Il ghiaccio nel mio bicchiere tintinna contro il vetro. Bagno le labbra con lo Spritz, ma non bevo davvero. Non riesco, non sono dell’umore.
Mi eclisso tra i miei pensieri, mentre intorno a me Milano corre anche quando dovrebbe riposare.
L’aperitivo a Milano e la nostalgia del Sud: la storia di Marta
È l’ora dell’aperitivo: le luci del locale sono soffuse, la musica troppo alta batte regolare come un cuore artificiale e la scia di profumi più o meno costosi si mescola alla puzza di fritto del finger food.
Allora, martedì Pilates alle 19?
Se non facciamo stretching dopo dieci ore in ufficio, moriamo» dice Chiara, aggiustandosi la camicia rosa cipria.
«Io non so se ce la faccio» risponde Elena, controllando il baby-monitor sul telefono mentre sorseggia il suo Negroni. «Luca è dai nonni, ma devo finire la presentazione».
Le guardo. Siamo noi. Siamo le stesse ragazzine che 20 anni fa fantasticavano di scappare dalla Calabria. Abbiamo pianto sui libri in appartamenti condivisi che puzzavano di muffa e sogni, e ora siamo qui. Siamo diventate quello che i nostri genitori desideravano.
Il senso di isolamento e la distanza emotiva
Eppure, stasera, le loro voci mi arrivano ovattate, come se fossi sott’acqua.
«Marta, ci sei?» mi chiede Elena, toccandomi un braccio.
«Ti piace l’idea del weekend a Courmayeur?».
«Sì, certo, bellissimo» mento.
La verità è che tutto quello che ho intorno mi sembra disegnato male. I contorni sono troppo definiti, senza gioco d’ombre. Ci vorrebbe il carboncino per sfumare meglio. Mi è tornato in mente stamattina, mentre aspettavo la metro: ho il desiderio quasi fisico di sporcarmi le dita, di disegnare i volti della gente, di dare forma ai pensieri su un foglio bianco.
Quando ero giù, mio padre diceva: «Marta, l’arte è un vizio dei ricchi. Studia, vai su, prenditi un futuro che non dipenda dal tempo o dalla fortuna».
E io l’ho fatto, ho preso tutto quello che potevo. Ma ora che sono qui, in questo locale pieno di gente che parla di fatturati e di asili nido bilingue, mi sento un’intrusa. Mi guardo intorno e vedo un mondo che non mi appartiene, costruito su binari dritti che non portano da nessuna parte se non al prossimo aperitivo.
Il successo non basta: il bilancio di una vita a Milano
Questa città mi ha dato tanto, non posso e non voglio negarlo. Allora cos’è questo vuoto nel petto che sento da un po’?
Ho fatto tanti sacrifici per essere qui
mi dico mentalmente, quasi per convincermi. “Se tornassi, cosa farei? L’illustratrice in un posto dove il tempo sembra essersi fermato? Mi darebbero della pazza. Mi direbbero che ho buttato via un’occasione d’oro”.
Eppure, mentre le mie amiche ridono di un aneddoto su un collega, io sento un nodo alla gola. Milano mi ha dato il successo, ma forse mi sta togliendo la pelle. Mi chiedo se la felicità non sia davvero in quel salto nel vuoto che ho sempre temuto: smettere di essere la “brava ragazza laureata” per tornare a essere, semplicemente, Marta.
«Tutto bene?» insiste Elena, vedendomi assente.
«Sì» rispondo, posando il bicchiere ancora mezzo pieno. «Solo che… stasera mi mancano le onde. Quelle che scuotono i sassi».
Me ne accorgo: le ragazze mi guardano perplesse. Temo che Chiara stia per ribattere con sarcasmo e mi preparo a incassare la sua battuta. Invece mi stupisco: sul nostro tavolo cala il silenzio. Per la prima volta vedo le loro maschere di efficienza incrinarsi. Nei loro occhi non c’è scetticismo, piuttosto una comprensione dolente, quasi rassegnata.
Dalla Calabria al Nord: il costo emotivo del successo
Siamo parte di una statistica silenziosa ma brutale. Ogni anno, la Calabria perde migliaia di giovani: un’emorragia costante che ha visto partire oltre 150.000 persone nell’ultimo decennio. Siamo la generazione del “sacrificio necessario”.
Giovani donne e giovani uomini che hanno dovuto barattare le proprie radici con un’opportunità. Siamo quelli che emigrano portando in dote lauree eccellenti e una fame di riscatto che non si placa mai, ma che nasconde un conflitto perenne: il successo qui ha il sapore amaro dell’esilio.
Proprio in questo momento, la pesante porta a vetri del locale si spalanca. Entra qualcuno. Sulla soglia c’è un uomo. Non è vestito come gli altri. Non ha la giacca di sartoria o la borsa porta-pc di pelle lucida. Indossa una camicia un po’ vissuta e porta a tracolla una borsa di tela pesante. Ma è il suo odore a colpirmi prima ancora del volto.
Ritrovare se stessi: l’incontro che riaccende i ricordi
Mentre passa accanto al nostro tavolo per dirigersi al bancone, l’aria si riempie di qualcosa che non c’entra nulla con Milano. È l’odore pungente dell’acquaragia, del legno fresco e del mare d’inverno.
Ma chi è?
Sembra appena uscito da un cantiere» bisbiglia Chiara con un sorrisetto di sufficienza, tornando a fissare il suo smartphone.
Io, invece, resto immobile. Quell’uomo ha appena appoggiato sul bancone un rotolo di carta ruvida, la stessa che usavo io quando cercavo di catturare la luce dello Stretto. Lo vedo tirare fuori una matita grassa, una 6B, e scarabocchiare qualcosa su un tovagliolino mentre aspetta l’ordinazione. Il movimento della sua mano è sicuro, rapido, libero.
Sento il cuore accelerare. Le mie amiche, come se niente fosse, riprendono a parlare della nuova dieta detox e dell’abbonamento alla Spa. Per me, però, quel rumore di sottofondo è diventato insopportabile. Continuo a guardare quell’uomo. Non c’entra nulla con l’ambiente che lo circonda, ma lui sembra non saperlo: si muove sicuro tra i tavoli con la sua bibita in mano, lo sguardo verso il fondo della sala.
«Marta, allora? Courmayeur, sì o no? Devo organizzarmi con la babysitter» m’incalza Elena, picchiettando l’unghia sul tavolo.
Scegliere di cambiare: il coraggio di rompere la routine a Milano
Guardo lei, guardo il mio bicchiere, e poi guardo lo sconosciuto. Mi rendo conto che, se non mi alzo adesso, se non seguo quel brivido, finirò per diventare uno di quegli specchi del locale: lucida, perfetta, eppure profondamente vuota.
«Scusatemi» dico all’improvviso, alzandomi e afferrando la borsa.
Ma dove vai?
Abbiamo appena ordinato il secondo giro!» urlano le mie amiche in coro.
Per un istante esito. Poi mi dirigo verso l’interno della stanza.
«Voglio parlare a quell’uomo, non mi importa di sembrare pazza» mormoro tra me. Mi avvicino. «Scusa» dico ad alta voce, mentre agito il braccio. Sorride, si volta verso di me, alza il braccio a sua volta. «Scusami, ti sembrerò un po’ folle. Ecco, io…».
Aumenta il passo, mi passa accanto, mi sorpassa. Guarda oltre e sorride ancora.
“Che stupida!” penso. “Ovviamente non si stava rivolgendo a me. Nemmeno ci conosciamo”.
Mi sento avvampare. Le guance sono caldissime.
La paura di aver scambiato la felicità con una carriera sicura
Individuo in fretta l’uscita e mi precipito in strada.
Manca anche a me, Marta.
Una mano si posa sulla mia spalla. È quella di Chiara, che continua in un sussurro: «Manca a tutte. Solo che fingiamo che il pilates, le feste e il lavoro bastino a riempire il vuoto».
«A volte sento che la mia identità si sta perdendo. Io sono la Marta che vedete oggi. Ho faticato per diventarlo e non so se darei indietro tutto quanto solo per il mare, il sole e paesaggi mozzafiato. Tante cose non mi piacevano quando sono partita, ma ora sento come se Milano mi stesse cancellando. Sto scomparendo e non so come fermare tutto ciò».
Nel frattempo mi ha raggiunto anche Chiara. Annuisce, come a dire: “Noi ti vediamo”.
Il rumore di Milano e il peso delle scelte fatte
Arriva una folata di vento, ma il calore che ho sulle guance non se ne va. Sono lì, sul marciapiede, con il petto che ansima e il rumore della città che sembra troppo forte, troppo elettrico. Elena e Chiara sono accanto a me, testimoni silenziose di un crollo che non ha fatto rumore.
«Forse è solo la stanchezza, Marta» mormora Elena.
La sua mano sulla mia spalla trema appena. La porta del locale si apre di nuovo. Ne esce lui. Sento ancora l’odore di acquaragia, ma è mescolato ad altro: tabacco, dopobarba. Mi piace.Si tira su il colletto e poi mi scruta. Viene verso di noi con un sorriso sghembo.
«Scusa, hai una sigaretta?».Scuoto la testa, ancora un po’ intontita. «Io non fumo. E nemmeno loro, credo».
Un dialogo inaspettato a Milano: quando l’arte accorcia le distanze
Lui fa una smorfia divertita. «Meglio così. I polmoni ringraziano». Nota il mio sguardo che cade inevitabilmente sulla sua borsa di tela, da cui spunta il bordo del rotolo di carta. «Sei curiosa di sapere cosa ho disegnato prima, eh? Ti ho vista che mi fissavi».
Sento di nuovo il rossore divampare.«Qui l’unico strumento di scrittura di solito è lo stilo di un tablet. Usi il carboncino o solo grafite grassa?».
Lui inarca un sopracciglio. «Per le bozze rapide preferisco la grafite. Sporca il giusto, ti dà il senso del volume senza farti perdere tempo con i dettagli inutili. Il disegno è sottrazione, no? Se metti troppo, soffochi l’idea». Resto in silenzio, assaporando termini che non pronunciavo ad alta voce da un po’. «Io sono pugliese» aggiunge.«Di un paesino che si affaccia sull’Adriatico. Ho passato l’adolescenza a disegnare le barche dei pescatori e le crepe sui muri di calce bianca. Disegnare per me è sempre stato un modo per evadere. Prima cercavo di scappare da casa mia, mi sembrava soffocante e bigotta. Ora vorrei fuggire da qua, mi sembra tutto troppo etereo e ipocrita».
«Ti capisco» rispondo, e sento la voce incrinarsi leggermente. «Per me era lo stesso. Solo che il mare che disegnavo era quello della Calabria. Non lo faccio da anni, era l’unico modo per non averne paura, per farlo stare dentro un foglio, insieme a una miriade di pensieri adolescenziali».
Lui mi guarda fisso, studiando le mie linee come se fossi io stessa un bozzetto da decifrare. «E allora perché hai smesso?».
Dalla Calabria a Milano: la paura di fallire e le passioni dimenticate
La domanda cade tra noi come un sasso in un pozzo. Perché ho smesso? Perché l’università non prevede esami di disegno? Perché un piano marketing non ha bisogno di sfumature? Perché avevo paura di fallire e di restare bloccata nel mio paesino?
Non rispondo. Guardo le mie mani, curate, con lo smalto perfetto, e mi sembrano improvvisamente estranee, come se appartenessero a una donna che sto solo interpretando. La vita di corsa, le scadenze, la necessità di dimostrare a tutti (soprattutto a me stessa) che quel biglietto di sola andata aveva un senso. Ho creato una corazza dura intorno al cuore e ho paura che, se dovessi ricominciare a disegnare, quella crosta si sbriciolerebbe.
Lui coglie il mio turbamento e increspa gli occhi.
Vabbè, non rispondermi.
Ti si legge addosso. Si vede che stai stretta in quel tailleur impeccabile e vorresti solo sporcarti le mani di carbone».
Ridiamo insieme, un suono che stona con il ronzio del traffico di corso Como. Mi volto istintivamente verso Elena e Chiara per vedere se hanno colto la battuta, ma il marciapiede dietro di me è vuoto. Le mie amiche si sono sapientemente dileguate, sono svanite nel buio. L’uomo mi fa un cenno di saluto e inizia ad allontanarsi.
«Ehi» gli grido dietro. Si gira. «Forse andrò a comprare dei fogli nuovi, domani» aggiungo.
Lui non dice nulla. Mi dà di nuovo le spalle e ormai è lontano. Non lo so se è solo la stanchezza a impensierirmi così. Però so che la mia Calabria è una parte di me che non voglio più rinnegare. Devo ricominciare a imprimerla sul foglio, prima che il rumore della città copra definitivamente il ricordo del suono delle onde del mio mare.
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