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«Perché non fai figli?». Endometriosi e maternità, addio ai cliché

Endometriosi. Ecco la parola, terribile e minacciosa, che domina la vita di Isabel. Una malattia subdola, difficile da diagnosticare e da comprendere. Che le preclude una gravidanza e, forse,non solo

Endometriosi e maternità: una donna triste davanti alla finestra
CREDITS: Pexeles Karola G

Chiudo la rivista che sto sfogliando: «Christian, attento all’altalena, non correre!». Mi alzo in piedi e mi porto le mani sui fianchi. Devo essere davvero buffa in questa posa, visto che la signora seduta sulla panchina accanto alla mia scoppia in una fragorosa risata.

Mi volto a guardarla. È troppo avanti con l’età per essere la madre di uno di questi pestiferi bambini che giocano a rincorrersi senza sosta.

«I maschi hanno una tale energia. Per fortuna nella mia famiglia sono tutte femmine. Celeste e Adelaide, le vede? Quelle due bambine sullo scivolo sono le mie nipoti» mi chiarisce la signora, prima di tendermi la mano e presentarsi. Si chiama Piera e vieni qui ogni pomeriggio dopo la scuola.

Mi lasci indovinare, è il suo primo figlio?

Con i primogeniti si è sempre iperprotettivi, in apprensione costante».

«Oh no, è il figlio di mia sorella» rispondo con un sorriso.

«Allora è ancora peggio: le zie chi le ascolta? E lei non ne ha di bambini suoi?» incalza la donna.

«No, niente figli» rispondo secca.

«E cosa aspetta a farli?» dice ancora. «Chissà cosa vi frulla nella mente, voi giovani pensate sempre di avere tempo, ma non è così. La mia Teresa ha fatto lo stesso errore e alla fine, quando si è decisa, era troppo tardi. Non sa a quante cure si è dovuta sottoporre prima che arrivassero quei due angeli che adesso vede giocare» esclama battendo il palmo delle mani sulle cosce secche come rami d’inverno, evidentemente soddisfatta della sua affermazione.

Io mi sento avvampare di rabbia, ma cerco di non perdere il controllo. È una promessa che mi sono fatta tanto tempo fa: mai più lasciarmi ferire dalle parole degli altri, dalle loro opinioni. Eppure è così difficile quando ti sparano addosso il solito consiglio non richiesto.

Le mie labbra si stirano in un sorriso stanco, non replico. Apro la rivista e torno a sfogliarla.

Quei consigli non richiesti che feriscono come lame affilate

Una volta, una frase come questa, tanto innocua quanto inopportuna, mi avrebbe fatto salire le lacrime agli occhi. Perché la gente si sente in diritto di trasformare la propria personale opinione in una verità assoluta?

Non ci si abitua mai alla banalità delle parole che feriscono come lame affilate. Eppure, in qualche modo, s’impara a non farsi troppo male. S’impara l’arte di incassare. È quello che ho imparato a fare io, ed è stato persino più difficile che accettare la malattia e le sue conseguenze.

Ho imparato presto a vivere in un corpo ostile. Il corpo. Quante giornate trascorse ad analizzare il mio senza mai capire il perché mi respingesse con tanta violenza, facendomi provare così tanto dolore. Un dolore senza nome e quindi inesistente agli occhi di tutti.

Quando ero ragazzina avevo delle tartarughe da giardino, passavo ore a osservarle. Mi hanno sempre incuriosito. Se ne stavano lì, con il loro guscio protettivo: se la portavano in giro ovunque, la loro casa. Ci si chiudevano dentro se qualcosa le spaventava e io le invidiavo tantissimo. 

Un dolore senza nome: l’adolescenza vissuta in un corpo ostile

Tutto iniziò con la pubertà. Il primo fiotto di sangue. Il dolore. L’incapacità di essere capita, compresa, aiutata. Fino ad allora ero stata una bambina sana, allegra, forse un po’ fragile ma in buona salute. Dopo tutto cambiò.

Per le mie amiche non fu lo stesso. Arrivò il primo ciclo, certo un bel cambiamento, ma nulla di più. Divenne persino argomento di conversazione, un segreto di noi femmine che ci allontanavamo in modo misterioso e irrimediabile dal mondo maschile. Era affascinante, dopo tutto. Ma io non lo vivevo in questo modo.

Per me tutto si riduceva a una sola parola: dolore. Ricordo un giorno in particolare. Ero a scuola e mi sentii così male da essere costretta a chiamare mia madre. Arrivò un’ora dopo, il suono dei suoi tacchi riecheggiò lungo il corridoio di marmo.

La bidella mi aiutò ad alzarmi e passò lo zaino a mia madre, che mi prese in consegna senza degnarmi di uno sguardo. Era furiosa. Avevo osato disturbarla durante l’orario di lavoro.

«Scusa, ma non mi sentivo di restare» bisbigliai in macchina.

Mamma mi lanciò un’occhiataccia: «Sarà meglio che ti abitui. È una cosa che capita a tutte noi, una volta al mese, mia cara».

Arrivata a casa, mi lasciai sprofondare sotto le coperte. Emilia, la donna che due volte a settimana veniva a svolgere i lavori domestici, mi somministrò paracetamolo con una tazza di tè caldo. E le carezze che nessuno mi riservava mai.

Mia madre irruppe nella stanza proprio in quel momento. «Isabel, ho preso appuntamento con il ginecologo, mi sembra giusto fare un controllo. Però, ascoltami bene: sei una donna, devi imparare a soffrire, a gestire il dolore. Prendi esempio da tua sorella. Sono anni che ha il ciclo e non mi ha mai chiamata in ufficio per un semplice mal di pancia. Accidenti» disse poi, guardando l’orologio, «tra mezz’ora ho una riunione. Noi donne partiamo svantaggiate, sempre. Se ti dimostri debole, sei fregata. Hai capito?».

Scivolai in un sonno senza sogni, aggrappata alla figura di Micaela, mia sorella. La ragazza perfetta, la figlia che non sarei mai stata. La invidiavo come invidiavo le tartarughe che stavo a osservare per ore in giardino.

Imparai a stringere i denti, a nascondere il dolore dietro a un sorriso forzato. Il paracetamolo divenne il mio unico alleato. Non stavo mai veramente bene e nei giorni del ciclo stavo veramente male.

«È tutto nella tua testa»: la finta diagnosi e il malore in vacanza

Passarono gli anni, arrivarono i primi amori. Nemmeno il sesso mi regalò gioie. Non provai mai quel piacere di cui tanto avevo sentito parlare, di cui sentivo confabulare le mie coetanee. Fingevo tra le lenzuola come nella vita, ancora una volta per non sentirmi diversa.

Dopo gli esami di maturità, i miei genitori mi regalarono una vacanza al mare con le mie amiche di sempre. Ricordo la voglia di lasciarmi alle spalle la tensione accumulata negli ultimi mesi, il desiderio disperato di essere solo una ragazza come tante, spensierata e magari  persino un po’ superficiale. Senza pensieri costanti sul mio corpo, che lanciava continui segnali d’allarme: oggi una fitta al basso ventre, domani una cistite improvvisa, un mal di testa, una stanchezza estenuante.

Forse, dopotutto, aveva ragione il medico di famiglia, a cui mi ero rivolta di recente: «È tutto stress, è tutto nella tua testa, Isabel. Cerca di pensare meno e divertirti di più».

Il terzo giorno, accusai un malore talmente forte da non poterlo mettere a tacere con il solito antidolorifico. Ricordo tutto di quel momento. Ero sola nella camera d’albergo, le mie amiche erano già scese in spiaggia. Quella sera ci attendeva una festa a cui eravamo state invitate da tre ragazzi molto carini che avevano iniziato a flirtare con noi. Ero felice, elettrizzata. Il dolore mi colse così, mentre sorridevo a quella felicità a portata di mano, pronta a scivolarmi tra le dita ancora una volta. Una fitta al lato sinistro. Poi un’altra al ventre, talmente forte da farmi piegare in due. Non riuscivo a respirare. Il dolore era talmente intenso da farmi temere di perdere i sensi.

Cercai con gli occhi il cellulare. Lo afferrai, digitai il nome di Erika, sperando che in mezzo alla musica e la confusione riuscisse a sentirmi. Rispose.

Aiuto

dissi. Poi, tutto si fece nero.

La parola che ha cambiato il mio destino: endometriosi al terzo stadio

Mi svegliai il giorno dopo in un una camera d’ospedale. Il volto rubicondo di un’infermiera fu la prima cosa che vidi.

«Che è successo?» domandai.

«Un brutto spavento, ma ora è tutto passato. Vado a chiamare il medico».

Lo specialista si rivelò essere una donna dal piglio deciso, che senza tanti giri di parole mi disse che mi era stata asportata una cisti ovarica.

Prima di andarsene, però, pronunciò una parola che avrebbe segnato il mio destino: endometriosi. «Ne ha mai parlato con il suo ginecologo? È una malattia abbastanza subdola, che si nasconde bene. Faccia un controllo».

Nel mio cervello si accese una lampadina, nel mio cuore il barlume di una speranza. Forse non ero pazza, i miei sintomi avevano finalmente un nome. I miei genitori furono costretti a venirmi a prendere, la mia vacanza era finita.

Trascorsi quello che ne restava a fare ricerche su Internet. Scovai un centro rinomato in Veneto. Prenotai una visita. Non dimenticherò mai quel giorno, il medico che mi visitò con estrema delicatezza, gli occhi buoni della sua assistente.

Le parole appena sussurrate:

Endometriosi al terzo stadio.

L’endometrio riveste la cavità dell’utero, ma per ragioni ancora sconosciute a volte invade gli organi circostanti e fa danni. Tanti. Dobbiamo operarla il prima possibile».

Mi misi a piangere, un pianto di gioia: «Mi avevano detto che era tutto nella mia testa».

«Sai cosa suggerisco sempre alle mie pazienti? Fidatevi più di voi che di noi. Se un medico ti dice che è tutto nella sua testa, cambia medico».

Mamma scende dal tacco 12: una fragile intimità dopo sette ore di intervento

Mi operarono e l’intervento durò ben sette ore. Mi dovettero togliere utero e ovaie.

«Siamo riusciti a salvare la vescica, ma solo per un pelo» mi comunicò il medico. «Adesso potrà sembrarti terribile non poter diventare madre ma, credimi, la cosa più importante è la salute».

Piansi per tre giorni. Per il dolore per ciò che avevo perso, ma anche per la speranza di una nuova vita senza sofferenza. Mia madre per la prima volta scese dai tacchi. Letteralmente. Entrò nella stanza, si tolse il tacco 12 e venne a stendersi accanto a me.

Non è mai stata una donna incline alle carezze: è cresciuta in una famiglia poverissima, mio nonno è morto quando era ancora una bambina, ha imparato a contare solo sulle sue forze. Dopo il diploma è stata assunta in una banca d’affari importante e grazie alla sua determinazione ha fatto una carriera folgorante. Per lei la famiglia è sempre venuta al secondo posto. O forse, è solo ciò che ci ha lasciato credere. Ci ha cresciute con il pugno di ferro, non ci è stata concessa nessuna debolezza. E ora si ritrovava una figlia rotta.

«Ma guarda qui che bel quadretto! Anche mamma ha un cuore!» disse Micaela, entrando nella camera e vedendo mamma accanto a me. Scoppiammo tutte e tre a ridere. Poi si adagiò anche lei sul mio letto.

Mio padre apparve sulla porta qualche istante dopo. Osservai i suoi occhi chiari riempirsi di una tenerezza che non aveva mai lasciato trapelare. Papà fece un passo indietro per non interrompere quel raro momento d’intimità.

Poco alla volta, iniziai a stare meglio. Dopo tanto tempo, come pronosticato dal luminare che mi aveva salvato la vita, iniziai a prestare attenzione alle piccole gioie che può regalare la vita. Un cinema, un gelato, una pizza, una passeggiata. Iniziai a frequentare l’università.

M’innamorai di Stefano, un compagno di corso. La mia prima vera storia importante. Finì un anno dopo.

«Ti amo, ma tra noi non funziona» mi disse. «Vuoi dire che io non funziono. Sei solo un codardo». Qualche settimana prima Stefano mi aveva presentato i suoi. Quando aveva saputo della mia malattia, sua madre si era incupita. Non era riuscita a trattenersi: «Povera ragazza e come farai senza figli?» aveva domandato.

Da allora le cose tra me e Stefano avevano iniziato a incrinarsi. Potevo solo immaginare le pressioni a cui era stato sottoposto. Sprofondai nella malinconia, mi tuffai in storie senza futuro, in notti di sesso senza gioia. Passarono gli anni, mi laureai in Giurisprudenza e iniziai a fare pratica in uno studio legale. Venni operata altre due volte. L’ultimo intervento mi lasciò claudicante per alcuni mesi.

«Chi vuole una donna difettosa?»: lo spettro della sterilità e l’incontro con Marcello

Quello stesso anno, Erika convolò a nozze. Mi scelse come testimone. Alla cerimonia incontrai due occhi azzurri come il cielo: Marcello, il testimone dello sposo.

Passammo insieme l’intera giornata. Prima di salutarci mi chiese di rivederci, risposi un secco no. Tre giorni dopo mi chiamò. Erika le aveva fornito il mio numero.

«Non dovevi permetterti» sbraitai contro la mia migliore amica.

«Lui non è come gli altri, abbassa la guardia per una volta» rispose ridendo.

Accettai l’invito a cena di Marcello e per antipasto gli servii la mia storia. Senza sconti: «Non posso avere figli» spiegai con aria di sfida. Chi vuole una donna difettosa dalla nascita?

«A me interessi tu» rispose. Ci sposammo due anni più tardi.

Oltre le pressioni sociali: la mia felicità “imperfetta” e senza rimpianti

Le parole di Chris mi strappano ai mie pensieri: «Sono stanco, andiamo a prendere il gelato?».

«Certo, tesoro. Con tanta panna?».

«Sì, tantissima!» esulta mio nipote.

Infilo la rivista nella borsa, mi alzo, saluto Piera e m’incammino con Chris verso la nostra meritassima merenda.

La vita mi ha negato la possibilità di avere figli, ma non quella di avere nipoti. E la cosa mi piace tantissimo: mi prendo il meglio, lasciando ai genitori gli aspetti più complicati, come l’educazione e i rimproveri.

C’è dell’altro. Il tempo speso a guardarmi dentro durante gli anni della malattia mi ha regalato una profonda conoscenza di me stessa. E così ho capito, per esempio, che diventare madre non sarebbe stato comunque tra le mie priorità. Ma probabilmente se avessi potuto lo sarei diventata a causa delle pressioni sociali.

Io e Marcello adoriamo la nostra routine. Amiamo dormire fino a tardi la domenica, decidere all’ultimo momento cosa mangiare per cena, passare interi pomeriggi davanti alla televisione e fare vacanze nei posti più remoti della terra. Con bambini piccoli tutto questo sarebbe impossibile. Egoisti? Forse. Ma ho imparato che dalla vita bisogna saper prendere ciò che offre.

Come questo delizioso gelato, con la mano di mio nipote stretta attorno alla mia e il sole che mi bacia il viso. «Zia, mi porti da Teo? Ti prego».

«Sì, ma non tirargli la coda».

Dimenticavo un altro pezzo fondamentale della mia felicità: ha quattro zampe e una coda. Il mio gattone rosso. È bella la vita quando non ti è ostile. È questo che mi ripeto nei momenti più bui. Vale la pena attraversare la tempesta per rivedere il sereno.

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