.
Nostro padre si fermò, la guardò a lungo. Di colpo scoppiò a ridere. Dal nulla tirò fuori un coltello. Olivia mi strinse a sé, mi spinse dietro di lei.
Con quel coltello ci tagliavamo il pane, era un peccato se si rovinava; una cosa stupida da pensare in un momento così.
Ma’ gridò con una voce che non le avevo sentito mai. Enea gli fu alle spalle, lo afferrò per il collo. Pa’, senza sforzo, lo colpì in viso con una gomitata; l’osso del naso scoppiò e lui cadde, rovinando.
Rosaria lo soccorse, i palmi gli si riempirono di sangue. Olivia mi afferrò le mani, io afferrai le sue. Un’assurda gara a proteggerci, chiamarci l’un l’altra. Ma’ si arrampicò per le scale con furia e spavento. Tra le mani serrava il braccio mozzato di Cristo, lo sollevò. Colpì nostro padre sulla schiena, sul cranio. Lui bestemmiò, si voltò per affrontarla. Lei lo tirò su come pesasse niente: «Indietro non ci torniamo». Senza esitare, lo spinse giù oltre il muretto.
Puntata 2
L'estate dello schiaffo
All’inizio non riconobbi mia sorella all’altro capo del telefono. La voce le era cambiata, si era fatta più scandita, adulta, ma anche distratta; il tono con cui si parla a uno sconosciuto di cose da niente. Eppure quella sera, passate le 23, senza preamboli per salutare o chiedere come stessi mi disse: «Mamma sta per tornare».
Era l’ultima notte di giugno, faceva un caldo da impazzire. Io e Zoe stavamo in salotto, con le finestre aperte, in tivù un film di Hitchcock, il ventilatore al massimo. Si soffocava. Se solo Olivia avesse chiamato un mese dopo sarebbe stato un anno senza parlarci. L’ultima volta che ci eravamo incontrate non era stato piacevole. Un disastro. Avevamo litigato. Io, con la scusa della pandemia, dei corsi online che facevano schifo e del bisogno di staccare, avevo lasciato l’università a tre esami dalla fine. Lei mi aveva accusata di stare sprecando la vita. A mia volta avevo recriminato che la sua, di vita, la viveva prestata, occupata a rincorrere i sogni di un’altra. Senza sincerità, né grazia. Spaventata da tutto. Anch’io ero spaventata. Ma per cose diverse, che non avevo mai confessato ad alta voce. E ora, mentre parlavo con mia sorella dopo tanto silenzio, riaffioravano; corpi di annegati che la piena riporta a galla.
«Nora, ci sei? Hai sentito quello che ho detto?».
«Sono qui».
«Per agosto è fuori».
Mi tirai su sul divano. Zoe, accanto a me, in mano il telecomando con il quale aveva abbassato il volume della tivù, mimò con le labbra: che succede?
Sullo schermo Kim Novak emergeva dalla porta del bagno, i capelli tirati indietro come James Stewart voleva; anche il nostro salotto riverberava di luce verdastra.
«E cosa vuoi che faccia?» chiesi a mia sorella.
Olivia taceva. Potevo sentire, ovattati e lontani, i sussurri di Leo, che s’intrometteva. Per lui ero la sovversiva, la zecca.
Dall’altra parte della linea, Olivia taceva. Potevo sentire, ovattati e lontani, i sussurri di Leo che s’intrometteva. Per lui ero la sovversiva, la zecca, l’investimento andato male; quasi fossi uno dei suoi asset finanziari. Un’azione da cui conveniva togliere quanto prima il capitale.
«Prenderti le tue responsabilità, per una volta, magari». Anche questa frase la disse con distrazione, quasi non ci credesse davvero.
«Siamo due cristiane e due cani in un monolocale, Olivia».
Mulder e Scully, spelacchiati meticci recuperati dal canile, alzarono insieme la testa, le orecchie dritte. A trovarci, Olivia non era venuta mai. Forse si vergognava. Quando le avevo dato l’indirizzo dell’appartamento sopra la clinica veterinaria nella periferia di Milano, a Corvetto, avevo sentito le risate di Leo.
«Non ti sto chiedendo di farla stare da te. Ci mancherebbe. Di queste cose si occupano le assistenti sociali».
«Allora cosa?».
Se era da un anno che non parlavo con mia sorella, con mia madre era da altrettanto che avevo smesso di rispondere alle sue lettere. Due che non andavo a trovarla. L’ultima volta mi aveva detto, una di fronte all’altra nelle sedie fissate al pavimento della sala colloqui, pareti beige e odore di cavolo bollito: «Sarete il mio riscatto, voi. È l’unica certezza che mi fa andare avanti. L’unica». Mi aveva preso le mani, le aveva strette guardandomi con un’espressione di supplica. Non ero riuscita ad andarci più.
Mia sorella, all’altro capo del telefono, taceva.
«Olivia?».
Ascoltai i suoi passi nervosi; doveva essere a piedi nudi sul parquet, batteva i talloni. La casa di Olivia e Leo l’avevo vista sullo sfondo dei post nel profilo Instagram di lei: mobili di design, salotto luminosissimo all’ultimo piano di un palazzo in via Turati. Chiuse una porta. Eravamo sole.
«Ti sto solo chiedendo di esserci».
Zoe
«Forse sarebbe stato meglio che io restassi a casa».
«Per i cani?».
«No. Non per i cani, Nora». Zoe prese un respiro, lo sguardo sulla strada, la presa salda intorno al volante. «È che è una cosa di famiglia».
Era il 15 agosto. I campi di granturco, sconfinati e secchi, sfrecciavano rapidi. I fusti inghiottivano i residui dell’alba.
«Tu sei famiglia» risposi.
Zoe sorrise. Aveva grandi occhi scuri e un taglio di capelli sghembo che su qualsiasi altra sarebbe sembrato ridicolo, ma su di lei diventava segno di distinzione. Allungò una mano, strinse la mia: «Non ti dirò che andrà tutto bene».
Nell’ultimo anno quella frase l’avevamo vista sugli striscioni alle finestre, ripetuta agli appelli in tivù. Qualcuno aveva creduto che ci avrebbe reso migliori, invece ci ritrovavamo solo più angosciati e stanchi. «È una frase che ho imparato a odiare».
Zoe rise forte: «Anch’io».
Mi ero innamorata di lei a poco a poco, per via del modo familiare in cui parlava ai cani e sapeva tranquillizzarli. Perché cantava ad alta voce se credeva di essere sola. E, soprattutto, per la volta che era venuta a dirmi: «Sto per proporti di accompagnarmi a fare una cosa che potrebbe metterci nei guai». Era la veterinaria del canile in cui lavoravo, aveva scoperto chi spargeva bocconi avvelenati in cortile, la polizia non faceva niente. Aveva deciso d’imbrattargli la macchina, lacerargli le ruote, scrivergli “assassino” davanti a casa.
La sera, nel suo monolocale sopra la clinica, ci togliemmo di dosso le tracce di vernice e ci ubriacammo con vino da discount. Parlammo di Laika, la cagna che i russi avevano spedito nello spazio, che chissà se rincorreva la terra come una pallina. Ascoltammo un cd con una serie di tracce discontinue: il concerto brandeburghese di Bach, Jhonny B. Goode, l’aria della regina della notte di Mozart. Mi rivelò che erano le canzoni incise nel Golden Record lanciato per il programma Voyager nel 1977. E che, se non avesse fatto la veterinaria, avrebbe voluto fare l’astronauta.
«I mestieri di Barbie, praticamente» le avevo detto.
Fu la prima volta che ci baciammo.
Il ritorno alla cascina
Zoe mi chiamò per nome, mi scosse; non mi ero accorta di essermi addormentata. La radio era accesa: il notiziario parlava di un terremoto ad Haiti con più di 1.000 vittime. Davanti a noi il cancello della cascina, i muri intonacati che la ruggine delle ringhiere aveva fatto sanguinare. Si guardò intorno: «Sembra un luogo fatto apposta per i fantasmi».
Rosaria ci aveva sentite arrivare. Era lassù, in cima alle scale.
Ci salutò sotto la luce di una lampadina nuda, accesa nel pallore del mattino, intorno lottavano gli insetti. Allargò le braccia, correndo. Indossava grossi zoccoli, un accappatoio stinto. Attraversò l’aia, la cintura si sfilò dai passanti, lei non se ne curò.
Mi buttò le braccia al collo, mi spinse contro di sé: «Come mai così presto?». Risposi al suo abbraccio con reticenza.
Mi buttò le braccia al collo, mi spinse contro di sé: «Come mai così presto?».
Risposi al suo abbraccio con reticenza e vergogna. Erano anni che le promettevo sarei andata a trovarli o, almeno, che avrei telefonato più spesso.
«Volevamo dare una mano».
«Non era necessario» rispose. Ma si capiva da come rideva che le faceva piacere. Si voltò verso Zoe, che veniva con la bottiglia di Barbera e il vassoio di paste, per presentarsi.
«Oh, ma lo so chi sei» ribatté Rosaria. Senza esitare l’abbracciò. «Sono felice di conoscerti, finalmente. Venite, venite».
Ci guidò fino al pergolato: il glicine era secco; uno scheletro di rami aggrovigliati e morti. Accanto alla porta che dava in cucina era appeso il Cristo con il braccio mozzato, a vegliare.
«Pensavo di preparare qui. Come una volta».
Durante i quattro anni che io e Olivia avevamo passato da lei, dopo la casa-famiglia, dopo il processo, era stato il nostro posto preferito. Una sera che Enea e io aspettavamo Olivia in stazione per riaccompagnarla alla cascina una volta scesa dall’ultimo treno, lei non si era presentata. Aveva il telefono spento, eravamo impazziti per cercarla. Due giorni dopo aveva chiamato per dirci che si era trasferita da Leo, a Milano, che non sarebbe tornata. Trascorsi due mesi avevo compiuto 18 anni, avevo preparato uno zaino e mi ero preparata a salutare anch’io. «Qui sarà sempre casa per voi» aveva detto Rosaria.
Il cortile, la cascina, dopo tutto quel tempo erano familiari, ma invecchiati, esausti. La cuccia di Karl Marx vuota.
«Come una volta» ripetei.
Enea emerse dall’ombra del portico, si avvicinò e potei vederlo intero: il neo sulla tempia, il naso storto da quella volta che mio padre gliel’aveva rotto con una gomitata. Aveva i capelli in una coda, una maglia stinta dei Gorillaz. «Ehi» disse.
«Ehi».
Rosaria si legò un grembiule ai fianchi. «Gli ho chiesto di andare lui a prenderla. Così intanto qui cominciamo a preparare».
Lui fece un cenno di benvenuto a Zoe, continuò a guardarsi intorno. Sicuro cercava Olivia. Aspettai che chiedesse di lei, invece disse: «A dopo, allora».
Uscì dalla rimessa a bordo di un camioncino con la scritta Macelleria Il taglio del Conte.
Il pranzo di famiglia
«Chissà da quanto tua madre non mangia come si deve» fece Rosaria, «facciamo qualcosa di speciale».
La Bmw di Leo frenò con impeto nel mezzo dell’aia, i ciottoli si schiantarono dappertutto facendo rumore.
Lui aprì la portiera, si sentì la sua voce che chiudeva una telefonata con tre velocissimi ciao ripetuti.
Rosaria era in cucina, io e Zoe mettevamo in tavola le posate, i tovaglioli.
«Ci si potrebbe fare un AirBnB da paura, qui».
«Shh» fece Olivia.
La prima cosa a cui pensai quando rividi mia sorella fu che, fino a quel momento, non mi ero accorta quanto mi fosse mancata. Era diventata ancora più bella. Ma di una bellezza che era un abito troppo stretto, una bugia a denti digrignati: i capelli in uno chignon, le scarpe lucide, orecchini e collana di perle. Le perle, a Olivia, non erano mai piaciute. Diceva che portavano lacrime. Leo la teneva a braccetto come un generale vittorioso il trofeo di una campagna di guerra. Mi scrutò dalla testa ai piedi: preparando il sugo per la pasta mi ero macchiata la camicia. Da come strizzò gli occhi capii che l’aveva notato, disse: «Sei venuta, alla fine».
«Credevi il contrario?».
«Con te non si sa mai cosa pensare».
L’avevo sempre vista più adulta, più saggia e più bella di me. Dopo che Ma’ aveva buttato nostro padre giù dalle scale, dopo il processo e il carcere, io e lei eravamo state affidate a una casa-famiglia. Sette mesi dopo, compiuti 18 anni, aveva presentato la domanda di tutela per me. Gli assistenti sociali, il tribunale, i giudici avevano infilato le mani nella nostra vita, preso appunti, stabilito il suo senso di responsabilità. Avevano inserito in una tabella il nostro rapporto affettivo, il nostro legame; avevo creduto fossero parametri impossibili da definire; se finisci tra le maglie dello Stato diventano grafici, punteggi, statistiche. Ci eravamo stabilite da Rosaria, ogni venerdì venivano a controllare, mi facevano un mucchio di domande. Olivia lavorava all’osteria Garibaldi, metteva da parte soldi per l’università: voleva diventare avvocata. Per aiutare Ma’. Diplomata, si era iscritta a Giurisprudenza: Enea l’accompagnava in stazione, da lì doveva cambiare due treni per Milano.
«Non è ancora arrivata» disse Olivia. Leo studiava con interesse il campo incolto dietro la cascina.
«Enea è andato a prenderla. Dovrebbero essere qui tra poco».
Olivia cercò di trattenere la scarica che l’attraversò. Ma ci conoscevamo più di noi stesse: capì che l’avevo capito e subito si allontanò.
Per un po’ Enea e lei si erano voluti bene. Ridevano, si sussurravano di tacere se si nascondevano in soffitta, correvano alle chiuse e lì si tenevano per mano: l’apprendista del macellaio e la figlia dell’assassina, avevano preso a chiamarli in paese. A lui non importava, lei se ne crucciava: voleva la vita delle sue compagne di università, che le si rivolgessero con “signorina”, che baciassero l’aria accanto alle sue guance nel presentarsi.
Il camioncino di Enea varcò il cancello e io trattenni il fiato. Zoe dovette sentire il mio spavento; mi poggiò la mano sulla spalla. Ma’ scese dal posto del passeggero, Enea l’aiutò. Sette anni di carcere l’avevano ingrigita, tolto la grazia; una cosa in abbandono, come la cascina che la circondava.
Omicidio volontario semplice era stata l’imputazione. Delle botte e delle violenze di nostro padre non erano rimaste prove. C’erano i referti medici, ma dichiarate cadute sul ghiaccio, distrazioni. L’accusa insisteva sull’aggravante della crudeltà perché Ma’, prima di spingerlo, l’aveva colpito in testa, aveva infierito. Grazie alle nostre testimonianze, da 20, la pena si era ridotta a nove anni.
Per buona condotta e soprattutto grazie all’intervento del padre di Leo, l’avvocato Doria, uno dei più noti in città, usciva dopo sette. Per qualche mese era in prova, affidata ai servizi sociali. Ma la cosa era fatta, sosteneva Olivia. Dovevamo ricordarci a chi eravamo debitrici.
«Letizia, eccoti! Tempismo perfetto». Rosaria uscì dalla cucina con il pentolone di spaghetti al sugo. Le lessi addosso lo sconcerto che aveva nel ritrovarla così ingobbita e stanca. Disse di accomodarci, avevamo di certo molto di cui parlare. Ma’ abbracciò Olivia e Leo in un sol gesto: «Bello vederci sotto il cielo».
Zoe mi diede una spinta: «Vai».
Li raggiunsi. Ma’ mi guardò in silenzio per un po’: «Ti sei tagliata i capelli».
Mi portai una mano alla nuca, dove erano rasati alla cute.
«Ci credo che non ti assumono, conciata così».
«Ho già un lavoro, Ma’».
«Al canile» disse, arricciando le labbra.
«Al canile, sì».
«Lei è una tua collega?».
«Lavoro in una clinica veterinaria». Zoe le porse la mano.
«È la mia compagna, Ma’. E la clinica è sua». La guardò, ci guardò. Andò dove Olivia e Leo erano seduti. Rosaria servì l’antipasto.
«È la mia compagna, Ma’. E la clinica è sua».
La guardò, ci guardò. Andò dove Olivia e Leo erano seduti. Rosaria distribuì l’antipasto. Enea aprì la bottiglia di vino.
Ma’, a capotavola, parlava ad alta voce, gesticolando moltissimo. In carcere non aveva perso tempo: aveva imparato il francese, aveva fatto a pugni. Aveva lavorato in sartoria e aiutato una ragazza a diplomarsi. Aveva istituito un torneo di scacchi, coinvolto anche le secondine. «La gente che sta fuori s’inventa un sacco di scuse cretine per non combinare niente, sprecare la vita». Mentre raccontava non mi aveva guardata. Su quest’ultima frase mi fissò a lungo prima di prendere la bottiglia di vino, versarsene ancora.
Ogni famiglia infelice sarà anche infelice a modo suo, però noi, una famiglia, era da un pezzo che non lo eravamo più. Le nostre infelicità erano solitarie, private. Parlarne non stava bene. Le accuse arrivavano storte, sotterranee.
Rosaria andava avanti e indietro dalla cucina. L’artrite le rendeva le dita delle mani nodose, dure come radici. Faceva di tutto perché non facessimo caso ai suoi tremori. Se Enea si offriva di tagliare il melone, ritirare i piatti, lei si offendeva: «Non sono ancora pronta per l’rsa, grazie tante».
«Raccontaci del praticantato, Olivia» disse Ma’. Mangiava con foga e gioia, ma con la stessa eleganza di quando, bambine, ci portava nei ristoranti eleganti, spiegava con pazienza che cos’erano l’aneto, le capesante.
«Imparo un sacco di cose. Sto seguendo una magistrata bravissima che mi permette di assistere alle udienze di sorveglianza. Adesso sono…».
«Ha insistito per farlo in tribunale, il tirocinio» la interruppe Leo. Fece girare il vino, annusò: «Un mucchio di burocrazia e delinquenti da due lire».
«Voglio stare a contatto con la gente. È più…».
«Pa’ le ha offerto un posto nello studio, ma lei è testarda» fece Leo, dandole un buffetto sulla guancia.
«Non è il genere di cause che m’interessano». Tormentò il tovagliolo.
«Clienti di alto profilo che pagano senza bisogno d’inseguirli non t’interessano?».
Bevvi un lungo sorso di vino: «Forse intende dire che preferisce combinare qualcosa di buono al posto di occuparsi di divorzi in cui strapparsi la casa a Cortina, tangenti e riciclaggio».
Olivia mi lanciò un’occhiata furiosa. Leo si limitò a fissare il cellulare. Enea non aveva detto una parola per tutto il pranzo. Rosaria portò il secondo: costine di maiale con verza. «So che fa caldo, ma è la ricetta che mi riesce meglio».
«L’hanno ammazzato appendendolo per le zampe e dissanguato in un secchio, come nell’800?» chiese Leo indicando con la forchetta. «Mi stupisco sempre di trovare usanze arretrate in Brianza, così vicino a Milano».
«Molti lavori sporcano le mani. Per alcuni è più semplice ripulirsi, dopo» fece Enea.
«Un brindisi» si affrettò a dire Rosaria, alzando il calice. «Al ritrovarsi».
Sollevammo il bicchiere, nessuno si guardò negli occhi.
Sotto il portico con Olivia
«Avevi detto che smettevi».
Olivia fumava, la schiena contro il muro scrostato del portico, accanto alla pila di legna e fusti di pannocchie: «Si dicono un mucchio di cose».
Accennai a Leo, che camminava nell’aia scavando la terra con la punta della scarpa. Parlava al telefono ad alta voce, rideva forte.
Accennai a Leo che camminava nell’aia scavando la terra con la punta della scarpa. Parlava al telefono ad alta voce, rideva forte, sgraziato.
«Lo ami?».
«E questo che c’entra?».
«Come sarebbe che c’entra?».
«Non fare la bambina».
«Ah, sarei io, la bambina?»
Schiacciò la sigaretta sotto la suola: «Sei sempre stata tu».
Rosaria
Tornai sotto il pergolato, sola. I posti di Ma’, Olivia e Leo erano vuoti. Mi sedetti, Zoe chiese: «Tutto okay?».
«Tutto okay».
Rosaria parlò della macelleria di Enea; aveva molte richieste, la gente si fidava. Ogni mattina andava negli allevamenti, controllava il bestiame, i fieni. Con l’allevatore decideva se l’animale era pronto, senza ingrassi rapidi né forzature. Durante la pandemia il veterinario non usciva, così lui aveva imparato a riconoscere mastiti, malattie, assisteva ai parti delle vacche. Per un po’ Enea e Zoe parlarono di bestie, vaccinazioni. Rosaria scosse la testa, avvilita: «Non è ciò che avrebbe voluto per la sua vita, certo…».
«Si fa il meglio che si può dove ci si ritrova» disse Enea, alzò il calice. Brindammo con entusiasmo.
«Prendo le paste» disse Rosaria.
Zoe le fece cenno di star seduta: «Vado io. È festa anche per te».
Le sfiorai l’avambraccio, il polso, le dita, mentre si allontanava. Rosaria si accese un sigaro, mi guardò: «È giusta per te, Nora».
«Non dirmelo per farmi piacere».
«Non è mia abitudine parlare a vuoto».
«La conosci da stamattina».
«Conosco te. Mi basta vedere come t’illumini quando la guardi».
Mi venne da ridere piano, una risata quieta, ma che mi ristorò. «Sono io che ho paura di non essere abbastanza per lei».
«Per amare qualcuno si può anche cominciare da qui».
Lo schiaffo
«Avrei fatto meglio a non venire. Questa è la verità».
«Non dire sciocchezze, Nora».
«Mia madre non mi ci vuole».
Prese un sospiro che le fece gonfiare e sgonfiare il petto. I seni le tiravano sotto il grembiule con i girasoli: «Essere madri a volte significa volere un bene impetuoso. Nessuno ci spiega cosa farci con tutto questo amore. Capita che sbagliamo».
Enea le passò il posacenere, lei lo ringraziò.
Esitai, poi dissi: «Vuole aggiustarmi».
Rimase per un po’ in silenzio. Ma non negò. Senza parlare guardammo le nuvole in cielo che si addensavano, scure.
Rimase per un po’ in silenzio. Ma non negò. Senza parlare guardammo le nuvole in cielo che si addensavano, scure. Il fumo del suo sigaro s’innalzava, pareva vivo.
«Sono cresciuta senza di lei. Sette anni senza di lei».
Rosaria annuì: «Sei cresciuta senza di lei» ripeté con un tono che diceva l’altro lato di una moneta: «E lei ha dovuto accettarlo».
Avrei voluto che ci fosse mia madre a parlarmi con quella pacatezza e serenità. Che in qualche modo, sbagliato, imperfetto, caotico, fosse fiera di me.
Il vino era finito, il vassoio di paste vuoto. Il cielo sempre più nero; odorava di pioggia, il vento un balsamo dopo tutto quel caldo.
In cucina Rosaria e Zoe lavavano i piatti, la radio accesa: una canzone diceva che questo era il paradiso e non sarebbe mai andata meglio di così.
Io e Ma’ sparecchiavamo. Fece cadere una forchetta, gliela porsi, lei mi ignorò.
«Non riesci neanche a guardarmi negli occhi».
«Non dire sciocchezze».
«Guardami, allora. Parlami. Dimmi cosa pensi davvero, per una volta. Dimmi la verità!».
Ma’ poggiò con uno schianto la brocca dell’acqua, parlò d’un fiato: «Sono uscita per trovare un mondo che non capisco, due figlie che di me non hanno bisogno. Siete donne, ormai. E tu alla deriva. Non ho fatto ciò che ho fatto perché ti riducessi così».
Una mosca camminava sulla tavola. La seguii con gli occhi. Cominciavano a cadere le prime gocce di pioggia, schioccavano contro il legno, scivolavano sul viso del Cristo.
«Stavamo bene anche senza di te. Siamo state bene».
«È così che mi ripaghi».
«Così come?».
«Così!». Fissò nella mia direzione. Ma non me. Un po’ più in là, al ramo raggrinzito e morto del vecchio glicine. «Dopo quello che ho fatto per voi. Dopo quello che…».
«Se ti fosse importato di noi ci avresti portate via di casa già alla tua prima fuga. Invece hai continuato a tornare. Neanche a scappare come si deve sei riuscita a insegnarci. L’ho imparato da me. Olivia, invece, ha preso da te il martirio d’incastrarsi in una vita odiosa».
Non riuscii a vedere il braccio che scattava; avvertii il rumore delle sue dita contro la guancia. Un attimo in ritardo il dolore. «Per una figlia ingrata ho sprecato la vita».
Mi portai la mano al bruciore dello schiaffo. Perché non mi vedesse piangere voltai le spalle, corsi in soffitta. Avevo bisogno di stare sola. A metà delle scale mi fermai. Tra le assi del soffitto filtravano le voci di Enea e Olivia: ridevano piano, si sussurravano a vicenda di non fare rumore. La grandine prese all’improvviso a venir giù. Un nuovo diluvio. La punizione per i nostri peccati; per quelli che avevamo compiuto. Per quelli che non avevamo il coraggio di compiere. Dalla cucina veniva il rumore della radio: il ritornello, disperato e ritmico, diceva di risparmiare le lacrime per un altro giorno.
Puntata 3
L'estate della promessa
«Obbligo o verità?» chiese mia sorella appena si accorse che avevo riaperto gli occhi. Eravamo sui sedili posteriori di una Bentley del 1960, tra bouquet di peonie rosa antico dall’odore insostenibile e bomboniere infiocchettate. Lei cercava di grattarsi via la macchia di sangue e crema chantilly dal corpetto del vestito da sposa. Io la guardavo dal basso, la nuca sulle sue cosce, soffocata dal ruvido del tulle. Da quella posizione vedevo il mascara che le era colato fin sotto il mento e lungo il collo, la scritta sul lunotto posteriore: “O+L da oggi e per sempre”. Alla radio, a volume altissimo, Mina cantava della sua stanza senza pareti. «Ci sei? Sei viva? Obbligo o verità?».
«Verità» risposi, la voce intasata perché l’epistassi ricominciava.
«Avete un fazzoletto?» chiese Olivia.
Ma’, concentrata alla guida, la sigaretta tra indice e medio disse: «Forse nel cruscotto».
Zoe, dal sedile del passeggero, rovistò: guanti di pelle senza dita, un vecchio numero di Quattroruote, un raschietto per il ghiaccio: «Niente».
Olivia si afferrò un lembo della gonna, lo strappò. Lo ripiegò e me lo avvicinò al viso, premendo sulla narice che sanguinava: «Hai sempre saputo di volermi rovinare la vita?».
Otto ore prima
Era una lezione che ci avevano inculcato fin da bambine; veniva dalle fiabe, dai film di Hollywood con qualcosa di prestato e qualcosa di blu, dalle riviste e dalle foto incorniciate d’argento in salotto: il matrimonio dovrà essere il giorno più bello delle vostre vite. Non ti dicono mai cosa verrà dopo. Io e Olivia, con le urla dietro le porte chiuse, i lividi sul viso di Ma’, i segreti da nascondere, lo sapevamo bene.
Mia sorella si sposava e a me veniva da vomitare.
Una sconosciuta in tailleur carta da zucchero e tacchi altissimi mi fissò con disprezzo bloccandomi davanti alla stanza di Olivia; il programma era serrato, non bisognava sgarrare di un minuto. Un generale delle SS, la wedding planner della famiglia Doria.
«Un cameriere ha fatto cadere la torta di nozze» mentii. «Spiaccicata. Cercavano lei».
Il volto le si sciolse come cera e bestemmiò, corse via, i tacchi che affondavano nella moquette rosso carminio. Avanzai fino alla porta con la targa Suite Provenza. Era quel genere di posto in cui le stanze non hanno numeri ma nomi, i camerieri portano guanti e sorridono troppo.
Bussai, restai ad aspettare. Non mi rispose nessuno, entrai. Lei era là, seduta davanti a una specchiera, sepolta nell’abito da sposa.
«Olivia?». Bussai, restai ad aspettare. Non mi rispose nessuno, entrai. Mia sorella era là, seduta davanti a una specchiera, sepolta nell’esagerato abito da sposa: tulle, trini, pizzi e brillanti che mandavano lampi di luce. I capelli scuri erano intrecciati in un’acconciatura che pareva una scultura, seminata di perle. Di fronte a lei, erano sparse minuscole bottigliette di alcolici da minibar. Vuote. La stanza era enorme, il soffitto intasato di decori di lavanda e cicale. Il baldacchino con le tende legate da corde simili a cappi. Le tapparelle delle finestre con vista lago erano abbassate, la tivù accesa al massimo su un programma in cui due coppie si sfidavano a colpi di cucina, arredamento e galateo, per sorprendere tre giudici. Olivia faceva così quando aveva voglia di smettere di pensare: si riempiva di buio e rumore idiota. Sulla testata del letto un quadro: un uomo e una donna, lui vestito di blu, lei di bianco e rosso, le mani e le pelli si confondevano, i capelli di lei in fiamme, il corpo di lui un vuoto che la inglobava; una riproduzione dozzinale di L’Abbraccio di Picasso.
«Olivia».
Lei sussultò. La cenere cadde sulla moquette: «Merda». La spazzò via con il tallone nudo, si sforzò di sorridere, alzò la testa a guardarmi: «Mi hai spaventata».
«Scusa».
«Non importa. Vieni».
«Credevo avessi smesso».
«Ho ricominciato».
«Comunque non sei mai stata buona».
Rollò il tabacco e leccò la cartina con i gesti che le aveva insegnato Enea quando eravamo ragazzine. Mi allungò la sigaretta. Mi chinai su di lei per accenderla con la sua. Olivia odorava di profumo alla rosa. Aveva un trucco pesante che le rendeva le ciglia incrostate.
«Non sapevo Leo avesse invitato Hitler al vostro matrimonio». Espirai fumo dalle narici.
«Mi odia, mia suocera».
«Parlavo della wedding planner».
Olivia fece scattare la testa all’indietro. Le perle dell’acconciatura tintinnarono: «Il patto Tripartito».
«Chi sarebbe il terzo?».
Ci guardammo. Insieme, senza bisogno di segnali, gridammo: «L’avvocato Doria».
Il padre di Leo era un uomo severo, che pareva fatto di fil di ferro e aceto. Era grazie a lui se nostra madre era uscita dal carcere in anticipo; da allora trattava Olivia con distaccato sussiego. Se mia sorella non avesse avuto quella sua bellezza da cinema, sicuro non avrebbe mai permesso si fidanzasse con suo figlio.
Olivia allargò le braccia per mostrarsi: «Come ti pare?».
Avrei dovuto dirle che non l’avevo mai vista più bella, che splendeva e tutto il resto. «Perfetta, davvero». Continuò a fissarsi allo specchio, serissima. «Se fossi una pavlova».
«Una pavlova, Nora!».
«Una di quelle torte di meringa e panna, sai. Si crede sia una ricetta russa, invece viene dalla Nuova Zelanda. Il nome è per una ballerina che…».
«So cos’è una pavlova».
«Mamma la faceva bene la pavlova».
«Quand’era felice».
«Quand’era felice, sì».
«Sei crudele».
«Mi conosci».
Scoppiò a ridere forte; eccola, la sua risata; grilli in un campo d’estate. Era da così tanto che non la sentivo. Mi mancava com’eravamo. Mi mancava la versione di noi quando eravamo bambine. Felici no. Felici mai per davvero. Ma, almeno, insieme.
«Sei felice?».
«Che domanda scema. È il giorno del mio matrimonio, Nora».
«Non è una risposta».
«Ti risponderò quando comincerai a farmi domande sensate».
Abbassai la testa, sussurrai: «Enea?».
S’irrigidì subito: «Che c’entra Enea?».
«Sai bene che c’entra. Quando l’hai visto l’ultima volta?».
«Era l’ultimo giorno di maggio. Pioveva da impazzire. Mi ha chiesto di partire con lui. Ha venduto la casa, tutto».
«Al funerale di Rosaria». Giocherellò con il tulle. Per un momento credetti lo volesse bucare con le unghie, bruciare con la sigaretta, invece lo carezzò. «Era l’ultimo giorno di maggio. Pioveva da impazzire. Mi ha chiesto di partire con lui. Ha venduto la casa, la macelleria, tutto».
Per un po’ non dissi niente. Fu lei a riprendere a parlare, con una risatina nervosa: «Che idea scema, no? Partire con lui. E per dove, poi? Per far che?».
«Volevi farlo?». Spense la sigaretta in una ciotola di confetti. Aveva tutto quel dolore dentro che non sapevo come avesse fatto a non bruciarla. La immaginai prendere fuoco, seppellita nel tulle. Sarebbe partito dai capelli, dalle dita, dalle ciglia. A poco a poco l’avrebbe inglobata. Fino a non lasciare di lei che cenere. Ma l’abitudine, l’arrendevolezza, la noia, l’avevano resa ignifuga al dolore, asettica. «Vuoi farlo ancora?».
Mi fissò con occhi di furia: «Esci, Nora. Devo finire di prepararmi».
«Vuoi farlo ancora».
«Non prendo lezioni da nessuno. Specie da te. La mia vita va bene così».
Il matrimonio
Se quello fosse stato un film e non la nostra vita, avrei attraversato di corsa la navata per rapirla all’altare, saremmo scappate via.
Se quello fosse stato un film e non la nostra vita, avrei attraversato di corsa la navata per rapire mia sorella all’altare, saremmo scappate via ridendo, lanciando gavettoni sugli invitati e i loro completi sartoriali. Se quello fosse stato un film e non la nostra vita, Enea sarebbe arrivato non su un cavallo, ma sul suo camioncino con la scritta Macelleria il Taglio del Conte, saremmo saltate a bordo investendo nella fuga i tavoli, il palco con l’orchestra di archi e lui avrebbe acceso la radio sul ritornello di Highway to Hell. Invece ciò che feci fu restarmene zitta e buona, tra Ma’ e Zoe, nell’ultima panca in fondo alla chiesa (la famiglia di Leo di noi aveva vergogna), a sedermi e alzarmi quando si doveva, guardare mia sorella fare la sua promessa di eternità a una vita che non le apparteneva.
I novelli signori Doria fecero il giro dei tavoli. Leo la teneva per un fianco, orgoglioso di mostrare la sua sposa bellissima, piena di tristezza e di grazia. Olivia si prendeva in silenzio le congratulazioni di quel mucchio di sconosciuti che le baciavano l’aria accanto alle guance e la chiamavano “signora”.
Il tavolo degli esiliati
Il tavolo dov’eravamo io, Ma’ e Zoe era in fondo alla sala, accanto alla porta del bagno. Con noi un vecchio con la bombola dell’ossigeno che si era addormentato dopo il terzo antipasto e russava. Un ragazzino che parlava dei brani che suonava al fagotto e di modellini di aeroplani. Una zia con l’apparecchio acustico che buttò la dentiera nel bicchiere d’acqua insieme a una pastiglia che sfrigolò.
«Il tavolo degli esiliati» disse mia madre.
«Invitati per obbligo o pietà» feci io.
«Almeno sicuro facciamo migliori conversazioni di quelli laggiù» disse Zoe indicando la tavolata da otto sotto l’orchestra, riservata ufficialmente alle famiglie degli sposi, ma dove erano accomodati i genitori di Leo, la vedova del vecchio Doria, la wedding planner e i colleghi dello studio dell’avvocato. «Avremmo dovuto scegliere il bianco osso e non il bianco avorio per le partecipazioni» fece Zoe, imitando la voce della signora Doria madre e i suoi gesti come un ventriloquo. «Che disastro. Sparleranno di noi fino al prossimo torneo di golf».
Ma’, accanto a lei, rise forte, senza vergogna. Una signora con il cappello con la veletta si voltò a guardarla, severa. Noi tre alzammo il calice, bevemmo un sorso di champagne. Zoe e Ma’ scoprirono in comune la passione per gli scacchi, parlarono dell’apertura a quattro cavalli e del gambetto di donna, di Garri Kasparov e da lì di Laika, di guerre e di proteste di piazza, dell’assurdità di come il grido del mondo si facesse sentire in ogni dove mentre noi ce ne stavamo a mangiare lumache dai gusci con forchettine d’argento, ostriche e scampi crudi.
«Perché più i cibi sono disgustosi più fanno status?» chiese Zoe.
Ma’ rise ancora. Quando Zoe si alzò per andare in bagno, al secondo giro di linguine all’astice con riduzione di vino, Ma’ si voltò verso di me: «È una delle ragazze più spigliate che ho conosciuto».
«Credevo che la disprezzassi…».
«Oh no. Niente affatto».
«Che disprezzassi me. Noi. Il mio lavoro».
Mi cinse un polso con la mano: «Sei felice?».
«Sono felice, sì».
Mia madre guardò me, poi mia sorella nel suo abito da sposa costoso quanto un appartamento, che si faceva portare in giro da suo marito. Tornò a cercare i miei occhi: «Non mi serve sapere altro».
L’orchestra si mise a suonare una versione per archi di Be my baby. Zoe tornò cantando il ritornello, stonata, mi baciò i capelli, si sedette. Olivia si teneva la gonna tra le braccia perché non si incastrasse negli schienali delle sedie; le scarpe erano ridicolmente alte, tempestate di strass. Leo, che la seguiva, provò a fermarla per virare dall’altra parte della sala. Ma lei era più veloce. «Ehi» disse, appena ci fu di fronte. Aveva il fiato corto, la scultura di capelli si smontava, la teneva su con una mano. «Ehi» risposi.
Anche Leo ci raggiunse: cravatta color corallo, occhi piccoli e duri come semi di ciliegia. «Cara, tra poco abbiamo i discorsi». Era sopraffatto e petulante, cinse mia sorella per la vita, la serrò a sé.
«Hai mangiato qualcosa?» chiese nostra madre.
«Siamo a un matrimonio, Ma’. Le spose non mangiano ai matrimoni».
«Hai speso una fortuna e non assaggi neanche un piatto?».
«Mio padre ha speso una fortuna». Presi un sorso di vino: «Un’altra cosa per cui essere grati all’avvocato Doria, presumo».
«Mio padre ha speso una fortuna» precisò Leo.
Presi un sorso di vino: «Un’altra cosa per cui essere grati all’avvocato Doria, presumo».
Da qualche mese Olivia aveva smesso di frequentare il praticantato. Aveva rimandato l’esame per l’abilitazione, c’erano le nozze da organizzare, gli inviti, le composizioni floreali. Ma la data dell’esame, dopo essere stata scritta e cancellata, era scomparsa dalla sua agenda. Avevo sentito il signor Doria, che aveva già assicurato un posto nel suo studio al figlio, ridere con i suoi colleghi davanti all’open bar, dire: «In fondo non sta bene. Moglie e marito che fanno la stessa professione è una barzelletta, specie se la moglie rischia di essere più brava del marito. Ci farei una figura». Aveva mandato giù un calice di champagne: «Tanto fra poco sarà comunque troppo impegnata. È naturale, no?» Tutti i suoi colleghi avevano riso, tintinnato i bicchieri.
Mia sorella si tormentava il pizzo della gonna, lo bucò con le unghie. Aspettai che mi dicesse qualcosa, qualsiasi cosa. Invece stava zitta. Il vecchio con l’ossigeno russò così forte da superare la musica, la zia disse: «Oh, no, grazie. Sono allergica».
Olivia si schiarì la voce: «Piaciuto l’astice?».
«Credevo li odiassi, i crostacei» disse Ma’.
«Le spose non mangiano al pranzo di nozze, te l’ho spiegato».
«Non è mica una regola scritta» continuò Ma’.
Leo rise, una risata sgraziata, cattiva; era già ubriaco. Poggiò il mento sulla spalla di mia sorella: «Forse tua madre non è la persona migliore per dare consigli matrimoniali».
Ma’ alzò il calice: «Dipende dai punti di vista, caro».
«Olivia…» cominciai.
Leo si chinò su di me. Ebbi freddo, anche se in quella sala di vetro pareva di stare in una serra. Mi sussurrò: «Vi ho invitate per far contenta lei. Nient’altro. Gradirei non combinaste casini».
Un cameriere passò con un vassoio d’argento a portare i secondi. Al tavolo della famiglia degli sposi stavano già ritirando quelli vuoti. Ce li mise davanti: erano freddi.
«Nora…» fece Olivia.
Dal palco degli sposi il fratello di Leo, che era testimone, si alzò, fece tintinnare la forchetta contro il bicchiere, chiamandoli ad alta voce.
«Mi preceda pure, signora Doria. Sarò da lei immediatamente» disse Leo con un affettato inchino che per poco lo fece cappottare.
Mia sorella esitò, mi guardò ancora. In fondo, il fratello dello sposo incitò i vicini, che presero a battere le mani e cantare in coro i loro nomi.
«Va bene. Andiamo» disse Olivia.
Quando fu lontana Leo picchiò i palmi sulla tovaglia, fece tremare piatti e bottiglie: «Una spiacevole seccatura, la vostra famiglia. Una madre assassina, un padre ammazzato, una sorella con sempre addosso puzza di cane. Fortuna che Olivia non condivide più il vostro cognome».
«Dirai tutto questo al tuo discorso?» gli domandò Zoe, serissima. «Potrebbe essere la parte più interessante della giornata».
«Dirai questo al tuo discorso?» gli domandò Zoe, serissima. «Potrebbe essere la parte più interessante della giornata».
I discorsi
Ci sono molti momenti noiosi ai matrimoni, quello dei discorsi è forse il peggiore: un mucchio di gente che cerca di dire qualcosa sull’amore. Aforismi di Oscar Wilde, citazioni di Shakespeare copiate da internet. Io e Zoe discutemmo per un po’ se il discorso del fratello dello sposo fosse stato scritto con l’IA e decidemmo di sì. Anche Ma’ si disse d’accordo.
Fu il turno di Leo; barcollava e dovette essere tenuto in piedi. Parlò del giorno in cui Olivia si era decisa a dirgli sì: pioveva da impazzire, come nei film. Lei era tornata a casa correndo e gli aveva detto, infradiciata fino ai calzini: va bene. Ti sposo. Rise, agitando il bicchiere. «Erano passate due settimane da che l’avevo chiesto. C’erano i violini, la cena stellata… e lei mi aveva risposto che doveva pensarci! Fino a fine di maggio, doveva pensarci. Avevo cominciato a temere di dover trovare una scusa, o magari rapirla come ai tempi delle fuitine».
«Okay, basta così» fece suo fratello, strattonandolo per la manica per costringerlo a sedersi. «Viva gli sposi!».
In tutta la sala vennero alzati i calici, si brindò al signore e alla signora Doria. Mia sorella spezzava una pagnotta, faceva la scarpetta in un piatto vuoto. Si erano dimenticati di farle fare il suo discorso.
Scoppiò l’applauso quando i camerieri portarono dalla cucina la torta, l’orchestra si mise a suonare un medley di Ligabue. Olivia odiava Ligabue.
Come i vampiri
Imprecai; una familiare sensazione di calore mi attraversò la cima del naso, seguita dal rilascio del sangue, che scivolò dalle narici alle labbra.
«Guarda in su» disse la zia con l’apparecchio acustico.
Stavo per dire che era una stronzata, che così il sangue ti entra in gola.
«Non serve. Basta premere forte» disse la voce di mia sorella.
Mi voltai. Era là, di fronte al nostro tavolo, con il fiato corto. «Tieni». Mi porse un tovagliolo annodato in cui aveva avvolto il ghiaccio dello champagne. «Per la fronte».
«Non dovevi mica correre fin qui. È il sole. Lo sai. Niente di più».
«Già. Niente di più. Come i vampiri».
Mi venne da ridere. «Come i vampiri».
Aggirò il tavolo e fu al mio fianco, il ghiaccio sulla fronte mi ristorò. La suocera la chiamava per il taglio della torta, imperiosa. La ignorò.
«Era il giorno del funerale di Rosaria». Mandai giù il sapore del sangue. «Quando sei tornata per dire a Leo che lo sposavi. Era lo stesso giorno, non è vero? Alla fine di maggio».
«E allora?».
«Lo hai fatto perché avevi paura. Del tuo desiderio di accettare, avevi paura».
«Oh» disse nostra madre. Olivia la guardò. «A scappare ce l’hai insegnato tu. Sarei stata una codarda, ad accettare».
«Poteva non essere quella la fuga» disse Ma’. «Ma il contrario».
«Il contrario?».
«L’ho capito tardi. Ma alla fine l’ho capito» continuò lei. «Le mie fughe da codarda erano i miei ritorni a casa. Incastrarmi in una vita che non volevo e che faceva male anche a voi, era scappare: per abitudine, per convenzione. Per un mucchio di altre cose idiote».
Olivia s’irrigidì, la voce le venne fuori rotta. «Avresti dovuto andartene subito, allora. Fin dall’inizio. La prima volta che te n’è venuto il desiderio».
«Lo stesso vale per te».
«Sei ancora in tempo» dissi io.
«Sono sposata, Nora. Non si scherza più».
«Non sto scherzando».
«Mi dispiace se per colpa mia siamo state lontane» disse Ma’. «Ma ora siamo qui».
Olivia restò zitta.
«Fai un gesto. Un gesto soltanto e ti portiamo via». Abbassai lo sguardo: il mio sangue le aveva macchiato i pizzi e il tulle.
«Fai un gesto. Un gesto soltanto e ti portiamo via». Abbassai lo sguardo: il mio sangue le aveva macchiato i pizzi e il tulle del corpetto: «Il vestito, Olivia!».
«Chissenefrega del vestito». Mi guardò. «Sono felice che sei qui, Nora. Penso sia ora del mio discorso».
Il discorso di Olivia
«Grazie di essere venuti» esordì. «Avevo preparato un discorso. Su come io e Leo ci siamo conosciuti, su come mi abbia fatto il migliore regalo convincendo suo padre a difendere mia madre. Aveva ammazzato mio padre, forse non lo sapete». Ci fu un mormorio nella sala. Qualche parola sussurrata dietro i palmi. «Ma mi è stato suggerito di cambiarlo. Di trovare qualcos’altro da dire su di lui, su di noi. Non era consigliabile parlare a un matrimonio di carcere, omicidi, casa-famiglia. Lo posso capire. Allora mi sono trovata in difficoltà. A parte la mia gratitudine, mi sono accorta che non sapevo che altro dire, su Leonardo. Ma sentirsi in debito non è abbastanza per amare». Leo si rizzò in piedi, barcollò, provò a levarle il microfono. Lei fece cadere la sedia che fracassò. Nella sala si fece silenzio, nemmeno più il tintinnare delle posate. «Quella laggiù è la mia famiglia» continuò Olivia indicando il nostro tavolo: «Mia madre, che ha sempre cercato di proteggerci. Mia sorella, che ha il coraggio di scegliersi la vita che vuole e mi dice la verità anche quando è sconveniente e sciocco e caotico. Lavora in canile insieme alla sua compagna. E sono fiera di lei». Finì in un sorso ciò che le restava nel calice e, quando l’avvocato Doria ordinò al fonico di staccarle il microfono, il resto lo gridò: «Forse darò l’esame di abilitazione, forse partirò per un viaggio in camper in giro per l’Europa. Forse farò entrambe le cose. Quello che è certo è che non ho intenzione di rimanere qui un minuto di più».
Indietro non ci torniamo
Mia sorella scalciò via le scarpe, restò a piedi nudi. Saltò giù dal palchetto con il tavolo degli sposi, si mise a correre. Scattai anche io, Zoe mi seguì. Raggiunsi Olivia nel mezzo della sala, dove c’era la torta, a cinque piani, pronta per il taglio.
La voce di nostra madre chiamò forte i nostri nomi: «Nora, Olivia!».
«È ora?» chiesi.
«È ora» rispose Olivia. «Indietro non ci torniamo».
Tutto quello che ho sempre sentito sull’amore può essere riassunto in ciò che accadde subito dopo: l’avvocato Doria spinto di schiena nella torta dopo che aveva provato a trattenere Olivia per un polso. Mia madre che rubava le chiavi dalla giacca dell’autista gridando: «Guido io». Zoe che diceva: «Adoro la tua famiglia».
«Scusa se ti ho rovinato la vita» dissi a mia sorella, la testa sulle sue cosce, il tulle voluminoso tutt’intorno. Olivia mi passò un pollice sulla fronte nel modo in cui carezzava il nostro gatto Pascal quando eravamo bambine. Zoe e Ma’, nei sedili davanti, cantavano insieme il ritornello di Mina, stonando forte senza vergogna. Olivia rise di quella sua risata tintinnante e luminosa. «Avevi ragione: non era la mia».
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